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Confessioni a quattro ali

Maria Regine

Illustrazione di Raff Villani


 

«Cosa stai facendo?»
«Leggo gli annunci.»
«Perché? Credevo si trovasse tutto online oggi giorno.»
Alzo un sopracciglio senza rispondere.
«Li puoi anche leggere dall’app» incalza allora Andrea. «Su, sbrigati o perderemo il treno» Mi prende per un gomito, trascinandomi in ascensore.
“Che cosa impersonale” rifletto tra me e me. Avevo sempre trovato un certo piacere nell’osservare gli annunci affissi in bacheca. Tenere il segno con l’indice mi dava l’impressione di far parte dell’atto stesso della lettura, piuttosto che essere una spettatrice sterile dietro uno schermo. Quasi come se necessitassi di sapere che anche io ero fatta di materia, al pari di quei fogli disordinatamente infilzati con le puntine alla parete di sughero.

“Vendo materassi.”
“Cerco posto letto.”
“Offro posto letto.”

Guardo il mio riflesso nello specchio sudicio dell’ascensore. Ho le ginocchia storte, la gonna che indosso non le copre come pensavo. Non la metterò mai più. Qualcun altro avrà notato quanto siano storte?
Andrea mi sta parlando. Non capisco.
«Come?»
«Mi accompagni a fumare?»
Fumare? Ma io non fumo.
«Certo» rispondo invece.
«Ma non dovevamo prendere il treno?»
Andrea fa spallucce. «Volevo solo che ci togliessimo dall’androne.»
Corrugo la fronte. «Avrei potuto continuare a leggere gli annunci» borbotto proprio sopra il dlin dell’arrivo al piano terra.
«Oh, ancora! Ma che ti frega, Salma?»

“Vendo materassi.”
“Cerco posto letto.”
“Offro posto letto.”

Penso che quando sono nata mia madre abbia predetto che sarei trapassata di lì a poco e mi ha dato, di conseguenza, un nome appropriato. Lei continua a giustificarsi, dicendo che lo ha scelto perché in arabo è un termine che ha a che fare con la protezione e la sicurezza. Ma né io né lei abbiamo origini arabe. In italiano “salma” significa solo una cosa. Lei è quel tipo di persona che crede nel potere energetico delle pietre e dei cristalli; ha un cassetto solo per gli incensi e almeno una volta a settimana mi propone di studiare insieme il mio tema natale. Di conseguenza, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio ascendente, ho voglia di spararmi una pallottola in testa.
Il punto è che quando io dico a mia madre che un folletto potrebbe comodamente risiedere nella nostra buca delle lettere, lei mi guarda come se fossi matta. Se lei può credere che stringere una pietra rosa possa risolverle i problemi, perché io non posso credere che un folletto dorma tra le nostre bollette?

Andrea ha voglia di un caffè. Ci sediamo in un tavolino fuori il bar della facoltà.
“Vendo materassi.”
“Cerco posto letto.”
“Offro posto letto.”
“Che ti frega, Salma?”
Un’aria insopportabilmente afosa, come quella che ti viene addosso aprendo il forno di casa, ci assale.
Andrea si accende con tutta calma la sigaretta, come se il caldo non lo toccasse o se non ci facesse proprio caso. Mi domando se fumare non faccia alzare la temperatura corporea. Non ho idea se sia fisicamente possibile, ma non ho intenzione di chiederglielo.

