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Bensì un rombo

bensì un rombo copertina

Francesca Guercio

Illustrazione di Nikname


La tigre era sempre stata una serie di domande.
«Trovi che stia bene? La teniamo qua? Dovremmo assicurarla? Hai notato come la osservavano? E se la ancorassimo con un gancio? Ha bisogno di più luce? Invecchia? Ti piace ancora?»
Qualche volta diventava la domanda che dava inizio a un problema.
«Come facciamo con la tigre?»
Quando dovevamo traslocare quel punto interrogativo pareva un occidentale al primo giorno di hatha yoga: stendeva la stuoia sopra le nostre agili liste di spunte rosse, verdi, blu in ordine di priorità e rimaneva lì a incagliarsi nella sequenza del saluto al sole.
«Come facciamo con la tigre?» A ogni trasloco andava peggio visto che nei primi trentuno anni di matrimonio Cosette e io abbiamo cambiato casa sette volte e ci pareva sempre più faticoso e inutile. Quando lei si trasferì a Siena da Digione suo padre era appena morto. «Et pour le tigre?» mi chiese al telefono; però alla fine il trasporto fu affare suo: l’aveva ricevuta in eredità insieme a un’enoteca che stava per vendere. L’arbitrio capace di trasformare Cosette da titolare dell’impresa di famiglia in emigrante con la tigre a carico era l’innamoramento per un violinista italiano di eccellenti speranze, sostanze patetiche e propensione all’infedeltà. Il che mi sarebbe parso del tutto scriteriato se il violinista italiano di eccellenti speranze eccetera non fossi stato io; ragione per cui trovare una collocazione per la tigre nel convitto dove allora abitavo fu, subito dopo, il primo incomodo da condividere. Col tempo mi ero convertito alla monogamia, le speranze erano diventate realtà e le sostanze meritavano la gestione dello studio di commercialisti zurighesi al quale affidavo il nostro futuro materiale. Eppure la tigre rimaneva un problema.
Si potrebbe pensare che io non la amassi invece non è così. Certo, non la amavo dello stesso amore di Cosette che ci vedeva il colore degli occhi del padre però la trovavo elegante e di sicuro conferiva ai nostri appartamenti quel piglio sofisticato che piaceva sempre agli ospiti, da Salisburgo a Buenos Aires passando per Kinshasa, Palermo, Bayreuth.
Ovunque ci portasse la mia musica, quando avevamo ospiti la tigre ci aiutava a rompere il ghiaccio. Dapprincipio tutti giuravano che fosse blu. “Oh my gosh, it’s a joke! You have mocked our senses”. Difficile dargli torto. In effetti la tigre è prevalentemente blu. Vedendola nella mia stanza al terzo piano del convitto avevo pensato “Dio di misericordia, è completamente blu!” Una tela quadrata di tre metri per tre dipinta di blu zaffiro.
Soltanto avvicinandosi e con il supporto di una buona illuminazione è possibile accorgersi del felino da cui l’opera prende il titolo. O, meglio, dell’idea platonica di quel felino concepita dall’artista giapponese che l’aveva barattata con quattro casse di Borgogna: la forma pura, trascendente, immateriale, universale e reale di un puntolino arancione. Umeno Nakamura aveva da poco compiuto diciannove anni quando si fece carico della tensione drammatica di esprimerla, forse per consegnare alla vita l’aguzzo dolore di fauci che lo aveva morsicato come se lui e tutte e otto le virtù del Bushidō introiettate dalla sua casata di samurai fossero appena una tiepida madeleine sentimentale.
Capita che la natura impieghi decenni per predisporre i fatti in modo da portarci a quell’unica sintesi da cui siamo destinati a farci riassumere fin dal momento in cui scivoliamo fuori da una madre e berciamo al mondo l’inconsolabile disperazione dell’atterraggio. Certe volte invece li mette in fila in una sequenza tanto rapida che quelli che conoscono il morto o ne leggono sui quotidiani fanno in tempo a pensare “Quant’è strano il destino” prima di rimettersi a pedalare sul triciclo del proprio.
Nel caso di Umeno la sorte si era fatta un giretto piuttosto spiritoso e veloce.
