Flavia Catena
Illustrazione di Valeria Quaglino
Era accaduto a tutti i bambini della famiglia Piazza, maschi e femmine indistintamente: all’età di nove anni erano diventati adulti. Adulti come i loro genitori, come i maestri di scuola e i vicini di casa con figli al seguito, come gli attori che ammiravano al cinema il sabato pomeriggio.
Il passaggio dall’infanzia alla maturità era stato improvviso e violento. Un attimo prima eccoli a giocare con le macchinine o le bambole, e un attimo dopo a tenersi lo stomaco contratto dagli spasmi, invocando l’aiuto di santi e diavoli insieme.
Muscoli e pelle bruciavano, le orecchie fischiavano e i peli che crescevano sulle gambe, più lunghi per i bambini, più corti per le bambine, grattavano la stoffa del pigiama quasi fossero aculei. Ci volevano dei minuti, talvolta delle ore, perché si ammorbidissero. Allo stesso modo in cui i dolori attaccavano i loro corpi, sentimenti mai provati, dalla profonda tristezza all’euforia incontrollabile, prostravano le loro anime.
Talvolta le ferite riportate lì dentro, nella parte invisibile di sé, facevano fatica a guarire, e capitava che non si sanassero mai del tutto. Restavano piccole schegge, conficcate in mezzo ai polmoni o in gola, che rendevano difficile, a seconda del caso, respirare oppure ingoiare, se non addirittura parlare.
Alcuni dei bambini e delle bambine sopportavano meglio l’affanno che l’incapacità di esprimersi. Si chiedevano però se gli adulti, quelli che lo erano da tempo, provassero ancora quel disagio, o se con gli anni fossero riusciti a liberarsene. Anche quando il malessere dei primi giorni passava, la nuova forma assunta, sia fisica che mentale, restava là, calcificata: impossibile modellarla o anche solo scalfirla senza danneggiarla. Da qui la resa. Un’esclamazione piagnucolante, a volte piatta, monocorde, priva di vigore, risuonava in casa Piazza: «Sono diventato grande!»
Ettore era il tipico bambino facile alla meraviglia e dalla fantasia spiccata. Non c’era favola in cui non credesse; il mondo degli uomini si mescolava per lui a quello degli animali parlanti, dei folletti, dei nani e degli dei che abitano Olimpi dai nomi sempre diversi (alcuni li inventava lui stesso).
Ogni giorno si svegliava pensando di essere altrove, in una casa nella foresta, in una palafitta sul mare, aggrappato alle ali di un drago o in fondo al cratere di un vulcano spento. Aveva creduto di calpestare più volte anche la luna, mentre i suoi piedi strisciavano sulla sabbia del parco giochi. Il sé adulto era l’unica cosa che non avesse mai immaginato. E sì che in famiglia non si parlava d’altro. Il potere dei Piazza, il “dono”, come lo chiamava suo padre, veniva tirato fuori negli incontri tra i parenti o durante le feste a casa di zia Fiammetta, che, nel ricordare il passato, tornava indietro a quando si era trovata il nipote a scrutarla dal suo metro e settanta, e a chiederle un biscotto con voce profonda.
Diverso invece l’atteggiamento di Riccardo, che nell’ascoltare le storie fantastiche inventate dal fratello minore storceva la bocca o si lasciava sfuggire una risata. Lui era attratto dall’idea di avere la barba, la mascella prominente, i piedi grandi, misura quaranta, sì da poter indossare gli stivali del padre. Non appena le sue guance si fossero sgonfiate, la signora del terzo piano, la fornaia del panificio all’angolo e la zia avrebbero smesso di pinzargliele. L’età adulta era la cosa che aspettava di più; la preferiva persino ai regali di Natale e alla torta alle nocciole che la madre ordinava per il suo compleanno.
«Si tratta di essere padroni del nostro corpo e dei nostri pensieri, capisci?» stuzzicava Ettore prendendo l’argomento. «Non abbiamo bisogno di avere il cappotto abbottonato, la sciarpa annodata al collo, di essere seguiti di continuo, rimproverati e, quando non ci va di mangiare, quasi imboccati.»
