Laura Calagna Bambini
Illustrazione di Chiara Trivellato
“Money, it’s a crime
Share it fairly but don’t take a slice of my pie”
(“Il denaro, è un crimine
condividilo equamente ma non prendere una fetta della mia torta”)
Money, Pink Floyd
Flaminio Giulio Maria mi dà una pacca sul sedere di fronte al padre prima di scostarmi la sedia. I due uomini ammiccano tra loro. Beati voi, tutti e due.
Rivolgo a Ruggero Maria dei Bramanti Piangenti il sorriso educato che uso a lavoro. Non mi illumina gli occhi e non mostra quanto ne ho le ovaie piene, specie se l’interlocutore mi costringe a schedulare il meeting dopo le 18 o, peggio, in pausa o nel weekend, tipo questo beccamorto che ha fissato a tradimento le presentazioni ufficiali di domenica. A pranzo.
Le mie dita indugiano verso la tartina al salmone spolverata di aneto, mio suocero mi fissa.
Nonna stamattina ha infornato la parmigiana, la puzza di fritto stagnerà nell’androne finché non cucinerà l’albanese del primo piano, o finché l’indiana del terzo non deciderà di sbaragliare la concorrenza culinaria del quartiere e metterà sui fuochi una cosa qualsiasi a base di spezie. Quanto mi mancano, tutte e tre, ma magari è la volta buona che le – ci – porto via da lì. È il motivo per cui mi sono vestita con il completo buono e ho deciso di vivermela come un colloquio qualunque. Devo essere io a condurre il gioco, come sempre. Ormai sono due anni che faccio l’head hunter, sono in grado di recitare copioni a comando per far credere all’interlocutore che l’azienda per cui lavoro è la migliore sul mercato.
Ho rischedulato a malincuore il pranzo con nonna, che mi aveva già mandato il briefing dei menù dalla colazione alla cena. Basta una minima variazione per mandare in vacca il Calendar condiviso di un Teams qualsiasi, figuriamoci del Teams “Famiglia”. Mentre facevo la battaglia navale per incrociare gli slot liberi dei parenti avevo già deciso di chiudere con un ko il colloquio con Ruggero Maria delle Madonne Piangenti, ma se c’è una cosa che ho imparato dai miei colleghi stronzi è di non scartare mai un candidato troppo in fretta, perciò ho screenato il suo CV e gli ho spiato il profilo con LinkedIn Recruiter. Poi ho fatto un’interview telefonica ad Alma, la domestica filippina, una signora tanto gentile quanto poco discreta, che è finita a raccontarmi delle irritazioni genitali da pannolino di Flaminio Giulio Maria. Infine, ho dato fondo alle mie competenze da cacciatrice di teste e ho citofonato alla prima moglie di Ruggero. Il colloquio con la signora è stato il più illuminante della mia carriera.
Addento la tartina, il salmone ha lo stesso sapore di quello del discount; strano, credevo che quello di lusso avesse un gusto diverso.
Ruggero Piango Bramando prende forchetta e coltello e affetta la sfoglia, scrutandomi. È così che vogliamo cantarcela, Ruggero? Vuoi mostrarmi che sei un signore e che tu non addenti, ma sminuzzi e mangi un boccone alla volta in modo pudico? Mica come te, Sara, che ti imbratti con l’olio motore dei panini con la salsiccia di Augusto, che ha il camioncino di fronte la frutteria di tua madre e ti prepara il caffè, la maglietta della salute unta già alle cinque di mattina, mamma ancora addormentata e convinta che tu non sappia della loro storia.
Va bene, signore dei Piangenti Qualcosa, facciamo come vuoi tu. Ripasso gli appunti sul suo. CV Profilo: Chief Financial Officer di Banca X, 27/03/1964, Roma. Situazione sentimentale: ha divorziato tre volte e ha una passione per i ragazzini – Alma ha un gusto per i dettagli che per il mio lavoro è fondamentale– e ha una gatta rossa di nome Brancamenta, che mi ha impastato il grembo con le zampine fino a poco fa e mi ha riempita di peli. Proprietà: quattro conti correnti di cui uno in Svizzera, come da copione; un attico a Trastevere; varie ville nelle location ultra gettonate d’Italia. Figli: uno, Flaminio Eccetera, cresciuto con la prima moglie e che per nessun motivo accetta di essere chiamato con un nome solo.
Questo Ruggero Bramante il Pianto non sarà più coglione degli ingegneri informatici basici che, invece di elencarmi le hard skills, mi chiedono a bruciapelo 50K di RAL, il full remote, i buoni pasto da venti euro e l’abbonamento a Netflix, in quanto loro sono ingegneri, e tu no. Ma vengo pagata per adularli, perciò non gli risponderò mai di andarsela a prendere nel culo, loro e l’Information Technology.
