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Rosmarino

Chiara Checchini

Illustrazione di Marco Amerigo Latagliata


Una vampata di calore mi strappa via dal sonno. Spingo via il lenzuolo, il pigiama è fradicio e anche la fodera del cuscino. Ho freddo e caldo insieme. Giro il cuscino sull’altro lato e mi rannicchio sul bordo del letto vuoto. Senza Aldo mi sento persa: lui mi dà il ritmo, mi mette i paletti; senza di lui è tutto più faticoso. Le sue telefonate non bastano, ma non voglio dirglielo: ha la sua vita, il suo lavoro; e chiedere aiuto mi pesa troppo.
Dalle scale arriva il cigolio sinistro della porta di ferro. Una goccia sfugge e inumidisce il cotone delle mutande. Lotto contro la stanchezza e raccolgo le membra pesanti, mi alzo in piedi e vado in bagno.
Il rumore sulle scale non smette: tramestio, passi, grida infantili silenziate da potenti frusciiche fanno ancora più baccano. Mi spingo fino all’ingresso e premo l’orecchio contro la porta. I vicini sono arrivati dalla città per le vacanze – prima o poi doveva succedere, ma non sono in grado di tollerarlo. Mi gira la testa, mi aggrappo al tavolo e urto una scatola di medicine: mio marito le ha lasciate tutte in ordine, da quelle del mattino a quelle della sera. Il pianto di un bambino sembra perforare i muri.
«Lasciatemi in pace!» grido. Schiaccio le mani sulle orecchie, ma sento lo stesso. Asciugo le lacrime e estraggo dal blister un Tavor: è bianco, ruvido, con una riga nel mezzo che pare un invito a spezzarla in due. “Non esagerare” la voce di mio marito si sovrappone a quella del dottore. La scaccio con un gesto della mano e per ripicca estraggo un’altra compressa. Mi attacco al rubinetto e mando giù le pastiglie insieme all’acqua gelida.
Torno a letto, metto i tappi di cera azzurra e aspetto che la consueta forza mi afferri e mi trascini come un mulinello verso il fondale scuro.

Un suono arriva da lontano, una musichetta ripetitiva e ipnotica, come quella di un videogioco: sembra la stessa che risuonava sempre nella stanza di Leandro. Mi tappo le orecchie e mi giro sull’altro fianco.

Una persiana sbatte – deve esserci maestrale. Sbatte, sbatte ancora – è il classico benvenuto dei vicini.

«Va fissata al perno, non l’avete ancora capito?» grido dal letto. Mi levo i tappi e li butto a terra, tanto non servono a nulla.
Mi avvolgo nella vestaglia ed esco sul balcone: l’aria è afosa, lo spicchio di mare tra i promontori è grigio opaco. Distolgo subito lo sguardo, lo fisso sugli oggetti disseminati nel giardino, deserto fino a ieri: un ombrellone, una casetta di plastica, una porta da calcio, una piscina gonfiabile, una sdraio dove la madre sta allattando l’ultimo arrivato. Gli altri due figli si accapigliano, ma lei pare non accorgersene neanche, tanto è in estasi, con lo sgorbio attaccato al seno: sembra una fottuta Madonna del latte. Deve smettere di figliare una buona volta! Rientro e sbatto la finestra così forte che il bambino inizia a strillare.
Un sorriso ebete non vuole lasciarmi più. Sono rallentata, cammino a piccoli passi e mi tengo salda al tavolo, ingombro di scatole. Ingoio la pastiglia del mattino – Aldo può fidarsi, prenderò tutte le medicine. Grida eccitate arrivano da fuori: prendo un altro Tavor, non voglio sentirle. Il cellulare squilla e io resto ferma a guardarlo finché non smette. Poco dopo inizia a vibrare, lo afferro ma faccio fatica a mettere a fuoco lo schermo.
“Dove sei? Lo psichiatra mi ha detto che non sei andata all’appuntamento” scrive Aldo. “Non hai sentito la sveglia?” Spingo lontano il telefono. Lo stomaco gorgoglia. Che ore sono? Ho fame o forse è solo acidità, uno degli effetti dei farmaci. Da quanto non mangio? Aldo chiama ancora ma non rispondo.
«Mamma, guardami!» sento gridare. Scosto la tenda: al piano di sotto i due fratelli più grandi giocano nella piscina gonfiabile, uno si immerge mentre l’altro tiene il tempo con il cronometro. Anche Leandro adorava stare con la testa sotto l’acqua, mi costringeva a contare i secondi. Chiudo gli occhi e cerco di controllare il respiro. Non sono pronta, quest’anno non sono pronta ad averli intorno.

