Fabrizio Pesaro
Illustrazione di Aurora Bartoli
Sussurra
quella voce nel buio dentro me,
sussurra piano
parole di odio
nere di dolore
su ogni cosa che mi circonda.
Pretende attenzioni
quella voce maligna,
come se avesse ragione,
come se non potesse aver torto.
Io sono qui immobile,
inerme campo di battaglia di coscienza e cuore,
organo impoverito,
impolverato utensile d’emozioni,
inibito e senza forze
su uno scaffale sbilenco,
cuore di lava congelato dal tempo,
dal vento gelido di voci
che lo intorpidisce,
troppo timido per far sentire la sua,
così sottile da sembrare ridicola.
Ho quasi dimenticato come si comunica,
le parole e il loro senso,
chiuso dentro un panico di sbarre d’acciaio,
nascosto nel buio di una cella geometrica,
zoppico fino all’angolo più buio
per trovare un po’ d’acqua stantia di umidità.
Quattro per quattro di cemento e nulla più,
il metronomo di un lavandino che perde nell’oscurità
scandisce un tempo denso d’olio nero.
Dalle sbarre si intravede una luce,
una speranza che è più terrificante
di qualsiasi confortevole paura.

