un racconto di Radoslav Bimbalov
tradotto dal bulgaro da Giorgia Spadoni
revisionato da Sava Slavchev
Illustrato da Kirke Din
Doppelgänger è una rubrica a cura di Emiliano Peguiron
Visto dalla montagna, il piccolo paesino assomigliava a tanti pezzettini di puzzle sparpagliati. Da vicino si notava che nessuno voleva più rimetterlo insieme. Case abbandonate dagli intonaci scrostati e camini ormai raffreddati da tempo. Cortili invasi da cardi in fiore e spinosi lamponi selvatici. La piccola moschea guardava ancora verso il cielo, ma da un tempo empiamente lungo non sentiva più un muezzin. Nel paesino erano rimasti una ventina di vecchi che si svegliavano prima del sole e si addormentavano insieme a esso. Prima contavano le settimane in attesa dei giorni di festa, quando dalle strade polverose arrivavano le automobili per la consegna dei nipoti. Ma era finito anche quello. A poco a poco la frenetica vita moderna aveva staccato la spina alle tradizioni familiari e lasciato i vecchi del paesino a spegnersi docilmente, da soli.
Tra alcune case spettrali, proprio accanto al fatiscente edificio della scuola elementare e sopra il torrentello proveniente dalla montagna, c’erano il cortile in perfetto ordine e la casetta di Fatme. La minuta vecchietta si ricordava che qualche anno prima gliene rimanevano ancora due o tre ai novanta. Viveva in compagnia di animaletti che erano buoni ascoltatori. Il cane aveva un debole per l’eterno mormorare, mentre la capra per i brani stonatamente canticchiati da Fatme. Soltanto il gatto era un vero musone e si rifiutava di partecipare alle conversazioni della nonna sulla morte e sul tempo. La sua coda cespugliosa si attorcigliava attorno alle gambe di Fatme soltanto quando lei zoppicava verso la ciotola nel cortile per versarci gli avanzi della zuppa. Poi il gatto metteva il muso nel pranzo e si dimenticava ostentatamente di Fatme. Tanto meglio per lui. Lei si era abituata all’oblio. Aveva dato alla luce e cresciuto cinque figli, sepolto due dei quali accanto a suo marito che se n’era andato davvero presto. Aveva almeno otto nipoti e tre pronipoti i cui nomi non provava neanche a elencare, figuriamoci riconoscerli. Il vento aveva sparpagliato la famiglia di nonna Fatme. Venivano a trovarla una o due volte l’anno solo per ammorbidirle di lacrime gli occhi appassiti.
In un primo mattino d’autunno Fatme entrò nelle galosce, afferrò il bastone che ultimamente usava per passeggiare e zampettò giù, lungo il piccolo sentiero verso il fiume. Faceva queste passeggiate di servizio senza scopo preciso né direzione, giusto per smuovere il sangue. Le sue gambe apparentemente la sostenevano, ma di tanto in tanto una delle due decideva di afflosciarsi e la metteva nei guai. Perciò il bastone era un compagno fedele, sempre pronto a sostenerti – e poi non si sa mai, qualche belva poteva balzare fuori dai cespugli. Il suo cane le leggeva nei pensieri – anche oggi la bestiolina s’era incamminata come una fedele ombra lungo lo stretto sentiero. Il fiume aveva sempre fretta di andare da qualche parte. La primavera stava letteralmente infuriando, perché il sole spogliava le pendici innevate della montagna. Fatme si fermava di tanto in tanto, guardava verso l’acqua e si abbandonava ai ricordi. Lei e i suoi fratelli si addentravano nell’acqua fredda nei pressi della riva e capovolgevano le pietre una dopo l’altra. Cercavano piccole ninfe verdognole per l’esca e le portavano da loro padre, che lanciava la canna da pesca un po’ più giù. Come fosse ieri.
