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Doppelgänger #1 – Il settimo continente

IL SETTIMO CONTINENTE copertina

un racconto di Michal Hvorecký

tradotto dallo slovacco da Matteo Annecchiarico

revisionato da Zuzana Nemčíková

Illustrazione di Francesca Bruni

Doppelgänger è una rubrica a cura di Emiliano Peguiron


Andò a caccia di spiriti di primo mattino. Appena sveglio si era ricordato che quel giorno doveva istruire un novellino, e la cosa gli aveva guastato l’umore. Sapeva che avrebbe dovuto comportarsi bene con lui, poiché chi poteva sapere che cosa avesse passato la persona in questione. Fin da bambino gli avevano inculcato queste parole: “L’uomo non è un’isola nemmeno su un’isola.” Se solo fosse riuscito a capirle…
Prima di Natale erano affluite con regolarità diverse ondate di immigrati. Per Capodanno avrebbero ricominciato da zero in un nuovo posto. Le banche alla fine di quell’anno avevano confiscato appartamenti e case alla maggior parte di loro.
Si trascinò all’esterno. Il sorgere del sole lo accecò un po’, facendogli girare la testa. La gente sciamava fuori da rifugi e edifici dalle forme più variegate, tonde, oblunghe, quadrate, e iniziava ad assolvere i propri compiti, che riguardavano attività come l’agricoltura autosufficiente, il riciclaggio e l’evaporazione del sale.
Non aveva tempo da perdere. Si precipitò in avanti lungo le piattaforme scivolose. Qua e là notò qualche austera decorazione natalizia. Le turbine eoliche ruotavano vivacemente. La funicolare di metallo al di sopra della sua testa tintinnava come una corda. Spruzzi d’acqua si rovesciavano su di lui come pioggia.
Sul limitare dell’isola, dominato da forte trambusto e dal solito nervosismo, c’era molto movimento. Nel centro di cultura avevano già iniziato a smistare i nuovi arrivati, che avevano trascorso la notte dormendo in sacchi a pelo sopra ad alcuni materassi. Sui loro volti si alternavano sentimenti contrastanti di sollievo e stupore. Le donne che erano in servizio cercavano di tranquillizzare i rifugiati, dedicandosi con particolare attenzione ai bambini. Si potevano sentire frammenti di voci, consigli, ordini, sussurri.
Erano in molti ad avere bisogno di aiuto e di supporto in un momento così difficile, per questo parlava loro anche una sacerdotessa, una imam, altre religiose e terapeute.
Venne fuori che il suo novellino era una ragazza! Di nuovo. Non diede a vedere la propria delusione. Si strinsero la mano, il suo nome era Kai. Sembrava avere qualche anno in più di lui. Viso allungato, capelli mossi, occhi blu come l’acqua e una severità particolare nello sguardo, quasi febbrile.
Le diede rete e guadino e si misero in cammino, dato che stava facendo freddo rapidamente, il che non era niente di sorprendente in quelle regioni remote.
Era ben consapevole di quale fosse il proprio dovere. Forse la prima impressione sarebbe stata cruciale nel determinare quanto velocemente la rifugiata si sarebbe integrata.
Dobbiamo sbrigarci, sta arrivando una tempesta, annunciò.
Il vento si faceva più forte di minuto in minuto e con gocce di pioggia sparse gli picchiettava sul viso.
Le mostrò le basi della caccia. Gli spiriti sono pesci rimasti impigliati per caso in residui di rete industriale, spiegò.
Trovò una foca morta e un mucchio di granchi in un groviglio di piante acquifere e alghe. Inserì le coordinate e chiamò il disossatore in loro soccorso. Ma Kai si chinò sulla carcassa, l’afferrò per la coda e con uno strattone la tirò sul modulo galleggiante. Estrasse da dietro la cintura un coltello arrotondato con un manico d’osso e squarciò il pinnipede per lungo.
Rimase senza parole. Notò che le sue spalle erano più larghe dei fianchi.
Le addette ai generi alimentari portarono via l’animale poco dopo, affinché potesse essere sottoposto a un ulteriore trattamento.
E ora che si fa? chiese Kai.
Raccolsero rifiuti per tre ore. Con pazienza tiravano fuori dall’acqua imballaggi, coperchi e lattine, scansionavano i codici a barre per le querele collettive, decifravano nomi di prodotti che provenivano persino dal Giappone e dall’Australia, li comprimevano e li mettevano poi in zaini impermeabili fatti di bottiglie di plastica PET. Bisognava fare tutto questo prima che cominciassero a dimezzarsi e ad affondare. I pezzi più grandi sarebbero stati utilizzati per espandere le superfici abitabili. Lì vicino si era evidentemente rovesciato di nuovo un altro container da carico pieno di scarpe da ginnastica. Sempre più rifiuti si ammassavano andando a creare massicce corone.
Nuvole nere si muovevano rapidamente nel cielo. La superficie del mare si fece agitata. Gabbiani, fregate e albatros iniziarono a gracchiare, agitando l’aria con le loro forti ali.