«Credi che ci tratterebbe diversamente solo se avessimo i peli sulle gambe e fossimo più alti di lei?» gli rispondeva il fratello.
L’altro sollevava le spalle.
«A te non dà fastidio come ci trattano, è vero?»
Aveva ragione: Ettore non ci trovava nulla di male nell’essere piccolo. Non conosceva un altro modo di vivere e di sentire. E poi non dicevano tutti che la loro era l’età più bella, l’unica che si sarebbe rimpianta e ricordata con le lacrime agli occhi negli anni a venire?
«Fortunato che sei! Goditela per bene la giovinezza!» squittivano le vecchiette che incontrava al parco, la mano ferma in quella della madre.
Giorni dopo, si trovò a pensare più che mai che avessero ragione.
Riccardo si era rotolato nel suo letto per tutta la notte e aveva pianto, gridato come sotto tortura.
«Che cosa provi?» gli chiese Ettore, quando, la mattina seguente, le sofferenze patite dal fratello sembrarono essersi allentate.
Riccardo, che pure aveva smesso di ringhiare e soffiare, non riuscì a rispondere. Teneva la bocca aperta e gli occhi vuoti sulla parete di fronte.
La trasformazione da bambino ad adulto non si era conclusa.
«Io ci ho messo due ore, due ore esatte» sembrò vantarsene il padre. «E tuo zio Falco pure meno. Credo sia stato l’unico maschio in famiglia a dire addio all’infanzia in appena venti minuti d’orologio. Con le femmine, si sa, il processo è più lento. E poi loro, ammettiamolo, frignano di più.»
«Ah, è così?»
Sofia, la madre di Ettore, scattò dalla sedia, paonazza.
«D’accordo, scusami cara, ma l’ho vista mia sorella… Le ci sono voluti sette giorni, sette lunghi giorni per tornare alla luce. Sembrava un pipistrello nella grotta. Giustamente! Alcuni dolori sono davvero insopportabili, ma lei non si lasciava aiutare. Respingeva persino mia madre, e se non fosse stato per mia nonna che la convinse a mangiare gelati e macedonie, sarebbe morta d’inedia.»
Arturo era facile alle esagerazioni e alle critiche. Sofia, sapendo come fosse fatto il marito, mise da parte la rabbia e si concentrò sul figlio sofferente. Ettore non si era intromesso nella conversazione, per paura di essere rimproverato, ma, se avesse potuto parlare, avrebbe detto: «Frigna anche lui, papà. Frigna tanto.»
Poi, col buio, arrivò la febbre. La si poteva sentire: si muoveva sul corpo di Riccardo come una fiamma scoppiettante.
«Secondo me non ce la fa…» balbettò Ettore, dopo aver chiamato i genitori che dormivano. E la madre quasi svenne per la paura.
Riccardo non morì, ma quella febbre crepitò fino alla sera del giorno seguente. Nello spegnersi, si portò via le ultime tracce del bambino che era stato.
Ettore raggiunse gli undici, i dodici e i tredici anni senza patire alcun cambiamento; a sedici era ancora glabro, le sue corde vocali restavano corte e la sua voce squillante. Il bambino che parlava con i gufi e con il re delle galassie non era cresciuto che di quattro centimetri entro i diciassette anni. Anche il suo viso era quello di sempre, roseo e paffuto.
«Ma davvero non ci vai?» gli domandò Riccardo una sera.
Lui, ormai uomo, si era fatto crescere persino i baffi e se li lisciava pensoso.
«Non m’importa.»
«La tua prima gita fuori casa, e non t’importa?»
La scuola aveva organizzato un viaggio di cinque giorni a Vienna, ma Ettore era deciso a non partire. Nonostante i genitori gli avessero lasciato libertà di scelta e i compagni di classe si fossero riuniti intorno al suo banco giungendo le mani per supplicarlo; e nonostante il desiderio di ammirare di persona le opere di Gustav Klimt che avevano ispirato tante delle sue storie, si era mantenuto fedele alla sua risposta iniziale: «No, non vado.»