Mi aggiro per casa senza meta. Il mio stomaco emette ancora suoni, ma nulla di quello che c’è in frigo mi stimola: non ho voglia di masticare, è troppo faticoso. Prendo il cartone di latte, ne verso un po’ in un bicchiere. Mi sforzo di deglutire e non avanzarne, come faceva lui da piccolo. “Nemmeno una goccia, mamma!” La gola si chiude.
Il telefono sul tavolo squilla, è il dottore che mi cerca. Il solo pensiero del tono rauco della sua voce, della distanza paternalistica con cui mi parla, mi manda in bestia. Lo ignoro, mi rannicchio sul divano e copro le orecchie con le mani. La suoneria smette per un attimo, poi riprende. Mi alzo a fatica, i muscoli fanno resistenza, silenzio il telefono e la musichetta si trasforma in una vibrazione ancora più molesta. «Basta! Lasciatemi in pace!» All’improvviso smette, ma poco dopo riprende. È Aldo, ma non ho voglia di parlare nemmeno con lui: sono arrabbiata, mi ha abbandonato. Resto a guardare il display illuminato finché non si decide a spegnersi. La stanza è piena del ticchettio dell’orologio, appeso al muro. Come fanno a essere già le due del pomeriggio? Sto perdendo la concezione del tempo. L’orologio continua a girare – tutto continua a girare, se ne fotte di me, se ne fotte di tutto – lo stacco dal muro e tolgo la batteria. Ora è tutto più silenzioso, più pacifico. Ho dimenticato di prendere la pastiglia ovale. “Devi mettere la sveglia per le medicine, Anna.” Quel tono del cazzo che mi dà sui nervi. La pastiglia è ruvida, non è rivestita: in bocca è amara e fatica a scendere. Una lacrima rotola giù dalla guancia lungo il collo, un’altra si schianta sul tavolo – odio piangere, mi fa venire mal di gola, ma non riesco a smettere. Vado verso il bagno e faccio schioccare le infradito sul pavimento – faccio rumore anch’io, un sacco di rumore: voglio che al piano di sotto mi sentano. «Mi sentite?» Leandro lo faceva sempre, da piccolo. Sciabattava in giro per casa. Davanti alla sua camera, vuota e buia, mi fermo. Appoggio la mano sulla maniglia, la ritraggo e proseguo oltre.
La porta del bagno è aperta, la luce accesa. Evito lo specchio, mi spoglio, butto a terra il pigiama impregnato di sudore acido e barcollo fino alla doccia. Le lacrime diventano dolci sotto il getto d’acqua calda, il flacone di acciaio satinato è liscio sotto le dita. Massaggio i capelli, il profumo invade l’aria e una schiuma densa mi avvolge la testa – i detergenti migliori non fanno schiuma e hanno un profumo delicato, quasi impercettibile. Con gli occhi chiusi sto meglio.

