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Bambole

BAMBOLE copertina

Bruno Barbera

Illustrazione di Monica Alletto


Il compito è semplice per un professionista come il sottoscritto: pedinare il famoso scrittore B., se necessario giorno e notte, e scoprire qualcosa a proposito del suo tentativo di suicidio risalente a un anno fa. Scoprire qualcosa, qualsiasi cosa riguardo alle motivazioni, intendo: sulla meccanica dell’operazione era quasi tutto chiaro, finito dritto spiattellato sulle principali testate cartacee e online. Chi mi ha dato l’incarico non vuole altro che le motivazioni, e a me tanto basta.
B. aveva provato a impiccarsi. Aveva appena ricevuto una serie di copie del suo ultimo romanzo di straordinario successo (sia di critica che di pubblico), È mezzogiorno passato, si era spostato nel garage, le aveva impilate una sull’altra, ci si era messo in piedi sopra per poi legarsi un cappio intorno al collo. Al momento di saltare giù dalla torre di libri, però, la cosa non aveva funzionato. Non era ben noto se si fosse spezzata la corda, oppure se avesse ceduto la trave in prossimità del soffitto a cui questa era stata fissata. Alcune fonti la dicevano in un modo, altre in un altro. Fatto sta che il nostro aveva visto la morte non presentarsi all’appuntamento stabilito, e se l’era cavata piuttosto rompendosi una gamba. Tutto questo era chiaro, come era chiaro che B. fosse decisamente più bravo a scrivere che ad allestire un impiccamento. E la sua goffaggine gli si fosse ulteriormente ritorta contro provocandogli un bel crack al livello del femore nonostante la caduta fosse da un’altezza tutto sommato esigua.
Inoltre un oscuro critico letterario era riuscito a identificare quella dinamica così particolare scelta da B., con i tomi della sua stessa opera massima a fare da piedistallo per la fine, come un omaggio al filosofo Philipp Mainländer. Evidentemente doveva essere uno dei pensatori preferiti dallo scrittore, sebbene di sicuro più capace di lui nel pianificare la faccenda, visto che era riuscito nel suo intento a trentacinque anni.
Ma insomma, quello che non era mai trapelato, anche perché non facilmente ricostruibile come la scena del tentato suicidio sulla quale B. aveva dovuto chiamare i soccorsi, era il cosa lo avesse spinto a, come si suol dire, commettere l’insano gesto.

Cammino lungo via Crescenzio e B. è lì, pochi passi davanti a me, sempre rigorosamente dandomi le spalle come in ogni pedinamento che si rispetti. Quando si protende verso destra per sbirciare una vetrina mi fermo e mi volto anche io.
Poi riprende la marcia. Il fatto è che lui zoppica con quel bastone, e così non può muoversi certo velocemente. Allora, per dare una regolata al mio passo che tendenzialmente è progettato per essere più svelto di così, mi metto a zoppicare anche io. Mi fingo un soldato in Vietnam che si trascina con una pallottola nella gamba.
Lo stratagemma sembra funzionare, riesco ad adeguarmi all’andatura di B., fino a che non lo vedo attraversare sulle strisce ed entrare in un palazzo sull’altro lato della strada. Mi avvicino con molta calma e mi accosto al citofono. Comincio a studiare con attenzione le targhette. Nessuna che mi comunichi qualcosa, finché scorrendole non leggo “Dott. Borgo, psicoterapeuta”. Falsa pista o primo indizio di quello che sto cercando?
Se via Crescenzio e il palazzo si riveleranno luoghi di frequentazioni abituali, potrebbe essere un buon segno.

Ho cominciato a leggere l’ultimo libro di B. L’ho ritenuto un passaggio importante, forse fondamentale, per provare a mettere insieme componenti significativi, o addirittura catturare un’idea più profonda della sua essenza rispetto alle poche e frivole esternazioni da lui rilasciate a qualche giornale nel corso degli anni.
Il suo è un romanzo fortemente filosofico. Non sono allenato a questo tipo di letture, io che forse per deformazione professionale divoro solo polizieschi o giù di lì, ma c’è qualcosa nelle sue parole che mi tiene sulle pagine.
Il contenuto ideologico del libro può essere legato alle motivazioni del suo tentato suicidio? Magari lo ha fatto perché considerava quel romanzo una sorta di testamento spirituale e sentiva di non avere altro da dare al mondo?