«Ti confesso una cosa: io sono scappato dall’albergo durante la mia prima gita. Ho trascorso la notte fuori, in compagnia di un gruppetto di ragazzi greci con cui potevo soltanto ridere e bere perché non capivo una parola di quelle che mi dicevano» tornò all’attacco Riccardo, dopo essersi allontanato per rispondere al telefono. «È stato bellissimo! In quell’occasione ho anche conosciuto Carlo. Era lui che mi chiamava un attimo fa, e sai per dirmi cosa? Che sono invitato a casa dei suoi, in montagna, a Pasqua. Vedi, mi farò un’altra vacanza da solo. Davvero non capisco come tu possa stare sempre aggrappato alla gonna di mamma o qui a leggere favole!» sbottò, sbirciando uno dei libri che il fratello teneva sulla scrivania, Le avventure di Cipollino.
«Mi piace leggere e mi piace passare del tempo con la mamma e uscire con lei.»
«Fai quel che credi.»
Come Riccardo, anche Arturo mostrava preoccupazione per il figlio.
Erano tante le cose che, a detta dei maschi di casa, Ettore avrebbe dovuto fare, tante le prime esperienze delle quali mostrarsi quantomeno curioso.
La sigaretta che alcuni compagni gli offrivano all’uscita della scuola, ad esempio, non l’aveva mai neanche portata alle labbra. Non beveva vino a Natale o spumante a Capodanno. Il caffè lo rifiutava pure nel latte dicendo di avere una mente sempre sveglia. In spiaggia, d’estate, costruiva ancora castelli di sabbia e fra le giostre alle fiere sceglieva i caroselli, mai il tagadà.
Non era interessato a conoscere i vizi degli adulti o il piacere che generano certi svaghi. Anche i suoi gusti in fatto di cibo non avevano subito alcuna evoluzione. Sebbene non fosse mai stato un bambino schizzinoso, continuava a rifiutare crostacei, molluschi, bistecche, ciò che il padre prometteva gli sarebbe piaciuto raggiunta la maturità. E invece Ettore arrivò ai diciott’anni senza aver mangiato un gambero, impressionato dalle sue antenne, senza aver dato un morso a un babà, perché grondante di rum, e senza essersi mai innamorato.
L’amore era un vestito troppo largo ai suoi occhi, le maniche lunghe e l’orlo dei pantaloni da risvoltare. Non avrebbe potuto muovere un solo passo con quello indosso senza cadere. Riusciva a scriverne, essendone attratto; fantasticava di volpi innamorate, di matrimoni fra maghi e maghe, di famiglie che si formavano e sviluppavano, ma di mettere sé stesso in quelle pagine proprio non gli riusciva, così come non era capace di guardare Claudia negli occhi.
Un anno meno di lui, sopravvissuta allo strazio della primina a cui l’avevano costretta i genitori e a due cambi di sezione, Claudia sedeva al banco dietro il suo da quando avevano entrambi dieci anni. Gli occhi di lei erano della stessa sfumatura di azzurro che Ettore usava per colorare le stelle sui cieli nerissimi dei suoi disegni.
«Perché non provi a parlarle? Secondo me tu le piaci. Invitala al cinema, andate a prendere una pizza insieme» lo spronava Tommaso, suo compagno di classe e migliore amico.
«Smettila di fare il cretino!»
Disinteressato alle ragazze e a qualunque tipica attività serale, Ettore si chiudeva in camera passate le otto. Poi, una volta, Tommaso lo convinse a cenare con lui.
«Va bene, mangiamo qualcosa e poi me ne vado.»
«Certo» lo aveva rassicurato l’amico.
E invece, prima che Ettore potesse accorgersene, i due si erano ritrovati in un bar. Metà della loro classe era lì, inclusa Claudia.
«Ti sei deciso!» proruppe Paolo, andando incontro a Ettore.
«Dimmi, che cosa ti servo?» proseguì Daniele, da dietro il bancone.
«Un succo di frutta.»
Il compagno non reagì.
«Un succo di frutta alla pesca, se ce l’hai» ripeté Ettore. Temeva che la sua voce, già fioca, fosse finita stritolata dalle corde delle chitarre elettriche suonate su un palchetto in fondo al locale.
