Francesca Casella
Illustrazione di Simona Minchella
«Ciò che mi colpisce di più è che tante cose terribili
vengono commesse da persone che non sono affatto terribili.»
(Ian McEwan)
Il dolore era lancinante, la testa stava esplodendo, non riuscivo a muovermi. Ero sveglio, convinto che le mie palpebre fossero sollevate, ma i miei nervi non riuscivano a comandare agli occhi di vedere. Tra l’orecchio destro e il sinistro rimpallava un fischio acuto e prolungato, qualcosa che non pareva sul punto di frenarsi tanto presto. Quando i miei occhi iniziarono a uscire lentamente dal buio che se li era presi, mi parve di riconoscere il soffitto della sala da pranzo, quello che mi rimandava l’ombra di me stesso, il capo contornato dalla voluta di sangue che si stava spargendo battito dopo battito, coronandomi la testa. Quanti litri di sangue può contenere la testa di un uomo? Mi parve come se il sangue potesse riflettersi su quel soffitto, come se il soffitto potesse riflettersi nel sangue. Probabilmente era tutta un’illusione definita dall’odore ferroso che mi stava riempiendo le narici a ogni respiro e che pareva essere sempre stato lì. Mi resi conto che l’attimo di oscurità era proprio di quel sangue, quello che mi usciva dagli occhi al posto delle lacrime a bagnarmi la faccia, quello di cui la gola si era riempita e che pareva soffocarmi ogni volta che deglutivo. La lingua si mosse a cercare il palato, mi ritrovai pezzi dei miei stessi denti in bilico sulle gengive. Le dita delle mie mani si aprirono a fatica, intorpidite, formicolanti. I miei polsi, le mie braccia, le mie caviglie erano state bloccate da una serie di nodi, non riuscivo a muovermi e non mi ero accorto che il fischio nelle mie orecchie diminuiva il suo volume. Qualcuno si stava spostando non troppo distante, qualcuno stava pigiando di fretta i tasti di un telefono.
«Cecilia!»
Una voce mi arrivò ovattata, la voce di Alice nella stanza adiacente. Le parole erano distanti, distorte, rallentate. Pensai di sognare anche quella voce.
«No, non posso… vieni da me, ho bisogno di te.»
Alice e Cecilia, Cecilia e Alice.
Quand’erano bambine vivevano sulla stessa strada, una villa di fianco all’altra. Nonostante questo, le due famiglie di cui facevano parte non si erano mai calcolate oltre il minimo indispensabile e meno che mai si erano calcolate loro due.
Erano entrambe figlie uniche: Cecilia viveva da sola con sua madre e che fine avesse fatto il padre non se l’erano mai dette. I più scettici sostenevano che quella donna era fuggita, portandosi via la sua unica figlia; i più maliziosi raccontavano che, addirittura, le due lo avessero fatto fuori; i più fantasiosi che fossero due figlie di Satana da cui tenersi alla larga. Quale che fosse la verità, entrambe si guardavano bene dal dirla, in un connubio solido e complice di scambi.
Alice, d’altro canto, viveva con la sua mamma e col suo papà. Su di loro non c’era nessuna diceria, niente di niente, un susseguirsi pigro e piuttosto anaffettivo di intenti per cui Alice avrebbe tanto voluto avere dicerie da raccontare. Fu per questo che più i suoi genitori le dicevano di non dare confidenza a Cecilia più lei, invece, guardava a quelle due presenze femminili con timidezza e con la percezione che più che streghe sembrassero solo una madre in perfetta simbiosi con sua figlia.
Il giorno in cui Cecilia e Alice si guardarono e conobbero arrivò con la durezza e l’efficacia di una maledizione. Una di quelle che durano una vita intera e nemmeno tutta un’esistenza riesce a spezzare.
Era una caldissima mattina autunnale, se n’erano accorte entrambe mentre aspettavano lo scuolabus che le avrebbe recuperate da quella strada e se le sarebbe portate a scuola. Come al solito nessuna delle due pareva considerare oltre il necessario l’altra.
A un certo punto, tuttavia, entrambe notarono un cucciolo di gatto nero spuntare da dietro le ruote di un’automobile parcheggiata non troppo distante. Quel gattino vittima dell’irrequietezza e dell’inesperienza scattò in avanti e tanto Cecilia quanto Alice non poterono non pensare quasi allo stesso momento che l’avrebbero voluto tutto per sé. Quando ormai quel micino aveva quasi raggiunto la sua meta, proprio in quell’istante un’auto spuntò dal nulla, passò a tutta velocità. Alice e Cecilia trasalirono.
