Pierfrancesco Venturi
Illustrazione di Desperado
I. Fildiluce
Esco da un sonno tormentato. Dalla feritoia, tra le imposte socchiuse, entra un fildiluce. Flebile e fatuo, mostra il pulviscolo che fluttua per la stanza vuota dove ho arrangiato il letto, un comodino e un abat-jour che rischiara appena nella penombra. La radiosveglia della vicina, con cui non ho mai parlato e che a malapena saprei riconoscere, manda sempre a quest’ora le notizie del mattino. Filtra tutto attraverso le pareti, anche l’inflazione al dieci percento. Stacco il telefono dal caricatore: «Sette e zero zero, nessuna notifica meno recente». Infilo le ciabatte di gomma e mi porto in cucina, apro mezzo vuoto il frigo, prendo il cartone del latte e lo verso nella tazza. Due minuti nel microonde. Apro il vaso del caffè solubile, ne faccio cadere due cucchiaini dentro la tazza, fisso affogare il caffè, sciogliersi la polvere. Dall’altra parte del muro, la radio officia ancora la sua liturgia:
«Dall’inizio dell’anno sono stati spesi ben sessantacinque miliardi in soldi pubblici per la ristrutturazione di sole trecentottantamila case; si crede giustamente che questa rappresenti la più grande truffa subita dallo Stato italiano, di certo la prima compiuta con il suo stesso benestare…».
Entro in bagno e mi siedo sul water, mi corre in tutto il corpo un lungo brivido per il freddo contatto con la tavoletta. Apro Facebook per compulsione e il mio algoritmo mi propone video di transgender americani depressi, spa per cani, gente che mangia avocado per colazione. Tiro l’acqua e torno in camera da letto. In fretta, come una bestia predata, mi infilo le mutande di ieri, i calzini, i pantaloni grigi e lisi, la canotta, il maglione, le scarpe ancora umide dalle piogge di ieri, la giacca. Chiudo la porta dietro di me e scendo le scale buie. Cinque piani, in silenzio. Mentre ascolto il rumore dei miei passi diffondersi per la tromba delle scale penso alle vite dentro questi appartamenti senza luce, l’uno sull’altro e separati, ciascuno nel proprio nascondiglio.
In un vecchio garage abusivo, quasi una cantina al pianterreno, vive una famiglia di immigrati bangladesi. Li vedo tutti i giorni, uscendo di casa. Sono forse in quattro, o in cinque, ma non riesco mai a contarli insieme. La madre cucina dentro alla tana. L’odore d’aglio e di spezie è nauseante al mattino. La figlia stende i panni su una grata nel cortile condominiale, si raccoglie i capelli in un velo. Non so dove siano gli uomini, non li vedo mai, forse in un minimarket da qualche parte in città, dalle sette del mattino alle tre di notte. Giro l’angolo camminando sul marciapiede sudicio: escrementi di cane, cartacce, gabbiani gaudenti sulle pile di rifiuti dietro ai cassonetti. Stentiamo a godere di ciò che compriamo: la vita che produce questa immensa industria collettiva è sempre più breve. Tutto è studiato in ogni dettaglio. Andiamo al supermercato credendo di esercitare un potere, ma siamo noi a essere acquistati. Ci facciamo incantare come bambini dai colori del packaging, dalle fila di prodotti in bell’ordine, illuminati da fari a led per meglio risaltare, per smuovere il nostro lato animalesco. A guardarli bene, questi oggetti rispondono a una ideologia che nelle sue premesse è militare: è soft power, è la nuova dittatura del cute. Sono pronti. Desiderosi in prima linea di essere consumati, sacrificati. Sanno che verranno sostituiti, non credono alla morte perché non sono e non vogliono essere unici, perché hanno milioni di copie identiche. Qui, davanti a questi cassonetti, siamo all’ultimo stadio. Dopo aver consumato – curiosa analogia sessuale – ci viene a disgusto, proprio come dopo un amplesso, ciò che avevamo scelto, perché avevamo pensato di amare, da bravi.