Entro nel pub subito dietro via Baldo degli Ubaldi, mi siedo a un tavolino accanto a quello dove si trova B. Al momento è solo. Ordino quello che da qualche parte ho letto essere il suo cocktail preferito, così per gioco, un Tommy’s Margarita. Nell’attesa lo fisso intensamente, concentrato come un predatore, senza distogliere mai lo sguardo, tanto non può accorgersene, girato di spalle come si trova rispetto a me. Il cocktail arriva. Niente male davvero. Mentre sorseggio, tempo un paio di minuti e un nuovo personaggio entra in scena aggiungendosi al tavolino di B., un uomo smunto che pare essersi vestito molto svogliatamente.
I due vengono accostati da una cameriera e chiedono anche loro da bere. Piuttosto rapidamente si palesano una pinta di birra per l’uomo sciatto e un bicchiere con un fondo di liquido rossastro. Ma non sono qui per indovinare cosa sia quel liquido. Magari un altro giorno.
Nel caos del locale faccio fatica ad afferrare per intero la loro conversazione, ma sono abbastanza vicino da capire, dopo qualche minuto, che c’è di mezzo una “consegna” e dei “soldi”. Non è moltissimo, ma forse è qualcosa. In fondo non è un semplice qualcosa che sto cercando?

Mi sono documentato su Philipp Mainländer. E tramite lui, e tramite ricerche incrociate sono arrivato a Peter Wessel Zapffe, un filosofo dal pensiero abbastanza affine, almeno così mi è sembrato di intendere. “Mentre percorri quella che si mostra come la via principale, non dimenticare mai di tenere in conto le strade laterali” mi diceva sempre chi mi ha insegnato il mestiere. Zapffe però non è morto suicida a trentacinque anni come Mainländer, ha vissuto molto a lungo.
Essendo abituato ai saggi ancor meno che ai romanzi di stampo filosofico, ho fatto fatica e sono riuscito a cogliere solo pochi elementi del testo più importante di Zapffe. “Non è l’anima ad essere malata, piuttosto è la sua protezione che cade, perché esperita come un tradimento del più alto potenziale dell’io”, questo il passaggio che mi ha istintivamente colpito, forse sollecitando valvole nel mio cervello mai usate prima. Credo che in sostanza considerasse l’uomo come una creatura problematica e paradossale. Che ritenesse “naturale” soffrire una grande quantità intrinseca di dolore e terrore di fronte all’esistenza, a meno di non appoggiarsi a solidi meccanismi di difesa e sistemi di ancoraggio, che però limitano il raggio d’azione del pensiero umano. Così quello che scioccamente visualizzo per un attimo è una bambola, una bambola dal sorriso sbilenco e permanente sostenuto dalla compattezza della sua testa.

È sera, e B. è seduto a un tavolo di una pizzeria a Campo de’ Fiori insieme a una donna piuttosto bella. Tanto bella quanto corrucciata. Ho letto da qualche parte che tra le tante zone della città dove uscire la sera, lo scrittore dichiarava di non amare per niente Campo de’ Fiori. Sono pienamente d’accordo con lui. In questo caso ho dovuto tenermi più lontano da loro di quanto avrei voluto, rimanendo al centro della piazza, ma non così lontano da non riuscire a cogliere l’espressione di lei. Dalla mia posizione vedo lo scrittore sempre di spalle ma con uno scorcio del suo profilo. Sufficiente per non rischiare nulla, mi dico. La donna da corrucciata ben presto si fa agitata. No, agitata è un’esagerazione. Però parla e gesticola in modo molto concitato, e sembra contrariata da qualcosa. Le pizze perdono calore e importanza in contemporanea al procedere della discussione. Che sia invece questa donna, mi chiedo, la chiave del mistero, che il tentato suicidio di B. fosse per amore? Non erano mai stati fatti cenni a sue relazioni rilevanti. Magari ora sta provando a ricucire un tessuto sfibrato come forse era la corda che lo teneva al collo, un legame deteriorato come forse era la trave che teneva la corda. O magari questa donna è il suo tentativo – che al momento non sembra troppo vincente – di riallacciare i rapporti con la vita.