Quando da ragazzino era arrivato lì con la madre e la sorella, l’isola di plastica era ancora lontana dall’essere così enorme. Al tempo nessuno aveva ancora sentito parlare di orti, parchi, rose dei venti, pannelli solari, bagni compostanti e università. Adesso la casa galleggiante aveva superato la Francia per dimensione e l’Austria per numero di abitanti. A sinistra un’onda si riversò sulla superficie, sciacquandone via i rifiuti. Indicò a Kai in lontananza dei lunghissimi catamarani ai quali, tramite un collante naturale, si stavano connettendo sempre più materiali; la superficie andava aumentando in tutte le direzioni e nelle proprie viscere trasformava prima l’acqua in ossigeno e idrogeno, e poi l’idrogeno in energia.
Si dilungò nello spiegare come a causa dell’influsso della rotazione della terra quattro delle correnti marine più calde del pianeta erano confluite andando a formare un vortice. I rifiuti di plastica avevano cominciato ad ammassarsi in senso orario e gradualmente avevano formato il settimo continente. Trovandosi in acque internazionali, nessuno l’aveva reclamato. L’ultimo luogo al mondo senza proprietari, confini, recinzioni e mura. Lì lo scopo non era guadagnare. Erano le donne ad avere sempre l’ultima parola su tutto. Le persone che avevano perso la propria casa ne avevano costruita assieme una nuova, equa, sostenibile.
Meglio vivere in mare sulla microplastica, piuttosto che starsene sulla terraferma e mangiarla, disse Kai, e per la prima volta gli sorrise. Le sue orecchie sporgenti diventarono rosse.
L’orizzonte fu attraversato da un lampo. I tuoni si trasformarono in forti boati che l’eco rendeva ancora più fragorosi. Scariche elettriche saturarono la zona, l’aria sembrava bruciare.
Ti lego a me! esclamò, per far sì che tu non cada o ti perda. Metti il giubbotto.
Masse d’acqua si rovesciavano su di loro come il forte getto di una doccia. Il mare infuriava, gettando spruzzi di schiuma bluastra dalle fessure. Non preoccuparti, a causa del centro di gravità più basso nessun edificio supera il sesto piano. Le strutture potrebbero resistere anche a un uragano di quinto grado. La sua voce si perdeva nelle raffiche d’acqua e vento. Il suono acuto di una sirena incitava gli abitanti a mettersi al sicuro.
Invitò Kai a casa sua. Da noi per la Vigilia apparecchiamo sempre per una persona in più, per un eventuale ospite.
Presentò la ragazza a sua madre e a sua sorella. Entrambe l’abbracciarono. Si asciugarono i vestiti, bevvero del tè fatto con acqua condensata e con delle foglie coltivate in una serra lì vicino, e infine si sedettero attorno al banchetto allestito per i festeggiamenti. Per iniziare avrebbe voluto dire qualche parola, ma un colpo di tosse glielo impedì.
Ha un figlio meraviglioso, è stato così gentile da spiegarmi e farmi vedere tutto, penso che diventeremo buoni amici, disse Kai.
Era l’ultima cosa che avrebbe voluto sentirle dire.
Durante la cena le tre donne si misero a cinguettare, come se si conoscessero da sempre.
Vi ricordate della nostra prima Vigilia qui? si inserì lui. Sua madre e sua sorella si misero a ridere, come dimenticarsene, e come dimenticarsi dei velisti a sorpresa alle regate, dei droni che volavano sopra le loro teste, oppure delle lunghe notti in cui lui aveva sofferto di mal di mare, rigettando tutto quello che mangiava, o ancora di quando la superficie si muoveva febbrilmente avanti e indietro fra le isole Hawaii e la California.
Dopodiché Kai descrisse le ultime ore della città portuale nella quale aveva vissuto fin dalla nascita, così come la devastante onda che l’aveva colpita, che si diceva essere la più grande mai registrata nella storia delle misurazioni, e il vertiginoso innalzamento del livello dell’acqua. Poi le parole le vennero meno.
Dopo il pasto le donne iniziarono a parlare in maniera più distesa e le espressioni sui loro volti in qualche modo si ammorbidirono. Più tardi si scambiarono i regali. Con fare modesto, lui ne diede uno anche a Kai. Lo ringraziò con un bel gesto dei palmi delle mani che non riconobbe e che provò a imitare, ma per qualche motivo non gli riuscì. Sopraggiunse il silenzio. Rimasero così, riuniti assieme in un festoso silenzio. Restarono svegli ancora a lungo. “L’uomo non è un’isola nemmeno su un’isola.” Gli era sembrato che il significato di quelle parole fosse diventato in qualche modo più chiaro, ma evidentemente si era sbagliato di nuovo. Per tutta la notte la superficie dell’acqua continuò ad agitarsi ancora e ancora. Il mare, con il fragore delle onde, ululava incessantemente.