Sorseggio il vino, così da avere la voce pulita e non impastata. «Grazie della disponibilità, Ruggero,» dico, recitando il preambolo di una buona candidate experience «sono contenta di conoscerti, finalmente. Flaminio Giulio Maria mi ha parlato di te, ma preferirei mi raccontassi tu qualcosa. Di cosa ti occupi?»
La prima regola di un bravo recruiter è mettere a proprio agio i candidati, ma stavolta mi sento a disagio io, e continuo a sentire la voce di mamma che mi raccomanda di comportarmi bene e di scendere a compromessi, ché questa è la mia occasione per fare la signora e riscattarmi dalla miseria in cui ha dovuto crescermi. Solo che io preferisco i panini farciti dalle ditone zozze di Augusto a questa mise en place e, se sono brava a fingere un sorriso, non sono brava a mascherare il disgusto.
Ruggero, i capelli grigi laccati, sorride con cordialità e, nel romano epurato da accenti proprio degli arricchiti, mi snocciola info che ho già e mi chiede, piuttosto, io e Flaminio Ave Maria dove ci siamo conosciuti. I candidati stronzi ti anticipano sempre con domande a cui avresti praticamente già risposto, se solo ti avessero lasciato il tempo di raccontare azienda, profilo, mansioni. La seconda regola è non lasciare mai, mai, che sia il candidato a condurre la conversazione. Avevo previsto fosse così anche il Piangente Bramante, non sono più una stagista. All’epoca volevo rendere il mondo del lavoro un posto migliore e i miei sorrisi erano genuini, finché a metà del primo giorno ho capito che il mio mestiere è odiato dall’umanità.
«Ci siamo conosciuti in un contesto dinamico e con ottime opportunità di business.»
«Ma dai? Un convegno?»
«Potremmo definirlo così.»
«Ora li chiamano workshop, l’importante è che siamo tornati a farli in presenza» decreta il manager boomer amante del controllo. «E su cosa verteva il convegno?»
«Difficile riassumerlo. Potrei dirti sugli odierni modi di relazionarsi.»
«Ah, interessante. E dove si teneva?»
«Su un’app di incontri.»
Ruggero rimane interdetto, le sopracciglia sale e pepe si inarcano, giusto un attimo. Hai ammiccato alla sculacciata, Signor Piangente, adesso ti scandalizzi? Alma mi porge il sauté di cozze facendomi l’occhiolino. Il CFO Piangente, forse per reagire all’imbarazzo, si lancia in un discorso sulla solidità del mercato ICT e il mio cervello si spegne. Appena gli cedi la parola, i candidati sciorinano un discorso preconfezionato in base al ruolo, quando io vorrei solo sapere perché la gatta si chiama Brancamenta, ché tanto il colloquio HR è solo il primo step di selezione e non sono mai io a decidere chi assumere e chi no, è il business che sceglie post colloquio tecnico. E tu sai, Ruggero, che ora sono io la candidata. Mi assumerà formalmente Flaminio StoCazzo Maria, ma solo in base al tuo feedback.
Sono al centro di una stress interview da cui si esce solo con supercazzole ben piazzate, e in queste sono allenata. Mi fingo partecipe, mormoro un «Ah-ah» di circostanza che dà all’uomo l’illusione di condurre il gioco. La chiave è questa: instillare fiducia, così, se il candidato accoltella i colleghi, si sentirà in un luogo abbastanza safe per uscirsene con una red flag. Il ruolo dei recruiter non è scovare persone competenti, ma dei pazzi. A colmare il vuoto di hard skills si fa sempre in tempo, è sulle soft che non si può far nulla.
Alma si accerta che ci sia sufficiente vino a tavola e Ruggero mi illustra gli obiettivi sfidanti del Finance per l’ICT. «Il Metaverso è on top sul budget del global.»
«Certo, filla sicuro.»
E quello si gasa e riparte a mitraglia. Sparare un inglesismo a caso con i manager funziona sempre, anche se il significato rimarrà oscuro always.
Alma mi piazza davanti spaghetti ai frutti di mare, impiattati con una composizione di gamberoni e vongole così precisa che mi convince ancora di più ad assumerla e a delegarle tasks come l’aggiornamento del database, la cosiddetta Pipeline in Excel – che se sbagli a scrivere una virgola si sminchia e cancella tutti i dati e puoi piangere quanto vuoi, Excel non tornerà indietro, mai.
Forse dovrei separare la vongola dal guscio e mangiarla come i Piangenti, ma non mi vergogno delle mie origini. La prendo e la succhio.
Mossa sbagliata, Sara, hai dato un’info di troppo al candidato.
Il CFO si interrompe per un attimo, guarda il figlio, che ride e mi accarezza le mani. Ride sempre quando mi vede fare qualcosa senza formalità, lo trova così strano. Sono il suo giocattolo, gli piace sfottermi con gli amici se gli faccio notare che se suo figlio non può usare la Porsche di papà per andare al mare non è un problema di vitale importanza, basta prendere i mezzi – «Ma ha un culo da paura» replica Flaminio Hotrenomi.