Sto tenendo un diario, per appuntare i miei progressi sul caso. Ma più passano le ore, e a seguire i giorni, e più mi accorgo che la metodicità della scrittura si sta frammentando. Comincio, e poi continuo, a inframezzare il resoconto dei miei movimenti intrecciati a quelli di B. con degli inserti in cui lascio che la penna scorra libera, svincolata, e che dalla penna sgorghino miei pensieri e sentimenti, alcuni vagamente collegati agli sviluppi del caso in corso, altri invece scollati dal contesto. Persino delle immagini che vivono di vita propria si materializzano sul foglio. Ho l’impressione che il diario stia sfuggendo dai binari. Più vado avanti, più il mio scrivere si fa sconnesso e pulsante, più mi pare che il tutto stia deragliando verso una forma embrionale di romanzo, o qualcosa del genere.

Come ho già detto, B. è stato per tutto il suo percorso da personaggio pubblico, cioè da quando i suoi primissimi libri hanno cominciato ad avere una certa risonanza, un uomo molto schivo. Non ho abbastanza elementi in quei ritagli di giornale con brevi e scanzonate interviste (il mio committente si è premurato di inviarmeli in una grossa busta) che riportano qualche frammento poco indicativo della sua vita, e che sicuramente non lasciano intendere nulla che abbia a che fare con un’ideazione suicidaria. Non abbastanza per farmi un’opinione, figuriamoci per giungere a una conclusione. Nell’anno successivo alla pubblicazione di È mezzogiorno passato, il suo trionfo vero e proprio, accompagnato dal quasi simultaneo e maldestro salto, lo scrittore è ancor di più scomparso, direi anche prevedibilmente, dalla circolazione. Di ulteriori contatti con la stampa, nisba: dopo gli articoli che hanno raccontato della sua morte scampata per poco, solo il silenzio. Ma ora che la gamba è guarita, seppur non tornata esattamente come prima, gira col suo bastone, gira e rigira, incontra questo e quello.
Tutto ciò che posso fare allora è seguirlo, seguirlo, seguirlo.
Oggi lo guardo, sempre apprezzando giusto un pezzo del suo profilo, a viale Eritrea, seduto su una panchina, che si gusta un gelato. In coppetta, non cono, non gli sono mai piaciuti i coni, vedasi scarne e scanzonate interviste.
Ma se si gusta il gelato, penso per un attimo con rabbia, solo per un istante la mia razionalità è soffocata dalla rabbia, e non capisco nemmeno più se è rabbia per me stesso che navigo la città intera senza grossi risultati o se è rabbia per lui, allora penso, ma se prova piacere perché cazzo voleva morire? Il piacere di un gelato non era abbastanza? Cosa diavolo sarà mai abbastanza?

Stanotte mi sono ritrovato a navigare, ma nei sogni: me ne stavo disteso in fondo al mare insieme a un banco di pesci. Ero uno di loro, forse? Non era chiaro. Avevo le braccia e le gambe e contemporaneamente ero un pesce. Erano tempi molto antichi. Presto si è scatenata una competizione a chi deponeva prima le uova. E io mi sono lanciato con furore, e ho deposto le mie uova. Una voce allora ha tuonato: «Sei il vincitore. Esci pure dall’acqua». E così sono uscito, e mi sono spostato sulla terraferma. Continuavo a essere una creatura indefinita, uno strano ibrido. Ma poi il mio corpo ha iniziato a cambiare. Mi sono adattato rapidamente e definitivamente alla vita fuori dall’acqua, e pochi istanti dopo, zac, come solo nei sogni, ero una scimmia. Poi improvvisamente ancora, lo scenario cambiava: ero un uomo, un uomo a tutti gli effetti, ma piccolo come un neonato, anzi direi intrappolato nel corpicino di un neonato. E la scimmia di prima ora mi teneva teneramente fra le sue braccia come un pupazzetto. Poi allungava una mano, con il palmo raccoglieva dell’acqua da un fiume, e me la portava alla bocca per farmi dissetare.
È buffo, io sogno perlopiù detective story a sfondo erotico o giù di lì.

