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C’era una volta un crocifisso

C'era una volta un crocifisso copertina

Federico Bastianelli

Illustrazione di Chiara Arcadi


Don Paolo estrae il revolver da sotto la veste, sale sul palco che i bambini dell’oratorio hanno addobbato per la recita di fine anno, poi dall’altra tasca estrae una pallottola.
Al centro del palco Bernardo, il sacrestano della parrocchia. I polsi dell’uomo sono legati all’arca che i bambini hanno realizzato assieme al maestro di educazione tecnica per la messa in scena del secondo atto di Aggiungi un posto a tavola.
Adagia la pallottola nel tamburo, lo fa girare, lo chiude. Bernardo è completamente nudo e piange, piange come un bambino.
Don Paolo si sistema gli occhiali sopra il naso. Senza sarebbe completamente cieco. Alcuni dei compaesani lo chiamano la talpa. Punta la pistola alla testa dell’uomo. «Dimmi dov’è.»
Bernardo non risponde. Sono la paura e i singhiozzi che gli impediscono di parlare. Don Paolo tira il cane con il pollice, poi preme il grilletto.
Clic. Il primo colpo va a vuoto.
«Hai avuto una seconda possibilità, Bernardo. Dimmi dov’è.»
Bernardo prova a parlare, balbetta appena qualche parola, e don Paolo fa di nuovo fuoco.
Clic.
«Dio ti dà la possibilità di fare la cosa giusta, non tentarlo ancora.»
L’uomo mugugna, parla. «Giuseppe» dice piano. Ma a don Paolo non basta il nome, ci sono sei Giuseppe nel comune, sono le dieci, non ha il tempo di fare il giro di tutte le case, gli serve un indirizzo. Tira di nuovo il cane della pistola, Bernardo inizia a pregare.
«Il tuo bigottismo non servirà a niente. Dio guarda ai tuoi peccati, non rifarti a lui perché hai paura di morire. Dimmi dov’è.»
«…che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…»
Don Paolo fa fuoco. Clic.
«Sai a cosa serve l’arca nella recita?» il prete si sistema di nuovo gli occhiali. «Dio guarda alla terra, e la trova corrotta, in preda ai peccati, alla dissoluzione… così predice un secondo diluvio. Incarica il prete di un paesello di montagna di costruire un’arca e caricarvi sopra tutti i suoi compaesani. Una volta finito tutto, questi ripopoleranno la terra.»
Bernardo con il capo chino si defeca addosso.
«Solo che purtroppo» continua don Paolo «nessuno dei compaesani merita veramente la salvezza. Dio si infuria e per punizione il diluvio arriva prima del previsto, quando sull’arca ci sono solo il prete e una ragazza,» alza le spalle «però è solo una commedia quindi alla fine Dio li perdona e lascia che tutti vivano. Applausi, sipario, fine.»
Si china sul sacrestano: «Ma questa non è una commedia, Bernardo: Dio non punisce e poi perdona; Dio ti vede, ti ascolta, e sa già quale sarà la tua punizione, solo che lascia ai suoi sottoposti il compito di eseguirla. E io sono un sottoposto del Signore, Bernardo. Dio ti ascolta.» Gli punta di nuovo la pistola contro. «Dimmi dov’è.»
Bernardo alza appena lo sguardo: «Via degli Olivi» dice in un soffio. «Da Giuseppe, in Via degli Olivi.» Poi ricomincia a piangere.
«Ti assolvo dai tuoi peccati, Bernardo.» Preme di nuovo il grilletto e la pistola fa fuoco.
La testa di Berardo si apre come una noce di cocco, quando il proiettile gli passa in mezzo agli occhi.
Don Paolo guarda tristemente il legno dell’arca sporco di rosso, pensando che ci vorranno ore per ripulire tutto. Spera che almeno i topi lo aiutino a fare prima.
Rinfodera il revolver ed esce dalle sale parrocchiali.
Chiude la porta a chiave dietro di sé, poi si avvia.
Guarda l’orologio: due ore al matrimonio.

