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Se l’amore che avevo non sa più il mio nome

SE L'AMORE CHE AVEVO

Matteo Marenco

Illustrazione di Balena Kunst


Lo sollevai e mi parse leggero. Cerniere solide, design contemporaneo. Scompartimento laptop, tasca interna per borraccia, fondo rinforzato: uno zaino per spiriti urban. Su una spallina c’era scritto: “dream big, travel light. La commessa mi disse che era perfetto per le mie necessità, così estrassi la carta di credito. «Appoggia pure qui.» E pagai. A breve saremmo partiti per due giorni a Lisbona e dovevo essere preparato. Le strade della città erano gremite di turisti, faticammo a orientarci. Due cose ci riuscirono bene: salire sui tram gialli senza pagare il biglietto e ingollare litri di Super Bock ghiacciata. Quarantotto ore mi sembrarono due. Tornammo a casa esausti ed elettrizzati. Nei giorni successivi, io e miei amici stilammo una lista. Venti destinazioni in cui passare un weekend. A Lisbona seguirono Parigi, Budapest, Madrid, Atene, Amsterdam, Londra, e chi sa quali altre. Partivamo appena avevamo quattro soldi e due giorni liberi. Ci incontravamo in camera mia, consultavamo la lista, cercavamo i voli più economici e decidevamo la prossima meta. Era una competizione tra noi stessi e nemmeno sapevamo chi. Il momento valigie era sempre intenso. Nei giorni prima della partenza pensavo che il mio zaino non avrebbe mai contenuto tutto ciò di cui avevo bisogno. Ogni volta mi sembrava di sfidare l’impossibile, poi trovavo un nuovo incastro e i conti tornavano. Ero tentato di aggiungere un bagaglio, ma non lo facevo. Costava troppo. Se tutti ci riuscivano, anch’io dovevo viaggiare leggero. Toccava imparare a scegliere l’essenziale.

A un certo punto qualcosa si ruppe. Londra. Forse fu Londra. Avrei voluto comprare quelle Jordan, le cercavo da mesi, ma nel mio zaino non entrava più nemmeno una moneta da due pounds. Mi allontanai di due passi dalla vetrina, le fotografai, mi ripromisi di acquistarle su Internet. Poi realizzai: non sarebbe mai stata la stessa cosa. Avrei voluto comprarle in quell’esatto momento, costruire un ricordo. Ma viaggiavo leggero, non avevo spazio per cose inutili. E Parigi? Mia madre aveva sentito di quella bottega al Marais che preparava le crêpes con una ricetta antica. Mi chiese un paio di confezioni, ma io viaggiavo leggero. Le mandai una foto e le dissi che spedivano in tutto il mondo. A Madrid fui altrettanto diligente, ma non bastò. Mi fermarono prima dell’imbarco. Mi ordinarono di inserire lo zaino in quello strumento infernale che controlla le dimensioni. Non era più pieno del solito, ma quel giorno decisero che era troppo spesso. 80 euro, il prezzo da pagare per chi non era capace di viaggiare leggero.

Poi arrivò l’alluvione. Allagò le cantine e distrusse i negozi nel centro città. Due settimane dopo incontrai i ragazzi per pianificare il prossimo viaggio. Dissi loro che per un po’ avrei smesso di prendere aerei. Mi guardarono perplessi. Avevo capito che il cambiamento climatico parte dai gesti di ognuno e io non volevo più essere parte del problema. Mi chiesero da dove arrivasse questa mia stravaganza, non ne avevo mai parlato. Risposi che parte del problema era anche il nostro silenzio. Alcuni mi derisero, altri si fecero scuri in volto. Per mesi non viaggiai, poi un giorno presi borsone e zaino per spiriti urban e salii su un treno. Era la prima volta che viaggiavo così pesante. Non avevo che due bagagli, ma non sapevo come muovermi. Temevo di dimenticarli in stazione o sulla cappelliera nelle carrozze. Me lo aspettavo da un momento all’altro: i controllori mi avrebbero fatto pesare i bagagli e avrei preso una multa per il peso in eccesso. Invece mostrai il QR code e il signore in divisa passò oltre. Arrivai in una città vicina e trascorsi tre giorni a camminare e cercare osterie. Per la prima volta non avevo un programma fitto di musei da visitare, prodotti locali da assaggiare, scorci da fotografare. Mi sentivo perso, avevo dimenticato come si sta fermi su una panchina a fissare un laghetto con le anatre. Pensai che Lisbona era stupenda, ma anche quella nuova città sconosciuta aveva un sapore degno di essere scoperto. Telefonai a parenti e amici, nessuno aveva visitato quel luogo. Eppure c’era un castello medievale, un grande giardino pubblico ben curato, un palio antico al di fuori della città.