La scorsa settimana eravamo al parco, quando un piccione si è avvicinato ai nostri piedi. Si è comodamente spazzolato le briciole che cadevano dal tramezzino al formaggio che stavo mangiando. Osservandolo, mi è venuto spontaneo domandarmi ad alta voce come sarebbe essere un piccione.
Andrea si è messo a ridere, ma io ero seria. Capita spesso che io dica qualcosa con tono convinto e che le persone, al contrario, credano che stia scherzando. «Non vorrei mai essere un piccione» ha sentito poi il bisogno di precisare Andrea. «Sono sporchi e vivono nella spazzatura. Sono come i topi, ma con le ali.»Io non mi sono data una risposta, ma ho riformulato la domanda nella mia testa. Come sarebbe essere un piccione, se i piccioni sapessero che reputazione hanno tra gli esseri umani?
Nel frattempo, il fumo mi arriva in faccia, cerco di scacciarlo invano con una mano. Andrea ridacchia, ma ha la decenza di scusarsi.
Il cameriere arriva con due caffè. Io lo prendo amaro.
«Hai preso bene gli appunti stamattina?» mi domanda Andrea quasi distrattamente, mentre gira nella tazzina. Lui lo prende zuccherato.
Quel “bene” mi mette sull’attenti. Cerco di staccare le cosce sudaticce dalla sedia di plastica. Una ragione in più per buttare questa maledetta gonna.
«Più o meno» tentenno. L’argomento non era dei più facili e il professore correva come un treno.
«Me li puoi passare?» mi chiede ridendo.
Lo fisso in silenzio per qualche istante. Mi lecco il caffè via dalle labbra. «Scusami, tu non li hai presi? Ti ho visto scrivere» indago con il tono più diplomatico che conosco. In realtà l’ho visto disegnare una marea di stelline e nuvolette.
Andrea si stringe nelle spalle, prende il suo telefono e controlla l’ora. «Preferisco confrontarli con i tuoi.»
 «Confrontarli? Cos’è? Un modo carino per dirmi che hai bisogno di copiarli?» Sono io ora a ridacchiare, ironicamente.
Andrea non sembra in vena di scherzare. Mi guarda con un misto di incredulità e risentimento. «Non c’è bisogno di attaccare» si difende piccato. «Che c’è? Sei nervosa?»
“Attaccare?” Le figurine negli album si attaccano, le prese della corrente si attaccano, ma non le persone. E poi non sono nervosa, ho solo fatto una domanda.
«No, stavo solo scherzando» provo a scusarmi. «Te li passo senza problemi gli appunti.»
Andrea sembra soddisfatto. Io resto con una strana sensazione di colpevolezza sullo stomaco.
Mentre lui si accende un’altra sigaretta e chiede il conto, lo sguardo mi cade sulla bustina di zucchero vuota vicino alla sua tazzina. Allungo una mano e l’afferro. C’è stampata sopra un’immagine di una zolletta che sorride con braccia e gambe stilizzate. Mi piace. La infilo in borsa.
«Che te ne fai?» Non è una vera domanda, è più un giudizio. Infatti si sta già alzando e ha ripreso a smanettare con il cellulare. «Me le mandi in chat le foto?»
«Le foto?»
«Le foto degli appunti.» Andrea parla come se stesse spiegando un’ovvietà a una bambina.
Io lo fisso annuendo e basta. La sensazione di colpevolezza si è trasformata in qualcos’altro, ma non riesco a dargli un nome.
«Andiamo?»
«No» mi sorprendo. «No, io resto un altro po’.»
“Vuoi sapere perché?”
«Ok, a domani.»
“Evidentemente no.”
Non ricambio il saluto, rimanendo al mio posto finché non lo vedo imboccare la strada che conduce alla stazione. Mi alzo con lentezza e mi infilo la borsa sopra la spalla, sembro un automa a cui servirebbe un cambio dell’olio.

