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Braccialetti

Braccialetti Copertina

Piergiorgio Andreani

Illustrazione di raff.inthebox


Stamattina ho seppellito mia madre. Se n’è andata serenamente, come ho sempre sperato per lei. Quando le diagnosticarono l’Alzheimer mi spiegarono la probabile evoluzione della cosa, ma viverlo è tutt’altra faccenda.
Guardando un film in cui una madre dimentica il volto della figlia che ha cresciuto, la cosa peggiore che può accaderti è qualche lacrima, del dispiacere e magari un po’ di empatia per chi deve affrontarlo davvero. Poi spegni la luce, ti addormenti, e il giorno dopo va tutto bene.
Io invece mi sono svegliata per anni con la totale incertezza su cosa aspettarmi da lei. Ogni sguardo, ogni domanda, ogni momento potevano essere quelli che mi rivelavano che fosse peggiorata o, perlomeno, che era una giornata no. Se le avessi chiesto del pranzo mi avrebbe risposto con uno dei suoi piatti preferiti o accusandomi di volerle mettere qualcosa di strano nel cibo? Nel suo sguardo avrei visto l’amore di una madre o la diffidenza di una sconosciuta?
Lentamente, per lei, non ero più nessuno. Nemmeno il suo nipotino di sei anni lo era. A quel punto la cosa più dura era capire che non era lei a volerlo, ma la malattia; continuavo a ripetere che non mi aveva abbandonata, ma che erano gli interruttori nella sua mente che si spegnevano a poco a poco, uno dopo l’altro. Ma non mi bastava. Era come se fosse morta prima di poterle dire addio, solo che lei era ancora lì con me. Era come osservarla da fuori, chiusa in una stanza insonorizzata dalla quale non poteva più sentire e rispondere. Desideravo solo una luce, un attimo, o qualsiasi altra cosa che mi dicesse che c’era ancora, che i suoi ricordi non erano tutti perduti, e che mi permettesse di comunicarle almeno una volta quanto l’avevo amata e quanto mi ero sentita amata da lei.
All’inizio di luglio Lorena Costanzi, la migliore amica di mia madre con la quale era praticamente nata e cresciuta, morì per un attacco di cuore. Scoprii in seguito che la cosa non fu del tutto inaspettata, ma la mattina in cui Damiano, il figlio di Lorena, chiamò per darmi la notizia, mi rattristai molto e la presi come l’ennesimo colpo a una situazione già drammatica, perché la donna che mi aveva messa al mondo ormai camminava a fatica e parlava pochissimo.
Lorena veniva ogni tanto a trovarla, anche se mia madre non le riservava un trattamento migliore di quello destinato a me. Dubito che avesse la minima idea di chi fosse quella signora così gentile e affettuosa che amava passare del tempo con lei anche senza dire nulla, ma la certezza che quei momenti di premura e dolcezza fossero perduti per sempre mi fece male lo stesso. Un’altra parte importante della vita di mia madre non c’era più. Inoltre, proprio il giorno prima mio marito aveva portato nostro figlio in montagna e avrebbero dormito fuori un paio di notti, per cui mi mancava anche il sostegno della famiglia.
Quando la sera lo comunicai a mia madre, cercai di essere più neutra possibile. Non mi aspettavo che comprendesse o che addirittura ne fosse dispiaciuta, ma sentivo comunque il bisogno di farlo. Smettere di parlarle di ciò che accadeva solo perché con tutta probabilità non avrebbe capito sarebbe stata un’ulteriore resa verso la malattia.
Apparve indifferente, come avevo previsto. Rimase immobile sulla sua poltrona e sul suo volto non lessi nulla. Così mi alzai e le dissi che stavo andando al supermercato a prendere qualcosa e che sarei tornata presto. Mi ero già avviata verso la porta di casa, quando all’improvviso sentii la sua voce incerta: «Promesso.» Era la prima parola che pronunciava da giorni. Mi girai e vidi nella sua espressione una sorta di preoccupazione ansiosa. Guardava fuori dalla finestra come se stesse fissando qualcosa in particolare, che però io non vedevo: il paesaggio composto dal lato nord del paese e dalle montagne retrostanti pareva quello di sempre, nella luce rosa che preannunciava il tramonto. Pensai fosse semplicemente dispiaciuta di rimanere sola, così la rassicurai: «Tranquilla, torno subito. Te lo prometto.»
Guardai l’orologio: il supermercato chiudeva alle 20 e mancavano pochi minuti; mi affrettai e, forse, dimenticai di chiudere a chiave. Ancora oggi fatico a credere di non averlo fatto visto che per me era un gesto automatico.
Cercai di essere il più veloce possibile ma dovetti comunque perdere un po’ di tempo in fila alla cassa. Non che fossi particolarmente in apprensione, perché l’autonomia di mia madre era così ridotta che non credevo sarebbe mai riuscita a mettersi nei guai. Imbustai la spesa e tornai a casa. Ero a piedi e non c’erano più di duecento metri di strada da fare.
Appena rientrai vidi subito che mia madre non era più sulla poltrona. D’istinto mi divisi tra la preoccupazione che potesse essersi fatta male e il piacere di sapere che per il momento era ancora capace di alzarsi. Poggiai la spesa sul tavolo e la chiamai. Nessuna risposta. La mia bilancia mentale iniziò a tendere più verso la preoccupazione che il piacere. Andai in cucina, ma non era nemmeno lì. Perlustrai velocemente le camere e il bagno continuando a chiamarla. Nessuna traccia. Uscii fuori e girai intorno alla casa. Sembrava sparita nel nulla. Il mio cuore ormai batteva velocissimo.