So che dovrei scappare, lo so. Ma sono nata nella miseria. L’attico a Trastevere, le ville in Sardegna e un’azienda tutta mia mi fanno più gola di quanto il disprezzo mi faccia male. A quello sono abituata.
Divorzierò come la madre di Flaminius Giulius Maria, che mi ha già dettato gli step da seguire per godermi la vita da ricca signora con le carte di credito dell’ex coniuge. Anche lei viene dalle borgate, si è fatta strada da sola e ha sposato il Piangente padre per sistemare la famiglia. Credevo mi avrebbe odiata, invece non vedeva l’ora di trovare un’alleata.
Il pensiero mi conforta, mentre redigo a mente la scheda candidato di Ruggero. Ce la cantiamo così fino agli economics, che giungono di fronte a una torta al cioccolato sette veli. Come in una recita, il mio fidanzato va in bagno, Ruggero si avvicina e mi versa dello champagne. Mi scosta una ciocca dalla guancia, indugia sul collo.
Non lo scanso.
La gattona si piazza sulla porta, miagola, gli occhi verdi fissi nei miei.
Ruggero mi chiede i miei desiderata, e io, da brava candidata che ha fatto i compiti e ha studiato le RAL del mercato, gli elenco i punti che mi hanno consigliato mia madre, mia nonna, la ex moglie. Lui ammicca, mi porge il calice di champagne.
Brancamenta gira in tondo sulla soglia della porta, dà una testata sugli stinchi di Alma, la cui divisa svasata spunta dallo stipite.
Il CFO mi prospetta l’offerta pensata per me in base al budget disponibile e al ruolo da ricoprire: un attico con vista su San Pietro, matrimonio da sogno e tutto il welfare che vorrò, con una sola clausola, quella che le precedenti fidanzate del figlio hanno rifiutato.
Ruggero si bagna l’indice con lo champagne, mi fissa la scollatura, poi torna a guardarmi in faccia. Io resto immobile. «A Flaminio Giulio Maria piace guardare.» Mi inumidisce le labbra di bollicine, si lecca il dito.
Il welfare ha sempre una contropartita. Ho l’istinto di prendere il cellulare. Stamattina Augusto mi ha fissata di colpo, mentre girava lo zucchero nel caffè con quelle ditone in cui spariva il cucchiaino, la pancia che toccava il tavolino sotto la maglietta della salute. «Lo sai che me devi chiama’ se te fanno qualcosa, sì? Tu basta che me chiami e poi ce penso io.»
Mi piacerebbe essere salvata, ma non è così che va. Non succede mai.
Toglierò mamma dalla frutteria, darò a nonna una bella villetta con i termosifoni, aiuterò Augusto ad aprire il ristorante che ha sempre sognato, assumerò in regola l’albanese e l’indiana, finalmente.
«In fondo,» dice il CFO Piangente, «non vorrai mica che mandi al tuo capo le tue foto nuda? Sai che in questo mondo ci parliamo tutti e non troveresti un altro posto.»
Certo che lo so, coglione, ma dovevo pagarmi gli studi e campaci tu con mille euro al mese in tre, con bollette, affitto e tasse.
Vorrei lanciargli lo champagne in faccia, perciò mi concentro sullo yacht verso Capri, la gattona stesa sulla pancia e Alma che mi racconta i fatti di tutti.
«Ho anche io una condizione.» L’espressione sorniona di Ruggero Piangente vacilla. «Voglio il doppio del mensile della madre di Flaminio. E verranno con me Alma e Brancamenta, e i cuccioli che avrà dal gatto randagio con cui si è accoppiata mentre tu ti facevi fottere da quel ragazzino, la settimana scorsa, piegato a 90 sul sedile della Jaguar.»
La risposta gli muore in gola. Succede ogni volta che il recruiter ricorda al candidato che è lui ad avere il controllo e non il contrario.
La gattona miagola e si dirige flessuosa verso le mie gambe.
«Alma perché ti ha sopportato troppo, Brancamenta perché ordinerai alla domestica di chiudere i gattini in una busta e gettarli, come hai fatto le ultime tre volte. Sia mai che la tua gatta di razza abbia dei figli bastardi.» Lei mi salta in grembo e mi struscia la testa sul collo. La abbraccio, come vorrei abbracciare me stessa. «Quanto al ragazzino, a me ha detto di avere sedici anni. Minorenne, Ruggero. Sono sicura anche io che Banca X starebbe meglio senza sapere della sua esistenza.»
Non parla più, si è scostato.
«Che c’è? Sai meglio di me che la prima offerta è sempre la più bassa.» Sollevo il calice, Brancamenta strizza gli occhi su di lui. «Allora, Ruggero, qual è la mia start date?»