Iniziai a muovermi sulle rotaie. Mi bastò qualche viaggio per prendere confidenza con i mondi in movimento che osservavo dal finestrino. Non scattavo subito. Aspettavo. Aspettavo di trovare la scena che avrei voluto trattenere. Poi cliccavo e i contorni rimanevano sfumati. Volevo questo: fermare i frammenti dei paesaggi che scoprivo. Cominciai a collezionare le foto. Cascine, ciminiere, mucche a riposo ai lati della strada. Fili d’erba, canali di irrigazione, insegne illeggibili di ristoranti; e campanili, stazioni abbandonate, scorci di mare, balconi carichi di bucato, luci nel buio, campi da calcio, bocciofile; e cieli nuvolosi e cieli intensi e cieli soleggiati. Un giorno comprai un cartellone bianco e incollai le foto. Poi lo appesi al muro di camera mia e rimasi a guardarlo. Mi accorsi di quei capelli solo dopo qualche minuto. Erano a lato di una fotografia, si confondevano con un vecchio muro in mattoni rossi della stazione. Mi ricordai di lei. L’avevo vista passare sulla banchina qualche giorno prima.

Era uno di quei giorni in cui prendevo il treno senza una destinazione precisa, solo per scattare. Tolsi l’occhio dal mirino della macchina fotografica e la vidi seduta di fronte a me. Mentre il treno ripartiva, guardai fuori dal finestrino. Scorsi il muro in mattoni rossi della stazione. Era lei, proprio lei. Una ragazza alta e magra con un grande anello al naso. I capelli rosso scuro, gli occhi castani illuminati dal sole che entrava dal finestrino. Maledetta la mia timidezza. Ero a un passo dal chiederglielo, ma ero bloccato. Allora scattai un’altra foto al panorama e poi d’improvviso le domandai se potessi chiederle una cosa. Lei tolse le cuffie e rispose di sì. Era timida, o forse infastidita. Non riuscivo a capirlo.
«Non ci crederai, ma penso che tu sia in una foto che ho scattato. Avevi lo stesso giubbotto di jeans. E i capelli rossi, così!» la indicai.
Mi chiese di mostrarle l’immagine. Non l’avevo con me, spiegai. Glielo lessi in volto: non ci credeva, pensava a una goffa scusa per abbordarla. Ripetei che no, non era una scemenza. L’avevo stampata, era in camera mia insieme alle altre. Da quando avevo smesso di prendere l’aereo avevo cominciato a raccogliere foto di paesaggi dal treno. Insieme formavano delle storie. Mischiandole trovavo trame sempre nuove. Da poco la mia collezione era diventata anche un podcast. Si chiamava Terre di mezzo e raccontava, attraverso le fotografie, paesaggi visti dal finestrino di un treno. Le avrei mandato la foto non appena sarei tornato a casa. La avvertii: non era una bella immagine. Cercavo di scattare foto vive, non belle. Abbozzò una punta di entusiasmo.
«Dove posso mandartela?» chiesi.
Mi diede il contatto Instagram con un residuo di diffidenza. Poi disse di chiamarsi Camilla e continuò ad ascoltare la musica.

 

 

 

 

Il primo viaggio non posso dimenticarlo. Andammo in Umbria. Era luglio e una signora in stazione, il giorno della partenza, non faceva che ripetere: «Che caldo, si boccheggia, che caldo, si boccheggia.» Prendemmo quattro, cinque, forse sei treni in pochi giorni. Passavamo più tempo in movimento che fermi. Era proprio ciò che volevo: la corsa sulle rotaie valeva quanto la visita a un museo o la salita a quindici euro a un campanile del 1300. Più tempo, meno velocità. E più bagagli. Oltre al mio zaino per spiriti urban, in Umbria portai un vecchio trolley e diversi oggetti voluminosi e inutili: ukulele, pallone da calcio, frisbee, materassino da yoga, pattini a rotelle. Camilla lo ripeté per tutto il viaggio: avevo esagerato. Ma all’appuntamento successivo si presentò in stazione con un borsone in più e un tamburello per accompagnarmi all’ukulele. Cominciammo a viaggiare insieme. Lei portava una borsa di tela solo per i libri. Ne selezionava cinque e in treno decideva quale leggere. Ce lo ripetevamo continuamente: quello era il vero sognare in grande, quella la vera leggerezza. Altroché dream big, travel light.