Purtroppo per loro si sentì un tonfo ma soprattutto il peso di quella ruota pestare e frantumare le ossa di quella povera bestiolina. L’auto non si fermò, il piccolo gatto nero si ritrovò con la parte posteriore del corpo grottescamente disfatta, sfaldata e mentre il peso del suo corpo si reggeva tutto sulle zampe anteriori, quelle posteriori si trascinavano in un ammasso ormai del tutto flaccido e inconsistente. Non aveva emesso nemmeno un verso di dolore, non un miagolio, non un lamento, niente.
Inutile dire che tanto Cecilia quanto Alice si erano come pietrificate sul posto, schiaffeggiate e morse dalla brutalità della scena a cui avevano assistito. Dalla vita stessa che si era palesata loro in maniera così infelice e priva di compassione.
Fu Alice la prima a muoversi, preda di un’incertezza sin troppo vivida, quella che la spinse ben presto a voltarsi proprio in direzione di Cecilia che era lì, accanto a lei, con la sua piccola mano ferma sul petto, le dita che spiegazzavano la camicetta bianca con stampate delle ciliegie rosse.
«Cosa facciamo? Forse possiamo salvarlo.» Alice non era così persuasa dalle proprie parole e quegli occhi scuri erano corrotti da una malinconia sin troppo umorale. Il tono conteneva tutta l’urgenza tipica di qualcuno che non sa cosa fare. Cecilia distolse lo sguardo da quel micino che intanto si era nascosto sotto un’altra automobile e i suoi occhi azzurri e sottili finirono per artigliarsi al viso di Alice. Non c’era nessuna gentilezza in quello sguardo, carico di cose che una bambina non dovrebbe conoscere. «Restiamo con lui.» Lo decise Cecilia nel momento in cui la sua mano afferrò quella di Alice con l’irruenza tipica dei bambini, di una dolcezza un po’ violenta e inopportuna e proprio per questo, in quel preciso momento, così giusta.
«Perché non si è fermato, poteva fermarsi.» C’era una buona dose di incredulità nella voce di Alice, l’ingenuità che si aggrappava a tutti i costi nel mezzo di quella consapevolezza, quella di qualcuno che viene invaso dal dolore di chi ha attorno come fosse il proprio.
«Non si fermano mai» sancì piuttosto Cecilia, la vivida consapevolezza che aveva silenziato con una disillusione prorompente che già allora aveva preso il sopravvento, come se fosse pronta sempre dinnanzi a qualsivoglia genere di malignità.
Quel giorno non andarono a scuola, restarono sedute su un gradino in prossimità di quell’automobile e di quel gatto nero che continuava imperterrito a non emettere nessun verso. I suoi occhi chiari erano poco diffidenti e si muovevano sui volti di Alice e Cecilia alla ricerca di chissà che risposte. Continuò a muoversi per lunghi minuti, rallentato dal suo stesso corpo che, così giovane, era diventato solo un peso. Continuò a muoversi finché alla fine non si arrese lui stesso all’evidenza, la vita era finita, e poi si accasciò soltanto come fosse intenzionato a dormire, a giacere così.
«Facciamo un giuramento?» Fu Alice a chiederlo, gli occhi sfuggenti che cercavano Cecilia ma ogni volta che la ritrovavano fuggiva via.
«Che giuramento?» Cecilia sembrava stanca ma c’era un guizzo curioso nella sua voce.
«Che se una di noi si fa male, l’altra le resta vicino?» Il colore delle guance di Alice si fece più roseo man a mano che quella domanda prendeva forma, lo sguardo era tornato alla carcassa di quel gatto, finito alle mercé delle formiche che avevano iniziato a invaderlo.
«Va bene.»
Non si conoscevano affatto ma, in quell’esatto momento, quella proposta sembrò sin troppo lecita nel suo essere così calda e confortante.
Alice e Cecilia si tennero per mano tutto il tempo quella mattina senza lasciarsi un solo istante. Non potevano sapere che quella morte sarebbe stato il primo di una lunga serie di nodi stretti alle loro vite. Le spire avvolte e legate per sempre da quell’atto indicibile per due bambine.
Con la morte ancora negli occhi e un patto stretto tra le dita, entrambe si promisero di non dire a nessuno cosa fosse successo, cosa si erano dette e come avevano perso un giorno di scuola.
Da quel giorno, iniziò a essere consuetudine vederle sempre più spesso insieme tra i corridoi della loro scuola. Entrambe avevano amici diversi, compagnie differenti ma l’una divenne in qualche modo la costante dell’altra, quella cosa che prescindeva tutto il resto e che avrebbero serbato come i parassiti che si scavano la loro nicchia nelle cavità della carne, sotto la pelle. E nessun parassita sopravvive in un corpo senza prendersi un po’ della vita dell’altro.