Ho dovuto seguire questo trottolino di scrittore fino a Tor Bella Monaca. È sera, ma direi pure notte.
È rimasto fermo in una delle vie principali del quartiere, mezz’ora, a parlare con un tipo dall’aspetto poco raccomandabile. Non è pregiudizio, è solo il mio mestiere, e la fisiognomica è un’arte molto sottovalutata.
Alla fine, nonostante la prospettiva complicata dalla quale potevo osservare la scena, noto un che di rilevante: una stretta di mano “speciale”, una di quelle strette di mano che segnano il passaggio di qualcosa. Sì, è buio, ma anche avere degli occhi d’aquila e il fiuto di un cane fa parte del mio mestiere. Ci scommetto, visto e considerato il contesto, ci scommetto tre dita della mia mano che si tratta di eroina. E ancora una volta la mia mente viene assalita dai soliti, esasperanti quesiti. B. voleva morire perché era caduto in una trappola di tossicodipendenza da cui non riusciva a sottrarsi? B. soffriva per un male non meglio precisato e si era abbandonato a una fuga in forma di sostanze? Stava semplicemente, ora, ricadendo nel vecchio vizio?
Ma ci sarà poi davvero questo qualcosa che vado, forse ormai disperatamente, cercando? La droga, lo psicoterapeuta, i filosofi, la donna, il successo, l’uomo nel pub, l’arte, il gelato, i ritagli. Se sono ancora così lontano dall’interezza del puzzle, c’è davvero qualcosa che rappresenti almeno il pezzo di un puzzle?
Un reale tassello, sincero e volto a un’autentica costruzione, o tutti questi incontri, e tutti questi elementi apparentemente così intimi e dinamici sono in verità fissi e vacui come gli sguardi che si scambiano le bambole?

Procedo nella lettura di È mezzogiorno passato, e mi sembra di capire il mio uomo sempre di più.
Proseguo nella scrittura di quello che ormai ho ribattezzato il mio diario-romanzo, e mi sembra di capire sempre meno me stesso.
È bizzarro come si stanno andando ribaltando le cose, considerando la mia storica allergia a un certo tipo di letteratura e dall’altra parte le granitiche esattezze che hanno finora abitato la mia persona e la mia vita.
Il rigore fermo e spesso come un gigantesco foglio A4 avvolto attorno al corpo va mutandosi in un pezzo di stoffa, anzi no, di inerme seta, che viene progressivamente sforacchiata da sigarette accese. In effetti ho persino cominciato a fumare. Tutti questi pedinamenti, tutti questi appostamenti a guardare un uomo che apparentemente vive con una sigaretta in mano, il filo di fumo che si alza costante al di sopra delle sue ormai ben note spalle, praticamente la sua variante di un respiro, devono avermi fatto venire voglia. E chissà se il terrore è solito filtrare proprio da pertugi nella seta.