Una sera era ottobre, al crepuscolo, e le onde di turisti che scarnificano certi borghi erano già passate. Sedevamo sulla sabbia fine di una spiaggia a pochi passi dal lungomare. Al largo dominava il silenzio, tra i balconi delle vecchie case si sentivano correre le voci degli abitanti. Avevamo con noi l’ennesimo oggetto inutile: una piccola cassa per la musica. Play. Lo facevo spesso. Partì quella canzone di Ivano Fossati, I treni a vapore. Parlammo ancora una volta di cosa significhi viaggiare e di come sia meglio farlo.
“Viaggiatori viaggianti da salvare”
Ormai era chiaro, viaggiavamo per scoprire nuove terre di mezzo. Il tragitto era importante quanto la destinazione. Non volevamo essere trasportati come pacchi postali.
“Come i treni a vapore, come i treni a vapore”
E volevamo viaggiare leggeri, senza misurare i grammi degli oggetti che portavamo con noi. Del peso non ci importava nulla. La nostra leggerezza scorreva fuori dal finestrino del vagone. La mia certezza più solida: non avrei mai più preso un aereo.
“Di stazione in stazione, e di porta in porta”
Lei ogni tanto diceva che uno strappo alla regola lo avrebbe fatto. Mi infastidiva, ma facevo finta di niente. Cercavo di cambiare discorso.  
“E di pioggia in pioggia, e di dolore in dolore”
Eravamo appoggiati l’uno all’altra quando mi chiese di accompagnarla a Londra in aereo. Era importante. Di lì a pochi giorni ci sarebbe stato il summit annuale del movimento internazionale per il clima e lei doveva parlare con alcuni attivisti per la tesi che stava scrivendo. Non poteva mancare.
“E mi sogno i sognatori che aspettano la primavera”
No. Risposi semplicemente di no.
Poi la discussione fu un crescendo. Le dissi che era un’incoerente. Rispose che la mia coerenza individuale serviva a ben poco. Ogni tanto bisognava sporcarsi le mani per fare qualcosa di pulito. Quella frase mi arrivò come un tizzone ardente sulla pelle.
«E prendere un aereo sarebbe pulito? Apri Flightradar, guarda cosa c’è sopra le nostre teste in questo momento. Ci avveleniamo ogni secondo.»
“O qualche altra primavera da aspettare ancora”
Insisteva: c’era bisogno di convincere le persone. Parlare, scrivere, cantare. Comunicare, bisognava comunicare. Il mio podcast era un apprezzabile sforzo individuale, ma non bastava. Serviva di più, serviva creare una coscienza collettiva. Stare chiusi nei propri gusci era inutile. E fin troppo comodo, codardo, vigliacco, snob. Gridavamo e le nostre voci si aggiunsero a quelle che provenivano dalle vecchie case affacciate sul mare. Camilla a un certo punto si alzò e mi disse che oltre alla mia scelta, alle mie terre di mezzo, c’era anche lei. C’eravamo anche noi, la nostra relazione che durava da più di un anno e che non poteva andare avanti così. Andò via infilandosi a passo spedito tra le strade del paese.
“Se l’amore che avevo non sa più il mio nome”

