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Bisogna avere X per essere Y

BISOGNA AVERE X copertina

Cecilia Lolli

Illustrazione di Alessandro Ferrari


Io sono uno spirito antico, sono in circolazione da sempre, ma il mio orologio è fermo a ventisette anni e un uomo vuole essere per me la madre, vuole riassorbirmi dentro il suo corpo, sarà per questo che si sdraia sopra di me, nudo, piangendo. La sua mano scivola per oscurarmi gli occhi chiusi. «Curarti poteva curarmi», gli ho detto, «finché non ti hanno detto che lo faccio per me stessa». In quell’istante, in una cantina, uno specchio è andato in mille pezzi. Era coperto da un telo.
Io sono uno spirito antico, sono in circolazione da sempre, ma il mio orologio è fermo a ventisette anni e una donna vuole essere per me il padre, sarà per questo che mi volta le spalle. Donna monolito che nasconde la verità. L’ambiguità di fondo è al tempo stesso casuale e voluta: donna monolito e verità non sono mai compresenti.
Io sono uno spirito antico, sono in circolazione da sempre, ma il mio orologio è fermo a ventisette anni. In un mondo di bianchi e di neri, un antico maestro è minerale. Cercare risposte mi lascia sola con nuove domande. A lui apro e chiudo il mio cuore. Se mi apro e mi chiudo, allora sono una fisarmonica. A tutti loro, modulando il prezioso fiato del mio possessore, oggi io dico: caspita.
In verità io dico che solo una parte è vera. «Lo fa per sé stessa». Io ero come invisibile, il mio altruismo smascherato per qualcosa che non contemplavo ancora. Avevo ventidue anni. Per questo motivo, oggi più che mai respingo le proiezioni altrui, oggi più che mai non lascio spazi vuoti all’interpretazione altrui. In verità io dico che la parte vera è prepotenza mascherata e a ventidue anni ero sempre un passo indietro. Crescendo mi è sembrato di leggere una possibilità di riscatto: bisogna avere ____________, per essere______________________; ma veramente era più un miraggio. Le parole mi lasciano meno spesso e in maggiore sintonia con il mio respiro. Bisogna avere molti luoghi dentro di sé per (avere qualche speranza di) essere sé stessi. Così ho letto, da qualche parte, ma non so mica se è vero: la prepotenza altrui, che ci rende dimentichi di chi siamo, è la stessa che ci aiuta a identificarci nel prepotente.
È passato un anno da quel tumulto, il mio respiro si è rimodulato e con esso le mie parole. Esco a fare due passi sotto l’ultimo sole. Seguo la traccia dei caprioli. Il giorno ha ammorbidito il terreno che questa mattina era ancora gelato. Di conseguenza, ho raccolto del fango sotto le scarpe. In questo momento, per effetto di questa scelta, io non sono che un veicolo: di semi di un qualche arbusto nella luce fulva, che si attaccano come velcro alla mia tuta grigia; di qualche zecca che aspetta di saltar su, e dio me ne scampi (che solo una volta ho rimorchiato grazie a questo trucchetto, quando non ero così schizzinosa e comunque mi guardavo vanitosa le spalle tutto il tempo); di una scia di fango che tradisce la mia presenza qui. Non è vero, penso, che qui non può trovarmi nessuno. Non mi illudo di essere ciò che non sono. Posso rientrare in casa ripulita da questa passeggiata: a giorni dovrò consegnare il frutto di un mese di sforzi solitari e volevo resistere all’abbrutimento. Bisogna avere per essere. Se non si ha nulla, non si è nulla.
Bisogna avere dei semi attaccati alla tuta per essere una disseminatrice zoocora.
Bisogna avere paura per essere una persona (suggeritore automatico).
Bisogna avere del fango sotto le scarpe per essere a disagio nel camminare.
Bisogna avere ventidue anni per essere sempre un passo indietro.
Bisogna avere ventisette anni per essere aperti e poi chiusi e poi aperti e poi chiusi.
Bisogna avere padronanza di sé per essere amati – c’è chi dice che non è vero, per fortuna.
Mi sono lasciata rapire da questo gioco, fuori è venuto buio. Per tornare a radicarmi nel qui e ora, evoco l’ultimo ricordo che ho dell’esterno: le bacche rosse di rosa canina e la lunaria, piatta e perlescente, in controluce. “Monete del Papa”. Piatte e perlescenti come ostie di domenica. Io non sono che un veicolo, e il mio corpo è di passaggio. Il corpo è l’unica cosa che ho, prendete e mangiatene tutti: anche tu, che volevi essere per me la madre, e una volta hai cercato di riassorbirmi.