Non era un’amicizia canonica, quella tra due persone che si direbbero inseparabili; vivevano le loro vite anche senza incontrarsi per giorni, settimane, ma quando erano insieme, c’era sempre qualcosa che finiva per contaminare la vita l’una dell’altra. Sin dal principio, l’affetto che le aveva legate era stato così profondo da essere urticante; due creature che in qualche modo si erano riconosciute e appestate e volute così. Un prodigio, un incantesimo, un maleficio. E come ogni morbo contro cui ribellarsi, quell’amicizia sconfinava spesso in un conflitto perenne che non conosceva né vinti né vincitori, eppure segretamente ne avevano bisogno.
C’era chi si era chiesto cosa avessero in comune quelle due e chi le conosceva, lo sapeva. Conosceva bene quella perenne irrequietezza espressa dai loro modi di fare, gli atteggiamenti erano così diversi ma la spinta era la stessa; quella tesa al desiderio insanabile, pronta a culminare nell’insoddisfazione più marcescente, costante.
Si incontravano spesso, le due, sognando di essere sempre altrove. Avevano marchiato un’infinità di libri, di enciclopedie, ritagliato sfilze di fotografie da ciascuna delle riviste che si erano ritrovate tra le dita. Cantavano in continuazione canzoni in lingue sconosciute, ballavano fingendo di capirne il significato, inventando spudoratamente ritornelli che un giorno – lo sapevano – avrebbero padroneggiato così come avrebbero dominato il mondo intero, girovagando città dopo città, appropriandosi di deserti, foreste, oceani. Perché non era importante il luogo, ma che potessero farlo insieme.
Così Alice conosceva il più grande desiderio di Cecilia e viceversa. Anche per questo motivo nessuna delle due era in grado di quantificare il potere che l’una aveva sull’altra, ma questa consapevolezza iniziò subdola a farsi spazio in loro. Arriva un punto in cui anche l’affetto non può andare troppo a fondo perché ogni cosa diventa una minaccia, un coltello sguainato, uno spillo sotto le unghie.
Fu così che anche Alice e Cecilia scoprirono le prime piccole angherie, le schermaglie in cui si lanciano due persone certe di appartenersi in un modo inspiegabile e per questo sempre spinte a mettere alla prova limiti e confini. Quel nodo che le legava, le spire della loro esistenza che dovevano tirare ogni volta di più per confermare che nulla avrebbe potuto scioglierle, separarle.
È capitato più volte che si ferissero, che si colpissero al punto da lacrimare, annullarsi. È capitato che non si rivolgessero la parola, che non si parlassero e si concedessero i classici dispetti da ragazzine per attirare l’attenzione, l’una dell’altra a costo di sanguinare. Ma ciascuno di quei conflitti pareva avere sempre vita molto breve: l’esperienza forniva loro ogni volta un pretesto per ritornare, per ritrovarsi. La separazione dei genitori, un infortunio, persino la morte si mise in mezzo, ancora una volta, stringendo quel nodo con la consapevolezza che il peso di ogni ferita sarebbe stato sempre più lieve se erano insieme. Chi le aveva attorno lo percepiva e nessuno osava nemmeno metterci bocca. Che fossero in uno dei loro periodi felici o in uno di quelli in cui non facevano altro che mordersi e masticarsi, tutti davano per scontato che Alice e Cecilia fossero l’equivalente di una mostruosa creatura con due teste.
Le conobbi così, un giorno di primavera mentre erano intente a pranzare prendendo il sole su una delle panchine del cortile interno della scuola. Alice era seduta sull’erba a gambe incrociate, un libro aperto e rivoltato sulla sua gamba sinistra mentre Cecilia era distesa su quella panchina, il corpo riverso sui suoi avambracci, gli occhi sottili che mi avevano arpionato. Non riuscivo a guardare nient’altro che lei. Si era presentata, Ce-Ci-Lia, e solo il suo nome aveva sobillato qualcosa, uno di quei veleni che da principio sono dolcissimi sulle labbra e non puoi fare a meno di ripassarci la lingua per percepirne ancora e ancora il lascito.
Alice aveva masticato il suo nome come fosse una cosa di così poco conto da convincermi a dimenticarmi di lei.
Lo scoprii nel tempo: Cecilia emanava un’irrequietezza violenta e insidiosa, qualcosa che sprigionava costantemente verso l’esterno e che ti spingeva a gravitarle in qualche modo attorno, come se ti incollasse alla sua presenza e fosse impossibile staccarsi da lì. Non c’era niente di addomesticato e docile in lei, era come uno di quegli uccellini graziosi che alla prima occasione utile decidono di beccarti solo perché ne sono in grado. Era il sogno perpetuo di ogni adolescente in quella scuola, quello che molti non avrebbero mai ammesso perché se ne sentivano allo stesso tempo minacciati. Il desiderio che mi avvinghiava a lei era come dita avvolgenti attorno al collo: mi opprimeva, mi toglieva il fiato e non era mai lieve.