Intorno a me (forse è troppo chiamarlo paesaggio), palazzine di cinque, sette, nove piani, venute su per edilizia intensiva durante il boom senza un piano regolatore, su strade minuscole che sono diventate scure, anfratti per proletari dai cornicioni pericolanti e dai colori insensati, abbruttiti dal tempo e dall’incuria, specchi a loro modo della necessità che li ha eretti. Le auto sono ammassate ovunque, parcheggiate sulle strisce in doppia fila, incolonnate ai semafori, tutti sono soli negli abitacoli: ascoltano la radio mentre inveiscono contro il prossimo, maledicono la congestione di cui sono la causa. Procedo verso la fermata della metropolitana. Una giovane donna distribuisce volantini di un’agenzia immobiliare e chi li arraffa li getta poco oltre. Per terra, sopra un cartone, un clochard vende palloncini a forma di cane ai bambini.
Scendo cinquanta metri nell’abisso, tra la solitudine della folla. I treni spingono l’aria dentro le gallerie, e ne deriva un vento che alza la polvere, fa lacrimare gli occhi, vibrare le bocche di ventilazione. Tra gli astanti in attesa, si spande dagli altoparlanti un reggaeton latino. In piedi, mi stipo a fatica dentro a questo carro bestiame. Nell’ammasso dei corpi regna un silenzio claustrale. Ulula e stride di vita solo questo mostro della tecnica in perenne sovraffollamento. Sbuffa fermandosi, riparte mugghiando. Alzo lo sguardo e leggo il mio oroscopo sugli schermi dentro il vagone. Vicino a me ci sono dei cinesi con borse griffate e il telefono portato a tracolla, una zingara che passa per le carrozze con una bimba in braccio attaccata alla mammella, il suo volto confuso al seno della madre. Questa assurda maternità tiene in mano un bicchiere di carta e dice:
«Solo 20 centessimi, vi prego sinniori, per il latte dela bambina.»
Ognuno di noi tiene più stretti gli averi. C’è chi mastica gomma, chi guarda nel vuoto, chi conta i like sotto l’ultima foto. Un turista americano in scarpe da ginnastica, calzini di spugna bianchi e pantaloncini scende a una fermata in centro. Si illuderà che questa città abbia ancora un senso, chiusa nella sua bellezza abbandonata. Si aggirerà smarrito tra le viuzze acciottolate, con lo sguardo fisso al cellulare e un’applicazione dalla voce meccanica e suadente gli dirà dove andare. Inconsapevolmente colonizzerà questi luoghi ormai vuoti, di cui nessuno possiede più il significato. Un cameriere africano vestito in livrea sintetica gli servirà uno spritz e una pizza scongelata, sotto una veranda di plastica. Scatterà e posterà foto, comprerà un selfie stick da un pakistano, si lamenterà della troppa gente che gli rovinerà la cartolina. Magari si sentirà ingannato dal feticcio pubblicitario che gli ha fatto spendere seimila dollari per venire qua, settemila chilometri lontano da casa. Cosa non si fa per i sogni.
Esco dal treno. In processione sulla scala mobile tengo basso lo sguardo per evitare le pubblicità affisse lungo tutta la risalita: modelle in lingerie, corsi di inglese, università telematiche, sigarette elettroniche. Tornato in superficie, nulla è mutato nel paesaggio, sempre le stesse palazzine uguali in bruttezza e sfacelo, ma in un altro quartiere della città. Altro mare per questa odissea, altro cemento. Faccio la salita e arrivo in cima al cavalcavia, teso tra una sponda e l’altra del fiume. Sotto al ponte ci sono dei rom che tornano dal giro dei cassonetti, spingono passeggini che riempiono di cavi elettrici da cui estraggono il rame. Mi fermo su questa lingua di marciapiede scavata tra la ringhiera e il guardrail, mentre le macchine sfrecciano incuranti dietro le mie spalle. Osservo dall’alto la distesa infinita della suburbia, chilometri quadrati di dormitori per impiegati, sintesi mirabile di convulsione, disordine, anti architettura. Il tormento di questo quotidiano andirivieni mi prende allo stomaco, la vasta e dilagante mancanza di scopo di questa grandezza di cui non si vede l’inizio e la fine diventa opprimente. Mi sconvolge la precisa, disumana sovrapposizione di tutte queste anime, ridotte all’impotenza. A sera non ricordo il volto nemmeno di una di loro. Non riesco più neanche a immaginare come potesse essere il mondo prima di tutto questo. Forse stagioni, mutamenti. Forse morte e rinascita.