Di colpo il cane drizzò le orecchie e corse in avanti. Fatme sentiva il suo abbaiare nervoso pochi metri più in basso, vicino al fiume. Lo chiamò, ma il discolo continuò a lacerare il silenzio mattutino come se avesse scoperto qualcosa. La vecchia sospirò e scese controvoglia verso l’acqua dove il cane aveva teso il collo, con gli occhi nella bassa. Fatme si fermò, si chinò un po’ per vedere cosa aveva fiutato la piccola belva. Dalla sua bocca, del tutto senza volerlo, uscì qualcosa a metà tra la preghiera e l’esclamazione. La gamba sinistra si era evidentemente spaventata, perché si trasformò di colpo in una massa flaccida e la nonna dovette sedersi pesantemente su una grossa pietra per non cadere. I suoi occhi, illuminati di paura e curiosità, non osavano distogliersi neanche per un attimo dalla cosa riversa nell’acquitrino vicino alla riva fangosa.
Era lunga solo qualche spanna, coperta di fango, alghe e foglie in decomposizione. In basso iniziava con una coda di pesce, continuando con lucide squame umide e scure che si trasformavano gradatamente e sorprendentemente in pallida pelle umana quasi trasparente. Sulle spalle esili erano incollati riccioli arruffati e il piccolo viso sporco ma abilmente tratteggiato nascondeva due occhi dietro le palpebre chiuse dalle lunghe ciglia. Fatme si chinò per dare un’occhiata più da vicino alla piccola cosa quando questa tremò e gemette, facendo sobbalzare la vecchia nonostante la paura che la paralizzava. La fanciulla acquatica era viva. Nonna Fatme discusse la questione a mente con Allah e prese rapidamente una decisione. Si tolse il velo e liberò i suoi capelli grigi aggrovigliati. Poi si chinò a fatica e con mani tremanti avvolse il fragile corpicino prima di sollevarlo con cura dal fango e portarlo lentamente a casa.
Fatme trascorse tutto il giorno in piedi. Prima pulì accuratamente la fanciulla acquatica, cercando di non farle del male. La sua pelle era così sottile e delicata che aveva paura di toccarla. Bagnava fazzoletti da naso e strofinava piano il fango che le segnava il viso. Teneva gli occhi ancora chiusi quando la nonna infilò alla fanciulla dell’acqua una vecchia camicia da bambina con maniche ricamate e colletto. Quando Fatme iniziò a strecciare i piccoli riccioli con un vecchio pettine, la fanciulla acquatica spalancò due pezzetti di vetro blu ghiaccio perfettamente rotondi. Guardò terrorizzata tutto ciò che la circondava, poi aprì la bocca e iniziò a respirare affannosamente, e il groviglio di ragnatele sanguigne sul suo viso iniziò a pulsare dalla tensione. La coda ricoperta di squame luccicanti tremolò, le piccole manine fremevano attorno al fragile corpicino e nonna Fatme si spaventò sul serio. La ragazza acquatica sembrava stare abbastanza male. La vecchia trascinò le sue gambe in cucina e iniziò a cercare nervosamente qualcosa, senza sapere cosa. Improvvisamente ebbe un’idea e scese nel ripostiglio. Poco dopo aveva riempito una vecchia bacinella d’acqua e ci aveva tuffato dentro la ragazza acquatica, che lentamente aveva cominciato a riprendere vita. Se ne stava immersa in quell’acqua tanto importante con la camicia ricamata addosso. Il suo respiro si calmò, il cuore all’interno del fragile corpo umano sopra le squame lucide prese un ritmo placido. Sospirò sollevata, sbatté la coda in acqua e poi guardò la vecchia chinata su di lei con un po’ più di tranquillità. E infine fece qualcosa che sciolse il cuore di Fatme. Sorrise.