Per tutto il tempo in cui la frequentai, non feci mai caso ad Alice, come se non esistesse nemmeno. La notai quasi per caso il giorno del diciottesimo compleanno di Cecilia, la notai perché eravamo le uniche due persone che lì in mezzo si sentivano estranee. Scoprii che Alice emanava un’irrequietezza torbida e sottile, qualcosa che ti attirava e spingeva a volerle entrare e scavare dentro. I suoi occhi erano scuri, sempre liquidi e sfuggenti e più sfuggivano più provavo il desiderio di fermarli su di me. Era di una timidezza paralizzante, silenziosa a meno che non si parlasse di qualcosa che pareva contrastare così tanto con quegli occhi sin troppo malinconici e addolorati. Volevo essere parte di quel dolore, di quella tristezza.
Mentre Cecilia spegneva le sue candeline, io e Alice parlavamo dei film che avremmo voluto vedere prima di morire, le chiesi il suo numero di telefono carico di un’eccitazione vibrante – qualcosa di così casto ma non meno elettrizzante di tutti quegli attimi violenti che avevo condiviso con Cecilia. Alice non si rifiutò e, come volessimo serbare quell’attimo di così innocente intimità, non lo dicemmo a Cecilia. Ma lei lo venne a sapere. Ruppe con me e ruppe con Alice.
La rottura con me passò quasi in sordina rispetto a quella tra loro due. In molti si dissero che non era nulla di così inconsueto, che tempo un paio di mesi entrambe si sarebbero riappacificate, sarebbero tornate mano nella mano come succedeva sempre.
Quei mesi passarono, ne passarono anche tre, quattro. Questa volta la rottura parve insanabile e se quel nodo non si era sciolto, forse erano le spire di quelle due esistenze a essersi staccate l’una dall’altra con violenza inaudita. Come se la vita questa volta avesse deciso di non fornire più nessun pretesto per riappacificarle, come se quel legame così devoto e stringente ora si fosse disintegrato.
È trascorso più di un anno in cui io e Alice siamo rimasti insieme.
Quando Alice aveva chiuso quella telefonata, l’occhio destro aveva iniziato la sua personale forma di decadenza, la mia vista si fece sfocata finché smisi di vedere. Il fischio pigiava sulle orecchie e ogni volta che deglutivo qualcosa si dibatteva contro le mie tempie, la forza di centinaia di spilli che mi penetravano il cranio e quell’unico occhio dall’interno. Non sentivo nient’altro che non fosse il sapore del mio stesso sangue e, nonostante questo, il pensiero mi parve quasi confortante, mai quanto sentire il mio corpo rotto nella sua interezza, le mie ossa maciullate che avevano squarciato la carne e chissà quali organi.
L’unico occhio che era sopravvissuto all’impatto a un certo punto riuscì a inquadrare Alice, lì sulla periferica, completamente in silenzio, ferma nella sua contemplazione. Mi illusi di riuscire a vedere nei suoi occhi quel velo costante di tristezza, quello a cui mi ancorai anche se ora era chiaro che in tutto quello scuro ci fosse anche altro: paura. Mi accorsi in ritardo, quando ormai era troppo vicina a me, della presenza di Cecilia, quella che il mio unico occhio non era riuscita a inquadrare, quella che si piegò sopra di me, avvicinando l’indice sotto il mio naso, forse per capire se stessi ancora respirando. Dovevo sembrare morto, un corpo friabile e squarciato dalle sue stesse ossa.
Cecilia si levò e Alice disse qualcosa che acquisì la stessa consistenza di un’epifania, qualcosa che avevo sempre saputo e che solo in quel momento capii davvero. Il conflitto rivela quanto di più intimo e segreto, dinnanzi a questo le nostre anime sono nude e prostrate. A chi concediamo quella rivelazione, solo a lui diamo tutto di noi stessi.
Davanti al mio corpo dissolto Alice e Cecilia sarebbero state per sempre legate da quell’atto indicibile. Come una maledizione.
Cecilia continuò a guardarmi, sempre così impassibile, come se dovesse compensare con quella sorta di apatia tutte le emozioni di cui Alice era ricolma e con cui rischiava di deflagrare.
«Lo mangiamo?»
«Lo mangiamo.»
«Fino alle ossa?»
«Fino alle ossa.»