In un quartiere elegante di Sapporo aveva aspettato per diciotto anni, undici mesi, dodici giorni, quattro ore e cinquantatré minuti che il ragazzo rimanesse orfano di madre, coltivasse un’indole romantica, imparasse a dipingere dalla sorella della defunta, subisse l’incanto dell’arte occidentale fino allo squilibrio di cucirsi da sé camicioni alla Klimt con cui girava per le strade incurante della riprovazione generale. A quel punto lo aveva caricato sopra a un aereo diretto in Francia con la fregola di strusciarsi sulla pittura espressionista e rimanerci incinto.
Nella regione del mondo in cui non mancano motivi per ampliare il giro dei propositi iniziali, Umeno aveva obbedito alla paternale metallica dell’ingegnere Gustave Eiffel, aveva fotografato gli ingressi Art Nouveau della metropolitana con una Yashica Reflex, si era illanguidito sulla lapide di Proust. Poi aveva deliberato di inseguire l’eroismo di Giovanna d’Arco fino a Rouen, era salito per sbaglio su un treno che correva in direzione opposta e alla stazione di Digione aveva chiesto informazioni a un giovane profumato di attar con il quale quella sera stessa aveva scoperto i grand cru e il sesso anale confondendoli con l’amore.
Così quando al mattino successivo Salim gli aveva rivelato di trovarsi in procinto di tornare in Algeria per ricongiungersi alla moglie e ai cinque figli, Umeno, il suo stato di orfano, l’indole romantica, la secessione viennese e la foia espressionista erano precipitati come un sol uomo nel buco di una depressione da manuale psichiatrico.
Tutto ciò che sapevamo lo aveva raccontato Umeno al padre di Cosette e la tigre ne era l’unico resto visibile. Dopo averla dipinta il ragazzo l’aveva ceduta per una scorta di coraggio rosso porpora funzionale al Seppuku.
«Et pour le tigre?» mi chiese Cosette mentre mandava in stampa la lista delle cose da fare per il trasferimento da Osaka a Roma. «L’ultima volta abbiamo rischiato di perderla. Tre mesi ci hanno messo, prima di consegnarcela.»
«Chiama gli spedizionieri inglesi che ci risolsero quel problemuccio al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Decisamente esosi, ma a conti fatti i migliori.»
«Avevi il sospetto che brigassero con i gruppi armati, ricordi?»
«Ah, oui. Et alors
«Alors… peut-être… peut-être je suis… prêt à le donner
Forse ci avevo messo troppo sorriso in quell’alzata di sopracciglio. Non che non amassi la tigre, l’ho detto. E, certo, a mia moglie – la quale, non dimentichiamolo, ha lasciato Digione e un’enoteca avviata per amor mio – ricordava gli occhi di suo padre, però la tigre era appena diventata la domanda che dava inizio a un problema e la possibilità di liberarcene per sempre mi parve un sollievo.
«Je pense que j’ai elaborato il lutto et voilà the serendipity! Ho incontrato une jeune gallerista originaria di Sapporo. Sa grand-mère et son grand-père conoscevano très bien la famiglia Nakamura. Prima di suicidarsi Umeno ha spedito al padre une lettre de cinq pages avec la descrizione détaillée del quadro. Rien d’autre. Non un ideogramma sull’intenzione di se tuer, non un addio o una manifestazione di regret. Cinque pagine seulement pour le tigre
La gallerista parlava francese e conosceva ogni minuzia dell’opera: la nuance de bleu, la raison dell’arancione, l’intento nello scatto du félin. Ignorava unicamente che fine avesse fatto e quando la rinvenne fissata a tre chiodi su una parete del nostro appartamento rischiò il colpo apoplettico. Cosette e io eravamo caduti in una trappola del pensiero aritmetico scivolando nell’equivoco che a lei parve irredimibile. Lanciò nella stanza una trottola metallica, ed era la sua voce che gridava: «Pas droit, pas droit! La géométrie, s’il vous plaît. Vous ne voyez pas la tension dans la ligne orange? C’est la même tension que le tigre
La ligne. Quell’astrazione color carota che ci era sempre sembrata un puntolino era una linea, dunque; e affinché saltasse fuori dal blu, secondo le volontà di Umeno, la tela non doveva essere considerata un quadrato bensì un rombo con gli angoli e le diagonali congruenti.