Daniele agitò allora lo shaker facendo l’occhiolino a un altro compagno, rimasto a distanza, nell’ombra. Era Filippo: Ettore lo riconobbe dal suono stridente della risata.
Rise anche Daniele, mentre Paolo tracannava una pinta di birra. Un paio di sorsi e il vetro rimase macchiato dal bianco della schiuma.
«Non ce l’ho il succo» rispose a quel punto Daniele.
«Prendo quello che prende lui» azzardò Ettore, indicando Paolo.
Nessuno cercò di dissuaderlo, al contrario, si misero tutti a fissarlo mentre mandava giù i primi sorsi. Una fiamma alla volta, il suo corpo e la sua anima s’incendiarono. Riuscì a trattenere a stento le lacrime, ma non i colpi di tosse che seguirono. Il crampo che aveva annodato il suo stomaco lo costrinse infine a piegarsi tenendosi la pancia.
Stava succedendo davvero? Stava diventando un uomo?
Quel pensiero lo avvelenò più dell’alcol.
Ettore respinse le attenzioni di Tommaso, la mano di Paolo che cercava di trattenerlo, gli sguardi dei ragazzi alla porta che puntavano il suo volto e le sue orecchie rosse, e uscì.
Rannicchiato sotto l’arco di un portone, nascosto dalle luci della strada, Ettore si toccò il viso, si tolse le scarpe e sollevò i pantaloni fino alle ginocchia, per controllare che il suo corpo fosse quello che ricordava: niente peli, non un muscolo più lungo, un osso più sporgente, una smagliatura sulla pelle. Aveva soltanto una fortissima nausea e i capogiri lo facevano sbandare.
«Non preoccuparti. Domani se ne saranno già dimenticati, e tu starai bene… meglio.»
Claudia si rimpicciolì accanto a lui, piegando le ginocchia e chiudendo le spalle a proteggere il cuore. Quello di Ettore batteva tanto forte quanto il suo. Lei, però, era un’adulta; aveva cambiato forma da tempo: fianchi, seno, persino i capelli erano cresciuti per dimensione e volume. E il suo sguardo si era affilato: sembrava cogliesse più cose di quelle che notavano i grandi.
«L’alcol mi fa schifo. Bevo a malapena per il compleanno di mio padre, perché lui insiste che bisogna fare il brindisi davanti alla torta, per la solita foto di rito, ma devo dire che non mi piace affatto.»
Claudia rise, sperando che Ettore seguisse il suo esempio. Il ragazzo, invece, non parlò né si mosse.
«Ne vuoi? Mia madre dice che aiuta mangiare qualcosa» e gli offrì dei grissini, di quelli trovati al bar.
Ettore li accettò in silenzio e fece attenzione, anche nel masticare, a non emettere alcun suono. Qualunque rumore venisse da dentro il suo corpo lo infastidiva.
Solo quando vide la ragazza che ne sbriciolava uno per terra, chiese: «Che cosa fai?»
«È per i topi» gli spiegò Claudia. I suoi occhi azzurri brillarono raggiunti dal raggio di un faro di bicicletta.
«I topi?»
«Sì. Non lo dire a nessuno, ma io li trovo adorabili. Da bambina li vedevo aggirarsi nel giardino di mia nonna. Ho scoperto allora che hanno gli stessi gusti dei folletti in fatto di cibo.»
Anche gli occhi di Ettore brillarono, nonostante fossero tornati al buio.
«Se resti qui con me, puoi vederli anche tu. Dopo che se ne vanno i topi, arrivano i folletti. Loro raccolgono le briciole più piccole, quelle che per noi e per i topi sono invisibili.»
Ettore rimase a fissare il pavimento insieme a Claudia. Ogni tanto lei sospirava e lui tratteneva il fiato, in attesa che la magia si compisse.
Dovettero aspettare mezz’ora perché arrivassero i topi e un’ora prima che i folletti sfilassero davanti a loro. Li scorsero e si portarono le mani alla bocca per trattenersi dall’esclamare troppo forte: «Eccoli!» C’erano ancora bambini nascosti tra gli adulti, pensò Ettore, e nel tornare poco dopo a casa sbriciolò sul marciapiede un ultimo grissino.