Lasciare il letto diventò complicato. Era passata una settimana, Camilla non mi aveva ancora scritto. Mi sentivo un perdente all’idea di mandarle un messaggio. Forse anche lei ragionava così? Una mattina fissai per mezz’ora il cartellone delle foto, temevo che senza di lei non avrei più preso un treno. Le scrissi.
“Cami?”
Mi rispose due ore più tardi. Più in fretta di quanto immaginassi.
“Sono incazzata, e delusa. Tesi. Mi concentro su tesi e poi parliamo.”
Lo stesso giorno ricevetti una chiamata. Gli ascolti del podcast erano cresciuti, le interazioni social volavano. C’era una proposta: presentarlo dal vivo. Un palco, un tavolo e due poltrone, un pubblico. Delle fotografie vive di cui parlare. Accettai subito. Terre di mezzo chiamava, dovevo rispondere. Avrei parlato della foto con il muro e la ragazza dai capelli rossi? No, non avrei retto. Non mi pareva una buona idea commuoversi durante la prima presentazione del podcast. La sala era piena e mi offrirono anche una birra, come succede agli ospiti graditi. Portai il mio zaino per spiriti urban, lo poggiai di fianco alla poltrona. E il cartellone. Era la prima volta che lasciava camera mia, ma se la cavò alla grande. Lo stesi sul tavolo e feci proiettare le immagini su uno schermo. Raccontai le origini di “Terre di mezzo”. Un giorno mi ero accorto che i nostri viaggi in aereo erano diventati tutto un timbrare il cartellino. Non era rimasto nessuno spazio per gli imprevisti. Se capitavano, arrivavano sotto forma di biglietti non rimborsabili, bagagli non assicurati e pagamenti extra. E costavano cari. Molto cari.
«So che c’è stato un punto di svolta» mi chiese l’intervistatrice.
Spiegai dell’alluvione e della spinta che mi aveva dato.
«È stato il calcio in culo di cui avevo bisogno» dissi.
Poi sollevai lo zaino e indicai la scritta sulla spallina destra: “dream big, travel light”.
«È un inganno! Cosa ho capito grazie a Terre di mezzo? Che viaggiare leggeri non significa muoversi con zaini strabordanti, camminare quindici ore al giorno in città mai viste prima e completare la lista delle cose da vedere!»
Mi sporsi in avanti e presi il cartellone.
«Al contrario, leggerezza è godersi il paesaggio senza contare i chili sulle spalle, apprezzare ciò che ci scorre a fianco senza pensare alla destinazione: scoprire, non raggiungere obiettivi!»  
Il primo pubblico della mia vita applaudì calorosamente. Fui felice, e cercai la chioma rossa di lei, ma non c’era. Realizzai che non ci vedevamo da tre settimane. Ripensai ai quei versi: “se l’amore che avevo non sa più il mio nome”.

Sul treno del ritorno mi lasciavo cullare dal sobbalzo delle carrozze. Avevo bisogno di riposo, ma l’adrenalina mi teneva a forza gli occhi aperti. Tutta quella gente per Terre di mezzo! Guardai il mio zaino, pensai di cancellare la scritta sulla spallina destra. Poi mi dissi che sbagliavo: le avevamo dato un nuovo significato. Toccava diffonderlo. Comunicare, bisognava comunicare.
Presi il telefono e arrivò una chiamata.
Sentii il viso accalorarsi.
«Se è uno scherzo, non è divertente» dissi.
Ma non era uno scherzo. Era la sorella di Camilla. In fin di vita. Disse che Camilla era in fin di vita. Era andata a sbattere con la macchina contro un albero mentre tornava a casa dalla biblioteca. Non seppi rispondere. Mi sembrò di avere dimenticato tutto: il mondo che rifiutavo, quello che avrei voluto vedere realizzarsi, gli aerei, i treni, le città come merci, i paesaggi come materia viva.
«Posso venire all’ospedale?»
Mi rispose che sì, le avrebbe fatto sicuramente piacere.
Presi zaino e trolley e mi precipitai verso casa. Volevo portarle la fotografia del muro della stazione. L’avrei messa sul comodino nella sua stanza. Ma c’era, vicino al letto in cui respirava a fatica, qualcosa di simile a un comodino? Non sapevo. Ero così sicuro che mi avrebbero fatto entrare in stanza? No, non ero sicuro di niente. Avevo dimenticato tutto. Mamma aprì la porta sorridendo. Quando mi vide si spense. Non riuscivo a parlare, le gambe non mi reggevano. Spalancò le braccia e domandò cosa fosse successo. In fondo alle scale vidi una grande scatola di cartone. Le chiesi che cosa fosse.
«Non lo so. È passata Camilla poco fa a lasciarla. È per te, mi ha detto.»
Sventrai il cartone con una forza inaspettata.
Una valigia nuova. Rigida, con le ruote robuste e il lucchetto a combinazione. Alla maniglia era assicurato un bigliettino:
Per i nostri futuri carichi di leggerezza.
Cami