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Cani

Copertina Cani

Apolae

Illustrazione di Anita Mastropietro


«Sì, tesoro, va bene, l’ho capito che vuoi sentirtelo dire», scintillò mamma tacchetto nero e calze chiare, passo croccante e voce schiacciata da un sorriso largo, appena rientrata a casa coi terrier che già l’aveva riempita di qualcosa che mancava, un’essenza indefinibile. Vibrò: «Ecco, sei un uomo meraviglioso, contento?». Lo fece appena prima che papà potesse sputare fuori dai denti il suo licenziamento, fresco di firma, perché l’Azienda aveva un piano ma lui era troppo veloce, quindi taglio dei costi e risorse giovani, proprio mentre il gas cubava quanto l’oro e poi la guerra, la crisi, lo sapevamo, erano giorni tremendi, ma lei il tempo di appendere il cappotto e accendere i fuochi e attendere la bollitura, fischio-schiuma, che già in salotto strisciava l’aroma dell’arabica come scirocco ad accarezzare lo specchio Ikea, i mobili Mondo Convenienza, le lampade Leroy Merlin, la tivù Hitachi, gli orsetti Thun, il divano Poltronesofà sul quale lui stava seduto storto, rigido come una mazza di scopa, a fissare la telegiornalista raccontare le ultime disgrazie nel suo tailleur firmato «Buono, Amelia. Che caffè squisito, amore», bevendo quella tazzina fumante che poteva essere una delle ultime. Io giocavo al Game Boy rannicchiato sul plaid della poltrona, coi due cuccioli a mordicchiarmi i calzini e la questua di una zampogna che si avvicinava attraverso l’androne del condominio. «Non fate rumore, sennò dalla porta non ce li smuove più nessuno», bisbigliò papà «’sti mangiasuole lucani». Allora nonna comparve dalla cucina – “prodigioso”, lei che non ci sentiva mai tranne quando voleva – per informarci gesticolando che i cani nel sole c’erano eccome, una volta li aveva ben visti, ricordava mentre i terrier rientrati dalla pisciatina strappavano il bracciolo del divano. Li scansavo: «Via!», e loro niente, sebbene mio padre non parlasse degli animali ma degli zampognari, lo sibilò a nonna con l’indice sulle labbra «Sh, ’statt zitt’», col risultato di fare confusione invece che silenzio e attirare il belato delle cornamuse proprio davanti al nostro portone. Niente da fare: se donna Mena aveva deciso di tenere il palco, si poteva solo sperare che il monologo finisse presto. Io seguivo la scena con un occhio su di loro e uno sul display, più infastidito che interessato, vicino com’ero a terminare il livello. Ninetta e zio Toni si voltarono in salotto, entrambi con un folto ventaglio di carte in mano «Ma che stai a di’!», fermando la partita a stoppa tanto per sentire la storia che nonna spolverava dai ricordi: «Sìsìsì… mi possano cecare se dico una bugia! M’ero svegliata presto per raccogliere la legna. Faceva freddo assai, c’era pure la guazza sui rametti. Nel sole c’erano due cani!». La donna segnò la Santa Croce tre volte di seguito, con rapidità insospettata, poi si baciò una nocca. «Quel giorno me lo ricordo bene, con le nuvole fini fini. Quasi non si vedevano». Insomma, la partita a carte riprese subito e papà blandì la madre con quel molle sorriso che talvolta si concede agli anziani «Certo mammina» ricevendo in cambio una specie di ingiuria in dialetto che non capii, che tra l’altro a me il dialetto faceva proprio schifo, mi metteva tristezza e pure a mamma, d’altronde, che scortava il corpo anziano sottobraccio, verso la cucina, nel dichiarato intento di preparare la pasta alla chitarra più buona di sempre. «Invece di stare sempre là a mischiare le carte, alzate la capa e fateci attenzione, al cielo!» agitò la cucchiaia Mena, facendosi infilare la parannanza al collo. Così svanì la discussione, con la melodia degli zampognari che si allontanava. Papà era ancora fisso sulle previsioni meteo, la mamma stendeva la massa sotto al mattarello, la nonna spargeva un’infarinata sul tavolo, Ninetta e lo zio giocavano l’ultimo giro, i cagnolini si addormentavano sul tappeto, io avevo già spento il Game Boy perché di lì a poco sarebbe arrivata Serena, oltre al fatto che mi ero distratto per tutta quella storia perché un bagliore lo avevo intuito, l’avevo scorto, negli occhi stanchi della nonna, attraverso il velo della cataratta. La forma tenace di un ricordo aggrappato. Forse, la vecchia Mena, quei cani nel sole li aveva visti davvero. E poco sarebbe cambiato nel caso contrario.