Decisi di non perdere tempo. Afferrai il telefono e chiamai i carabinieri, spiegando la situazione e cercando di rimanere lucida. Mi dissero che avrebbero mandato un’auto a perlustrare la zona e di verificare, nel frattempo, nei posti che ritenevo più probabili. Del resto, non era in grado di allontanarsi troppo in poco tempo.
Camminavo velocemente e di minuto in minuto ero sempre più trafelata e agitata. Passai davanti al supermercato ormai chiuso, pensando che aver detto a mia madre dove stavo andando potesse averla spinta a venirmi a cercare. Nulla. Giravo le piccole vie del paese guardandomi intorno, mentre la luce del giorno diminuiva e mi costringeva a strizzare gli occhi. In diversi momenti credetti di vederla in ciò che invece erano solo ombre di siepi, una fontanella e addirittura una panchina. La mia mente creava quello che desideravo disperatamente vedere, ma poi la realtà mi cadeva addosso. L’unica cosa che sembrava consolarmi è che era estate e, per lo meno, mia madre non era in giro al freddo. Arrivata nella piazzetta principale, incontrai alcuni conoscenti. Non l’avevano vista ma, appresa la gravità della situazione, promisero di tenere gli occhi aperti.
Continuai a girare per il paese, sempre più incredula e disperata. C’era qualche altra persona a passeggio, ma nessuno sapeva dirmi qualcosa. Alle undici passate mi resi conto che, non vedendo ormai quasi più niente, non avrei potuto cercare meglio dei carabinieri. Inoltre ero esausta e volevo sentire mio marito. La cosa che più mi preoccupava è che il nostro paesino si estende in mezzo alle montagne ed è circondato di strapiombi pericolosi.
Rientrai a casa, andai in camera e lo chiamai raccontandogli tutto. Non volevo rovinare i loro giorni di tranquillità sulla neve, ma mi sentivo sola e senza via d’uscita. Piansi per quasi tutta la telefonata, ma lui riuscì a calmarmi. Era uno dei motivi per cui mi ero innamorata, il fatto che affrontasse sempre le cose con coraggio e senza perdere il controllo. Quando tornai in me parlai un po’ con nostro figlio e mi rilassai per qualche minuto, poi chiusi e non potei fare a meno di stendermi sul letto. Non c’era un solo muscolo che non mi facesse male. Misi una mano davanti al viso. Gli occhi umidi bagnarono le dita. Li chiusi e, dalla stanchezza, rimasi lì per più di un’ora, distrutta e impotente.
Lo squillo improvviso del telefono accelerò bruscamente il mio respiro. Allungai la mano per rispondere, poi mi fermai. Per alcuni secondi ebbi paura di cosa stavo per ascoltare. Mi proiettai istantaneamente in un futuro nel quale mi ero fatta forza per il bene della famiglia, ma non avevo mai davvero superato il dolore della morte di mia madre, precipitata in un dirupo perché l’avevo lasciata sola. E mai l’avrei superato. Inspirai tutta l’aria possibile reggendomi il petto con l’altra mano. Poi la buttai fuori e risposi.
«Francesca, sei tu?»
«Sì, chi è?» fui più brusca di quanto volessi.
«Sono Damiano, il figlio di Lorena. C’è Teresa a casa mia. Era qui che gironzolava in giardino. Che è successo?»
Non riuscii subito a rispondere. Scoppiai in un pianto di gioia che cercai di soffocare il più possibile nel cuscino. Credo di averlo lasciato senza risposta almeno per una trentina di secondi. Attesi che il cuore rallentasse e provai a ricompormi un po’ prima di riprendere a parlare.
«Scusami. Sei ancora lì?»
«Sì, certo.»
«Damiano, io… grazie. È dalle otto che la cerco, ho chiamato i carabinieri, non sapevo più cosa fare. Non lo so… non so come sia finita lì, non ne ho idea. Vengo subito.»
«Di nulla. Ti aspetto qui.»
Avevo bisogno di vederla con i miei occhi. Corsi alla macchina. La casa dove Damiano viveva con Lorena era in una parte leggermente più alta del paese e non avrei mai pensato che mia madre potesse riuscire ad arrivare a piedi fin là. Una zona, realizzai all’improvviso mentre guidavo, visibile dalla finestra del nostro soggiorno.
Girai nel vialetto e parcheggiai sulla breccia davanti casa. Damiano era in piedi nella veranda. Su una panchina, accanto a lui, sedeva mia madre. Prima di scendere mi ricordai dell’auto dei carabinieri. Telefonai e li avvertii che per fortuna tutto si era sistemato.
Mi avvicinai e ringraziai ancora Damiano per aver messo fine all’inferno di quella sera. Mi disse di aver sentito dei rumori in giardino mentre era ancora sveglio. Non riusciva a dormire, dopo una giornata passata a doversi prendere cura della morte di Lorena. Aveva trovato mia madre seduta lì dov’era e provato a farle qualche domanda.
«Non mi ha risposto. Però aveva la stessa espressione di ora. Mi pare tranquilla, serena. Non trovi anche tu?»
Provai a capirci qualcosa. Le chiesi se stesse bene e se sapesse dirmi cos’era successo. Mi guardò senza parlare, poi abbassò lo sguardo e, seguendolo, vidi che in grembo aveva un oggetto. Me lo porse. Era una sorta di scrigno di legno, ammuffito e sporco di terra. Io e Damiano ci guardammo. L’aveva tirato fuori in qualche modo dal giardino? Era addirittura riuscita a scavare? E come faceva a sapere che avrebbe trovato qualcosa?
Lo tolsi delicatamente dalle mani di mia madre e lo aprii. All’interno, coperti di terra, c’erano due braccialetti, attaccati tra loro come anelli di una catena. Sul lato esterno di uno, era stato inciso in maniera rudimentale il nome Teresa. L’altro aveva il nome Lorena. Sul fondo dello scrigno c’era un foglio ripiegato e ingiallito dal tempo. Diedi commossa i braccialetti a Damiano e tirai fuori il biglietto, cercando di non strapparlo. Riuscii ad aprirlo e lessi:

«Oggi, 5 luglio 1952, io, Teresa Noto, compagna di banco e migliore amica di Lorena Costanzi, prometto che, se domani l’operazione andrà male e le accadrà qualcosa di brutto, verrò a prendere i nostri braccialetti dell’amicizia e farò seppellire con lei quello col mio nome, così saremo sempre insieme.»

Feci una fatica del diavolo ad arrivare alla fine senza interrompermi per singhiozzare. Damiano, già provato dalla perdita recentissima, si coprì il volto con una mano. Pianse. Non conoscevo la storia a cui si riferiva mia madre nel biglietto, così attesi che Damiano si riprendesse.
Si asciugò gli occhi. Poi, sorridendo, mi raccontò che, quando era bambina, sua madre dovette sottoporsi a un’operazione al cuore. Quel tipo di chirurgia era ancora agli albori e non c’erano garanzie di successo. L’operazione andò bene e garantì a Lorena una lunga e felice vita fino a quel giorno, in cui il suo cuore aveva infine ceduto.
I braccialetti si aprivano a scatto. Damiano li separò e mi porse quello con scritto Lorena.
«Spero che lo userai il più tardi possibile.»
Poi si girò verso mia madre, mostrandole l’altro braccialetto.
«Grazie, Teresa. A questo penserò io.»
Lei, con un sorriso che non faceva da così tanto tempo da essermelo quasi dimenticato, rispose: «Promesso.»
Mi avvicinai a mia madre e la abbracciai forte. Anche lei, a modo suo. Mi posò una mano leggera sulla schiena. Capii che non era ancora tutto perduto. Per un attimo fu di nuovo lei. Sapevo che il tempo dell’oblio sarebbe arrivato, ma avevo avuto l’occasione di sentire il suo amore per un’ultima volta. È stato circa sei mesi fa.
Stamattina ho seppellito mia madre. Se n’è andata serenamente. E con lei c’è il braccialetto di Lorena.