Le mie scarpe  non producono alcun rumore sull’asfalto. Scorgo un vicolo e lo imbocco. Non ho idea di dove conduca e non mi importa. Ho solo voglia di girovagare senza una meta. I pensieri mi si affollano in testa.
“Che ti frega, Salma?”
“Che te ne fai?”
“La voglio.”
“Sei nervosa?”
“Sì, no. Non lo so. E anche se fosse?”
«Penso vada bene.»
«Cosa?»
«Non essere sempre di buon umore.»
Realizzo di aver appena parlato ad alta voce con qualcuno, ma non so con chi. Mi guardo intorno con circospezione. Non vedo nessuno. La mia mente mi gioca brutti scherzi.
«Sono qua giù!» è la stessa voce di prima. Questa volta non posso essermelo immaginata, l’ho sentito davvero.
Abbasso la testa. “Impossibile.”
«No» mi sento dire come che se mi avessero letta nel pensiero. «Sono stato proprio io.»
Ai miei piedi c’è un piccione e sta parlando con me. Mi guarda strabuzzando i piccoli occhi, quasi come se trovasse assurdo che mi sorprenda di intrattenere una conversazione con lui. Sono abbastanza sicura che il colorito abbia abbandonato il mio viso, facendolo diventare dello stesso tono di una carta velina bianca.
Qualcuno mi ha incollato le suole a terra o sono io a non essere in grado di muovere un muscolo?
A malapena riesco a staccare la lingua dal palato.
«Hai perso la parola per caso?» Il piccione ha persino l’ardire di schernirmi. Ma come si permette?
“Cazzo, me la sto prendendo con un piccione, mia madre ha ragione: sono matta.”
Il mio sguardo cade di nuovo sul pennuto. Il modo in cui muove la testa avanti e indietro mi ipnotizza, ma non mi sfugge l’occhiata di sfida che sembra lanciarmi. È ancora in attesa che gli risponda. Bene, se devo impazzire lo farò per bene.
Scrollo le spalle come per ridestarmi. «No che non l’ho persa» preciso cercando di essere convincente. Mi guardo comunque intorno per accertarmi che non ci sia nessuno nei paraggi.
«Oh bene» il piccione mi zampetta più vicino. «Non è piacevole fare monologhi ad altri, ma tu dovresti saperlo meglio di me. O sbaglio?»
Alzo un sopracciglio. «Perché dovrei saperlo?» vorrei apparire meno offesa di quanto lo sia in realtà.
«Non prendermi in giro! Poco fa, con quel tipo, non hai fatto altro che startene lì a parlare da sola.»
Balbetto senza articolare una risposta. È vero, con Andrea non è sempre facile avere una conversazione. Il più delle volte o non riesce a capire il senso di quello che dico (“Che ti frega, Salma?”), o viene preso dalla foga di intervenire mentre sto parlando (“Me li puoi passare gli appunti?”). Ma un monologo? Non credo proprio. Fai un monologo a qualcuno quando non ti interessa conoscere la sua opinione, ma a me importa. “Forse è a lui che non importa.” La constatazione mi appare davanti agli occhi all’improvviso, come quando apri una di quelle scatole da cui balza fuori un clown inquietante attaccato a una molla.
Mi mordo un labbro per evitare di dar ragione al pennuto, ma è inutile. Mi basta guardarlo per fargli capire che ha centrato il punto. “È assurdo che un piccione mi faccia sentire a disagio, che diamine!”
Sospiro con l’intenzione di ristabilire una gerarchia. Sono pur sempre io che sto avendo un’allucinazione, posso perlomeno prenderne il controllo. Sposto il peso da un piede a un altro. Inizio dalle buone maniere. «Com’è che ti chiami?»
«Falco» risponde il piccione gonfiando il petto.
Trattengo a stento una risata. «Falco? Soffri di un disturbo della personalità per caso?»
Falco non apprezza l’ironia. Al contrario, mi lancia un’occhiataccia. «No, io so chi sono. E tu, Salma, sai chi sei?»
Incrocio le braccia al petto, punta sul vivo. “Perché questo piccione deve essere così, così…”
«Così come? Dillo!»
«Insopportabile!» urlo quasi.
«Insopportabile? Cos’è, un modo carino per dirmi che sono sincero?» Falco ha la faccia tosta di farmi il verso.
Sto per ribattere, quando la vibrazione del mio cellullare mi avvisa di un messaggio. “Grazie al cielo.” C’è ancora qualcosa di reale in questo vaneggiamento.
Hei, non dimenticare le foto!!
Andrea.
Ho voglia di urlare.
«Puoi farlo se vuoi» mi incoraggia Falco, come se mi avesse letta nel pensiero per l’ennesima volta. «Come ti ho detto prima, puoi essere di cattivo umore, Salma. Urla, arrabbiati.»
Sbuffo. «Lo so» rispondo piccata. «Non ho bisogno del tuo permesso, grazie tante.»
«Ne sei proprio sicura?»
Rido senza allegria, non sapendo cosa rispondere. So che posso essere come voglio, cosa crede?! Solo che non mi sembra molto carino sbraitare contro qualcuno. Poi Andrea non se lo merita. Sono convinta che abbia davvero bisogno del mio aiuto. Del resto, non è questo quello che fanno gli amici?
Sento un groppo in gola che fatico a mandare giù. Riapro il messaggio, iniziando a digitare parole a caso, ma ovviamente Falco ha da ridire anche su questo.
«Rispondigli subito, mi raccomando. Sia mai che tu ti prenda un po’ di tempo per te. E già che ci sei, fatti leggere anche la mano da tua madre. Solo per non darle un dispiacere.»
Questa poi! «Ehi, senti un po’! Stai esagerando, non sai niente di me!»
Falco mi pizzica una caviglia con il becco. «Sei impazzito?»
«Io c’ero quel giorno al parco, quando ti chiedevi come sarebbe stato essere un piccione. Beh, penso che tu lo sappia già.»
«Che vuoi dire?»
Falco si avvicina, la sua testolina continua a fare avanti e indietro. È come se mi guardasse con sguardo compassionevole, non sembra lo stesso che mi ha aggredita un’istante prima. Mi accovaccio ai suoi piedi, come quando devi ascoltare un segreto che ti viene sussurrato in un orecchio.
«Ti preoccupa immaginare come sia vivere sapendo di non essere desiderati, ma lo sai già. Sei disposta a tutto pur di sentirti accettata. Credi che un piccione faccia lo stesso? Io continuo a essere un piccione, anche se c’è qualcuno che pensa che sia un “topo con le ali”, con rispetto parlando per i topi.»
Mi sfugge una flebile risata.
«Un piccione non cambierà il suo modo di essere solo perché c’è qualche essere umano a cui non piace» continua a dire Falco. «È quello che dovresti fare anche tu.»
«Ma io ho paura di restare… da sola» lo sussurro talmente piano che ho il dubbio di averlo detto ad alta voce.
«Non hai bisogno di comparse che colmino i tuoi vuoti, Salma. Meriti chi ti dia il tempo di leggere tutti gli annunci che ti pare, chi non ti dia della matta se pensi che creature magiche possano nascondersi nei posti più disparati. Ma devi crederci per prima tu.»
«Lo so» dico, ed è come abbattere gli argini di una diga di cui sono io stessa l’artefice. Sento le guance inumidirsi di lacrime, è un pianto così travolgente.
“Ci sono. Esisto. Sono fatta di materia viva anche io.”
Mi rimetto in piedi con gambe tremanti. Mentre frugo in borsa alla disperata ricerca di un fazzoletto, arriva un altro messaggio. Andrea.
Salma???
Impreco. Questa volta lo faccio ad alta voce, un paio di persone si girano a guardarmi. Falco approfitta della mia distrazione per spiccare il volo.
«Falco!» lo richiamo «Ma tu sei reale?»
«Certo che lo sono» urla di rimando, prima di sparire tra le nuvole. «Come il folletto nella buca delle lettere!»
Scoppio a ridere senza nemmeno guardarmi intorno.