Mi trovo sulla Salaria con la mia macchina, a metà mattinata, seguendo a breve distanza B. a bordo della sua Volkswagen Up. Strano che con la montagna di soldi che ha fatto non si sia comprato qualcosa di più adeguato al suo status. Le prostitute ai lati ci sono anche loro, ma niente distrazioni. Il sole di fine estate illumina una scena che sembra non volersi perdere. Poco dopo il Raccordo, la Salaria prosegue dritta e perentoria ma offre al viaggiatore la possibilità di deviare leggermente verso destra, imboccando una stradina stretta e insospettabilmente a doppio senso, via della Marcigliana. Questa attraversa tortuosa e raggomitolata l’aperta campagna, non lontano dall’omonima riserva naturale. Procediamo affini per un po’, lui sufficientemente lento per evitare indesiderate collisioni con automobili provenienti in senso opposto, io sufficientemente lento per non arrivargli troppo addosso rischiando di destare sospetti.
Pochi chilometri e la strada – me la sono studiata dopo aver scoperto che B. la percorre con la sua auto non così di rado – si risolve in un breve rettilineo con un punto particolarmente panoramico. Da lì, la posizione in cima a una collinetta consente una vista quasi a trecentosessanta gradi. Nello specifico, guardando sulla destra, oltre l’ampio e affettuoso campo verde in primo piano, oltre i seducenti tralicci dell’elettricità, si offre distesa, srotolata davanti agli occhi tutta la città, muta e commovente come solo una città vista da lontano può essere. Mentre a guardare sulla sinistra, sempre campagna con alte piante di grano, poi dopo alte montagne, poi cielo, poi chissà cos’altro ancora, se c’è dell’altro ancora.
B. rallenta e accosta, proprio nel punto panoramico, dove la strada è più larga. Faccio altrettanto ma fermando la macchina qualche metro prima, in un tratto poco più stretto e scomodo. Lui scende dall’auto, ma anziché mettersi a contemplare il paesaggio ai lati come sarebbe lecito aspettarsi, resta fermo con lo sguardo fisso in direzione della strada davanti, dandomi ancora una volta le spalle.
Ed è allora che avverto una sensazione del tutto nuova in queste ultime settimane, un fremito corrosivo lungo la spina dorsale, un insopprimibile desiderio di avvicinarmi a lui, a costo di far saltare la mia copertura. Ma non è forse qualcosa che stavo cercando? E per un attimo mi si materializza nella mente l’immagine più improponibile possibile: se per ottenere questo qualcosa fosse stato necessario, semplicemente, chiederglielo?
Dunque, altrettanto semplicemente, scendo anche io. Chiudo la portiera e faccio pochi passi verso di lui. Solo pochi passi, davvero, niente di più, e subito mi rendo conto dell’idiozia che si è intrufolata nella mia testa. Io non ragiono così. Io non faccio così. Io sono un professionista.
Sono a un frammento d’istante dal girarmi e tornare all’auto. Ma lui si volta. Sono giorni e giorni che mi premuro di ammirare la sua persona solo di spalle, o appena un accenno di profilo, e lui ora si volta e mi offre la faccia e la figura per intero.
E non è più lo scrittore di cui ho visto almeno qualche immagine sui giornali. La televisione l’ha sempre voluta evitare come la peste, ma alcune sue foto sono finite su carta stampata accanto a domande e risposte su cocktail preferiti e luoghi poco graditi. Adesso però di fronte a me si para tutt’altro. Al posto di B. c’è un pupazzo. Forse un pupazzo di gomma, ma a essere ancora più precisi ha l’aspetto di una bambola gonfiabile. Invece del buco floscio a simulare la bocca, vedo un taglio che sembra, dico sembra, teso come un sorriso. E posso solo evocare nella mia fantasia i suoi occhi inespressivi, visto che sono coperti da un paio di occhiali da sole, dei Ray-Ban a goccia si direbbe.
Mi si avvicina lentamente con una grottesca andatura robotica, e a mano a mano che procede, nel riflesso di quegli occhiali perfettamente specchiati posso scorgere sempre più grande e sempre più chiaro il mio viso. È quello di B. A questa distanza non ci sono dubbi.
Non ho neanche il tempo di soffermarmi su tutto ciò, che mi rapisce un altro dettaglio. La mano destra della bambola, la mano rudimentale senza dita della bambola misteriosamente impugna una pistola.
Era forse questa a cui si riferivano i discorsi sui “soldi” e sulla “consegna”?
La bambola mi spara dritto in mezzo agli occhi, con precisione matematica. Poi comincia a sgonfiarsi suonando proprio come un sorridente palloncino da festa che viene svuotato dell’aria, e si affloscia a terra. Io intanto sono finito sdraiato di schiena lungo l’asfalto già da qualche secondo, un’altra bambola, un pupazzo, forse di pezza, forse di legno, non di carne, sicuramente inanimato, abbandonato lungo il ciglio di una strada dimessa, gli alberi in silenzio che si rifiuteranno di testimoniare, braccia aperte a formare una croce con il resto del corpo, il frinire delle cicale intorno che non può interessarmi, un buco nella testa di quelli da cui possono fuoriuscire pensieri veri o finti ma anche un liquido rossastro, in cui può insinuarsi un’impressione vera o finta sul palcoscenico come anche l’inconfutabile luce del sole, ed è quella, la luce di un sole non più amichevolmente campagnolo ma ormai di desertica ferocia, che si irradia lungo il foro nel mio cranio, e fa bruciare per qualche residuo momento tutto quello che là dentro non ha forse mai bruciato così e non potrà bruciare mai più, né come pensiero di carne né come pezza o legno. Ecco un’altra storia niente male da raccontare. Ma chissà come diavolo la riporteranno le principali testate.