Ho già fatto lo shampoo? Non ricordo. Il flacone blu, l’apertura a vite, la superficie liscia. “Shampoo purificante al sale e alghe marine”. Non lo so, non lo so davvero. Massaggio i capelli, tanti cadono e rimangono impigliati tra le dita. Ho già fatto lo shampoo, ma forse non oggi. Ho un capogiro, mi siedo sulla ceramica bianca e guardo l’acqua che sgocciola dai capelli, dalle palpebre, dal naso. Mi rannicchio, avvolgo le braccia intorno alle ginocchia e divento una grotta. Mi devo proteggere, dice il dottore. Qui sono al sicuro. No, il mare non è mai sicuro. Ricomincio a piangere, detesto i singhiozzi: mi fanno sussultare, mi fanno violenza, mi lasciano spossata. Me ne voglio andare da me stessa. «Basta!» Le piastrelle sono fredde contro la fronte: batto, batto, batto ancora. «Lo faccio piano, dottore. Voglio un dolore fresco e nuovo che mi distragga dal dolore grande, troppo grande per me.» “Non ce la faccio”, le ostetriche in sala parto si guardano spazientite. “Spingi!” “Non ce la faccio più, sono due notti che non dormo.” “Allora lo lasciamo lì.” Mi prendo la testa tra le mani e oscillo leggermente. Resto imbambolata a fissare il barattolo tondo dell’esfoliante al rosmarino – il rosmarino sul balcone sarà secco, ormai – e alla fine mi decido ad aprirlo e strofinarlo sui talloni, sulla pelle ispessita sotto l’alluce e il mignolo, su tutta la pianta.
I miei polpastrelli unti d’olio scivolano sulle sue minuscole dita di neonato, sulla pianta dei piccoli piedi e poi lungo le gambe e le braccia e il viso. Aiuto Leandro ad acquisire la percezione del suo corpo, a stabilirne i confini. L’odore balsamico mi entra nelle narici.
“Ros marinus vuol dire rugiada di mare, è facile da ricordare.” Nella lezione di latino lo ripeto sempre ai miei ragazzi.
“Lei è troppo fissata con l’etimologia, prof.”
Non sono nemmeno riuscita a portarli alla maturità, mi avranno odiato. Batto, batto, batto e la fronte diventa calda. Mi viene lo stimolo e non lo trattengo: il giallo della pipì si mischia con l’acqua e scompare subito, risucchiato dallo scarico.

Esco sul balcone in accappatoio: il rosmarino è vivo, ha piovuto tanto, o forse l’ho bagnato. La terra nel vaso è scura e umida ma ci verso un intero annaffiatoio e guardo l’acqua che trabocca e scroscia nel giardino.
«Piove acqua sporca.»
«Chi fa piovere, mamma?»
«Shhhhhhhh!»
Mi rannicchio sulla sedia sdraio, sto ferma come faceva Leandro quando giocavamo a nascondino. Si metteva sotto il tavolo. “Nessuno mi vede, se resto fermo immobile.”
La sdraio è comoda, il cuscino è morbido: resto qui, senza muovermi.

Apro gli occhi sul cielo viola. Sento freddo, il collo è indolenzito e faccio fatica a ruotare la testa. Vedo un pacchetto di sigarette spuntare da sotto la cassapanca: chissà da quanto è lì. Le dita insensibili tremano mentre mi chino a raccoglierlo. Sfilo una sigaretta, sfilo anche l’accendino che oppone un po’ di resistenza prima di incendiare la fiamma. Aspiro e cerco di ricordare quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho fumato. I tonfi della palla sulla siepe mi disturbano: quei due demoni ancora non si sono stufati di giocare. Mi stringo nell’accappatoio, pesante e freddo, e mi metto in piedi a fatica. Li guardo torva mentre corrono da una parte all’altra del giardino: mi vedono, si fermano, si dicono delle cose all’orecchio e poi corrono via, non li sento più. Ho un capogiro, mi appoggio alla balaustra e butto la sigaretta di sotto. Sento gridare e poi piangere. Lo stomaco brucia, sembra voglia saltare fuori: mi precipito in bagno e vomito pillole, latte e bile. Gli tenevo la testa quando vomitava, tiravo indietro i suoi capelli sottili e morbidi, e aspettavo che la sbornia passasse. Accondiscendente, troppo accondiscendente, e poco assertiva: un genitore poco assertivo cresce figli sballati. I singhiozzi mi scuotono e mi accuccio a terra, sul pavimento blu, mi copro con il tappetino. Appena nato continuava a rigurgitare liquido amniotico, non sono nemmeno stata in grado di spingerlo fuori come si deve: è rimasto impigliato, sospeso tra una contrazione e l’altra; cercava aria ma inghiottiva brodo verdastro.