II. Fildiluna
Guardo fuori dalla finestra dell’ufficio, tra le inferriate. Chiudo gli occhi e respiro, poi siedo alla scrivania dietro al computer. Lo sfondo sullo schermo è una foto scattata dall’interno di una grotta rocciosa: il paesaggio si apre da lì, come in una polla di luce, sopra una spiaggia che getta nel mare turchino. «Dio… che cosa ho lasciato per venire qui…». Stordito da tanta contraddizione, ci vedo camminare su quella spiaggia, felici in quell’oro, in quell’assenza del tempo. La brezza, mi ricordo, si insinuava salina tra la folta chioma dei tuoi capelli. Raccoglievi conchiglie, innocente e china, sorridevi mostrando la chiostra bianca dei denti…
«Hai visto la mail che ho inoltrato? Riunione domani ore 15. Dovresti vedere se in archivio riesci a trovare quel materiale. Dobbiamo salvarci il culo, ok? Ci vediamo dopo in pausa.»
«Sì, grazie… ora ci guardo… a dopo.»
Rinvengo dal sogno in cui ero assorto. Tutto è finito da allora. Rimane solo questo presente che appare irreversibile. Apro le maile disimparo ad amare ogni giorno che passa. In pausa i miei colleghi guardano sul telefono video di ragazze dall’età dubbia che fanno balletti equivoci su TikTok, discutono di rigori mai fischiati, fumano sigarette mentre bevono caffè scadenti che gli prepara una macchinetta per cinquanta centesimi. Stimolanti eccitanti tranquillanti, uno dietro l’altro in una botta sola, per sentire qualcosa. Il cinese del bar mi serve un tramezzino su un tavolo appiccicoso. L’uomo che era in fila dopo di me spende 20 euro in gratta e vinci. Dietro un separé, per un pudore ipocrita, altri uomini, vacui come nell’ombra, sono davanti alle slot machine. In questa città siamo tutti venuti a cercare fortuna, in un modo o nell’altro.
Il cielo si copre di nubi, spira forte un vento che piega le fronde dei radi alberi. Le cornacchie e i gabbiani planano sospesi nell’aria, in attesa. Una lattina di birra rotola vuota sull’asfalto, caduta dai tavolini. Mentre risalgo in ufficio, inizia a piovere fitto. I vetri si punteggiano di gocce d’acqua, che poi si assommano in rivoli. Ascolto il rumore della pioggia mentre digito sulla tastiera. La tempesta preme alle finestre, si confonde a questo accidioso silenzio irreale, visita le stanze degli uomini, manda richiami disattesi. Un collega risponde al telefono mentre muore lentamente il giorno, fuori di noi, appena fuori da questi vetri. Striscio il badge in uscita e mi incammino sulla via del ritorno. Guardo di nuovo dall’alto la città distesa sotto il tenue incendio del tramonto, tra il delirio di antenne sui tetti dei palazzi. Una donna si ferma per fare una foto. Mi commuovo per quest’onda di luce misericordiosa, piegata su tanto affanno. Raggiungo la fermata e riprendo la metro. A ciascuno di noi fu dato un destino, un inizio e una fine. In mezzo abbiamo piantato desideri, sogni che abbiamo reso tascabili, per portarceli addosso come un’onta. Sono anch’io tra queste anime, una vita come tante.
Esco dalla fermata e la sera ha coperto ogni cosa con velo pietoso, per la troppa vergogna.
Quando entro in casa devo sbattere forte la porta perché si chiuda. Giro le chiavi nella toppa, le getto sulla mensola. Il rumore rimbomba nelle stanze nude. Metto sul telefono un podcast perché una voce, qualunque voce, mi illuda che io non sia solo, perso in questa immensità degradata. Mangio a capo chino un po’ di insalata, del petto di pollo, lascio che venga a reclamarmi il tempo. Seduto sul water scorro su Instagram foto di gente in vacanza perpetua, animali da posa e da aperitivo, selfie in palestra, influencer che fanno vedere le tette mentre descrivono la loro skincare routine, guru finanziari che girano in Ferrari a Dubai. Tiro l’acqua, mi accosto al lavabo. Mentre mi lavo le mani mi guardo dentro lo specchio, come fossi una cosa lontana. Metto il telefono in carica, mi svesto e mi lascio cadere sul letto guardando il soffitto. Voglio solo abbandonarmi alla notte, sperando che non mi disturbino altri sogni. Dalla feritoia, tra le imposte socchiuse, entra un fildiluna.