Nota del traduttore

Michal Hvorecký è uno scrittore che fa dell’impegno politico e sociale uno dei cuori pulsanti della propria scrittura.
Le sue opere, di solito, dipingono realtà distopiche sorprendentemente vicine alla nostra, con lo scopo di mostrare scenari apocalittici possibili verso i quali la società umana potrebbe degenerare. In questo peculiare racconto di Natale, Hvorecký riprende gli stilemi delle storie a tema natalizio e li trasporta in un’ambientazione cupa e crepuscolare, immaginando una comunità che vive su un’isola formata da rifiuti – il settimo continente –, dove gli abitanti sopravvivono riciclando i resti della loro stessa terra. Oltre a denunciare l’inquinamento dei mari e la crisi climatica, così come l’ostilità dei governi odierni nei confronti dei flussi migratori che cercano asilo in Europa, l’autore tematizza in controluce anche gli aspetti positivi di una società nata dalla necessità di trovare un luogo che possa accogliere tutti, un’isola itinerante alla deriva nell’oceano svincolata dalle dinamiche socio-culturali della terraferma. Infatti non esistono distinzioni di confessione, genere o classe e questo consente la costruzione di una società di rifugiati che accoglie altri rifugiati, in cui vige il rispetto verso il prossimo e verso l’altro da sé, poiché tutti sono necessari alla sopravvivenza dell’isola-continente. In questo spirito di reciproca fratellanza (tipico del periodo natalizio), Hvorecký sembra suggerire che le catastrofi possono rappresentare un’occasione per l’uomo di ritrovare sé stesso e gli altri, al di là di ogni differenza (“L’uomo non è un’isola nemmeno su un’isola”, frase di apertura e di chiusura del racconto).
Da un punto di vista puramente stilistico Hvorecký adotta una scrittura telegrafica, quasi da reportage: le descrizioni sono brevi, incisive, capaci di condensare in poche frasi immagini intense, andando a costituire una prosa asciutta che dona al testo un ritmo serrato. Una peculiarità interessante è l’inserimento dei dialoghi nel discorso indiretto, senza virgolette a segnare le battute. Questa scelta sembra rispondere al desiderio di trasformare il racconto in una vera e propria testimonianza, come se ciò che leggiamo fosse accaduto realmente e fosse stato poi riportato da un osservatore sul campo.
Tra le opere dell’autore, il romanzo utopico Tahiti: Utopia è stato recentemente tradotto in italiano e pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Wojtek.

Matteo Annecchiarico