Via degli Olivi n.3

«Salve, signora Lucia.»
«Salve, don Paolo, che piacere!»
«Le chiedo scusa per il disturbo, sto cercando suo marito, il signor Giuseppe. È in casa?»
«Certo, è sul retro, glielo chiamo o preferisce entrare? Ho appena fatto il caffè, si unisce?»
«Volentieri signora, la ringrazio.»
«Venga, venga. Stia attento al cane, è un bastardino, non fa niente, è solo fastidioso, ma non vorrei le sporcasse la tunica. Giù, Achille! Mi scusi don Paolo.»
«Oh, non si preoccupi.»
«Gliela lavo io, mi scusi eh»
«Non si preoccupi signora, capita. Ne ho altre.»
«Lei me la porti e gliela lavo io a mano. Siccome il cane è a pelo raso… per carità non dobbiamo farglielo tagliare continuamente, ma li lascia in giro ovunque! «Giuseppe! Vieni c’è don Paolo! Giuseppe!»
«Non si preoccupi, signora.»
«Si accomodi, si accomodi.»
«Grazie.»
«No no, lei me la porti, poi ci penso io.»
«Va bene signora Lucia, grazie.»
«Come lavo i colletti io poi… lo dovrebbe chiedere a mio marito. Se ne ha qualcuno con le macchie difficili, porti, porti. Ci penso io. Scommetto che Bernardo non è bravo quanto me a lavarle le tuniche!»
«Sono sicuro. Bernardo sapeva cavarsela quasi sempre. Oggi però se ne è andato.»
«Oh e dove?»
«Via.»
«Lei porti, porti, ci penso io. Che poi quando torna Bernardo lo vede che gli ho rubato il posto e se la prende!»
«Oh, ma non penso tornerà signora, non si preoccupi. È andato a trovare i suoi genitori.»
«Ma non erano morti qualche anno fa poverini? Quante zollette metto don Paolo? Giuseppe! C’è don Paolo, vieni!»
«Due signora.»
«Quante ha detto?»
«Due, per favore.»
«Giuseppe! Giù Achille, giù.»

Giuseppe e Lucia sono sposati da cinquantasei anni. Avevano convolato a nozze nel ’64, cinque figli, tre nipoti e un cane. Avevano passato la loro vita insieme. Lei urlava, lui l’ascoltava. Lui russava, lei si voltava dall’altra parte. Lei faceva un arrosto immangiabile tutte le domeniche, lui lo mangiava.
Al loro cinquantesimo anniversario non si erano accontentati di un semplice rinnovo delle promesse di matrimonio: avevano chiesto a don Paolo di risposarli perché di quell’unione non si erano mai stancati. Poco ortodosso, ma il prete aveva accettato.
Don Paolo manda giù quel caffè amaro nonostante le due zollette, poi si guarda intorno.
«Pensa che suo marito ci metterà ancora molto?»
«Oh, ha fretta?»
«Beh, avrei un matrimonio tra un’oretta e mezzo.»
«Oh, Roberto e la figlia dell’Annalisa. Che bravi ragazzi, vero?»
Don Paolo annuisce: «Davvero fantastici.»
«Li vedo in chiesa tutte le domeniche.»
Sì, anche don Paolo li aveva visti tutti le domeniche, negli ultimi quattro mesi, da quando avevano deciso di sposarsi. Ed era anche sicuro che dopo non li avrebbe più rivisti, come tutte le altre coppie. Ma era un rito classico, aveva perso la voglia di parlarne. Loro smettevano di venire e lui smetteva di andare a benedire le loro case. Il mutismo reciproco durava per circa un anno o due, poi alla nascita del primo figlio quasi sempre tutti tornavano strisciando, professando impegni di ogni tipo che affollavano le domeniche mattine di ognuno.
Era sempre la stessa storia. I futuri sposini non facevano eccezione.
«Vado a chiamarle mio marito, mi scusi, don Paolo.»
«Oh, lasci, signora. Ci penso io.»
«Sicuro?»
«Ma certo.»
«Grazie, sa, con queste gambe… La porta in fondo al corridoio, grazie don Paolo.»
«Si figuri.»
Don Paolo si incammina lentamente. Una volta lontano dagli occhi della donna estrae il revolver, carica una pallottola e poi chiude il tamburo, senza farlo girare. Non a tutti i peccatori Dio lascia due opportunità.
Quando apre la porta, Giuseppe è in ginocchio, in mano un pennello, e davanti a lui il crocifisso della chiesa. Il suo crocifisso. L’uomo guarda il prete, poi il revolver, poi il prete. «Don Paolo?»
La croce è stata completamente riverniciata e i buchi lasciati dai tarli nel corso degli anni turati. Il riflesso sulla vernice fresca illumina la superficie, tanto che agli occhi del prete sembra risplendere di luce propria. Era sicuro di trovarla imbrattata, a pezzi, o peggio, violentata con qualche infido simbolo pagano, invece era più bella che mai. Era sicuro che nemmeno il suo predecessore avesse mai goduto di un simile spettacolo.
«Ma…» Giuseppe rimane interdetto, senza capire se quella tra le mani del prete sia una pistola vera o un giocattolo. Don Paolo abbassa l’arma, senza che se ne sia accorto sul suo volto è apparso un sorriso. «La croce…» commenta appena.
«Non è ancora pronta. Pensavo di riportargliela domattina presto. Bernardo non l’ha avvisata?»
Don Paolo è senza parole.
«Ma è una pistola quella che avete tra le mani?» chiede il vecchio.
Don Paolo guarda il revolver, per un momento alieno nella sua mano. «Oh no, è per la recita.»
«Aggiungi un posto a tavola
«Sì, quella.»
«Ah, beh, certo» dice l’uomo confuso. «Vi piace la croce?»
«Perfetta.»
«Dovete ringraziare Bernardo, è stata sua l’idea. Voleva farvi una sorpresa.»
«Molto premuroso.»
«Mi immagino già la sua faccia quando la vedrà: morirà di gioia!»