Il citofono mi sveglia, apro gli occhi e vedo le piastrelle: sono blu, lucide e fredde. Il citofono suona, senza sosta, e io, immobile, lo lascio suonare – prima o poi si fermerà. Una vampata mi arrossa il petto. Mi aggrappo al lavandino e mi tiro in piedi. Giro subito le spalle allo specchio, butto l’accappatoio nel cestello della lavatrice e la faccio partire. Resto a guardare il movimento rotatorio della macchina – Leandro da piccolo restava incantato per ore davanti alla lavatrice – accanirsi sul tessuto di spugna, trascinarlo nel vortice, affogarlo nella schiuma. Inizio a singhiozzare, batto i pugni sull’oblò e scappo via, chiudo il rumore dietro la porta.
Dall’armadio prendo una tuta pulita, profumata di sapone, fresca sulla pelle. «Hai visto, dottore? Mi sto prendendo cura di me» rido.

“Sei a casa? Hai preso le medicine? Rispondi per favore.” Aldo mi scrive. “Come stai? Se hai bisogno di aiuto, chiama il dottore.” Digito piano, al rallentatore: “Non ci penso neanche.”

Sono spossata, prendo tre Tavor insieme alla pastiglia della sera, li ingoio con una tisana bollente.
Il cellulare vibra ancora sul tavolo, lo allontano con troppa forza e scivola a terra. Scosto la tenda, fuori è tutto nero, il mare assassino si nasconde.
Torno sulla sdraio, il letto è troppo grande per me sola, preferisco restare qui. Giù nel giardino l’idrante non si ferma mai: spruzza a destra, ruota; spruzza a sinistra, ruota; poi ricomincia. Bevo la tisana a piccoli sorsi e aspetto ancora che Leandro mi venga a salutare, prima di uscire con gli amici; che si fumi una sigaretta qui sul balcone, accanto a me; che mi parli ancora di grotte, di ami e fiocine, di polpi e pesci.

Sento urlare e mi sveglio di soprassalto. Brividi mi corrono lungo tutto il corpo, mi stringo nella felpa. Il cielo è chiaro e la tisana è diventata fredda. La rugiada imperla i ferri del balcone, inumidisce i cuscini. Ho la bocca impastata e non ho più forze. Il sole non ha fatto in tempo a sorgere che i bambini già schiamazzano nel prato – giù sulle sdraio, tra il rosmarino e l’inferriata. Chiudo gli occhi e rivedo Leandro che schiaccia un mozzicone nel posacenere, strappa un rametto di rosmarino, lo strofina sulle dita e me lo porge. “Lo facevo sempre prima di tornare a casa: coprivo l’odore del tabacco per non farmi scoprire.” Mi guarda con malizia.
Sollevo il vaso, lo lascio cadere di sotto e aspetto lo schianto della terracotta sull’erba.
«Venite via dal giardino!» urla una voce.
Sento brusio, la porta finestra si apre e si chiude. Ora non c’è più nessuno, posso stare in silenzio a godermi la luce del mattino che riverbera sul mare infido. Asciugo le guance bagnate di lacrime. No, non ce la faccio a restare qui. Rientro, ignoro le medicine sul tavolo e prendo altri due Tavor. Il telefono vibra sul pavimento, lo scavalco e mi rannicchio sul divano. Le vampate non mi danno tregua, mi copro e mi scopro.

Le luci blu intermittenti di un’ambulanza illuminano la finestra. Il citofono suona, non smette. Mille passi rimbombano sulle scale, poi il campanello suona – ancora e ancora – e intanto battono alla porta. Mi alzo in piedi a fatica, dallo spioncino vedo una gran folla, riunita sul pianerottolo. Non metto bene a fuoco, è un rimescolarsi di tante macchie: scure, chiare, fluorescenti.
«Signora, apra la porta!»
«Cosa volete?» biascico.
«Siamo qui per aiutarla.» Rimbomba tutto nella mia testa.
«Non ho bisogno di aiuto!»
«Apra subito!» Battono più volte.
«Andate via, sto benissimo.»
«Signora, deve aprirci.»
Mi sdraio sul divano e porto le mani alle orecchie, per non sentire.
«Apra! È la procedura.»