Le giornate nella piccola casetta divennero una giostra colorata. Dimentica degli svariati decenni della propria vita, nonna Fatme sfrecciava per le stanze pur di far piacere alla fanciulla acquatica. Le arrotolava sarmi[1], le inzuppava baklava e le metteva il miele nel latte, mentre la principessa dell’acqua in miniatura se ne stava sdraiata, sorridente nella sua bacinella, e il fluido muoversi della sua coda squamosa dimostrava quanto si sentisse bene. Si spaventò soltanto una volta, quando il gatto entrò nella stanza per accertarsi con i propri occhi che a casa ci fosse davvero un pesce. Nonna Fatme lo scoprì molto presto e inseguì la soffice canaglia con la scopa, ma lui scosse giusto la coda e uscì di casa con fare calmo e spavaldo, come se non gli importasse affatto. Si leccò le zampe solo una volta fuori. Fatme passava le serate con il pettine in mano, a strecciare i lunghi riccioli della fanciulla acquatica. I suoi capelli arrivavano fino alla vita, dove iniziava la coda lucida, e perciò a ogni passata il pettine colpiva le squame dure e ridestava nonna Fatme. Aveva molta paura di far male alla fanciulla dell’acqua. Perfino la pelle delle mani della vecchia era troppo secca e screpolata per la delicata carne rosa della minuscola fanciulla acquatica. Fatme non osava accarezzarla, ma comunque non smise di snocciolarle parole dolci con la sua lingua morbida. E sebbene la fanciulla acquatica potesse parlare solo con sorrisi, tra le due pareva scorrere un dialogo ininterrotto. Come se non si fossero viste da anni e avessero molto da recuperare. Nonna Fatme stendeva la tovaglia per gli ospiti sulla tavola, disponeva il cibo, poi si sedeva accanto alla bacinella e aiutava la fanciulla acquatica a mangiare la cena, perché non aveva mai visto un cucchiaio in vita sua. Alle volte Fatme faceva l’occhiolino con aria complice, apriva la vecchia credenza e tirava fuori una piccola bottiglia di rakija di mele cotogne fatta in casa. Ne versava un dito a entrambe, e poi ridacchiava come una scolaretta mentre spiegava alla fanciulla acquatica che era solo per una questione di salute. Una volta accese la radio e si imbatté in una canzone allegra che conosceva quasi a memoria. Si mise a cantare così su due piedi, senza il velo, con spesse trecce argentate che le scendevano lungo le spalle, attorno al viso arrossato dalla rakija. La fanciulla acquatica risplendeva nella sua bacinella, mentre la coda batteva l’acqua a ritmo. Una sera nonna Fatme tirò fuori da sotto il letto due album fotografici, si avvicinò alla bacinella e mostrò alla ragazza acquatica tutti i suoi figli, nipoti e pronipoti. Quelle stampe erano il tesoro inestimabile di Fatme, perché i volti felici sui fogli di carta lucidi erano sempre vicini. Li accarezzava, li baciava, gli parlava. La nonna estrasse dall’armadio anche quel piccolo telefonino di cui le avevano fatto dono. Spiegò che non appena quell’aggeggio cominciava a squillare bisognava subito premere il pulsantino verde, ché stavano chiamando i ragazzi.
Una mattina Fatme trovò la fanciulla acquatica che sporgeva un po’ dalla bacinella, con l’esile collo teso verso la finestra. Stava guardando verso il fiume che scorreva in basso e gli angolini dei suoi occhi blu ghiaccio si stavano riempiendo di piccoli cristalli salati. La vecchia si sedette accanto alla fanciulla acquatica e le accarezzò con cura i morbidi riccioli pettinati. Conosceva quel dolore che viene da dentro. La bacinella era comoda, la casa calda e tranquilla. Ma il fiume era il mondo della fanciulla acquatica e lei voleva tornare a casa. Proprio così. Era ora.
Il cane seguì nonna Fatme, che aveva preso in braccio la fanciulla acquatica e lentamente stava zoppicando verso il fiume. Dal cielo piangeva una fitta pioggerellina, sferzando con qualche goccia le ciglia della principessa rannicchiata tra le braccia della vecchia. I suoi occhi blu ghiaccio brillarono quando Fatme raggiunse l’acqua e vi si addentrò fino alle caviglie. La nonna non smetteva di parlare, ma stavolta stava comunicando con l’Altissimo. Non lo stava implorando. Gli ordinava di proteggere la fanciulla acquatica come fosse sua figlia. Il fiume nel mezzo scorreva sempre più velocemente, ma la vecchia non smise di incedere neanche quando l’acqua fredda le raggiunse le ginocchia. Solo allora allargò le braccia e immerse la minuscola creatura. La fanciulla acquatica batté la coda e si tuffò, poi nuotò indietro e fissò la nonna con un gran sorriso sul suo piccolo visino tratteggiato. Anche Fatme sorrise, ma dai suoi occhi, tra la pioggerellina, gocciolarono anche le lacrime. Allora la fanciulla acquatica allungò la sua piccola, pallida manina, con i lucidi ditini bagnati. Stordita dall’emozione, nonna Fatme sollevò il suo tremante palmo raggrinzito e afferrò delicatamente la principessa. La fanciulla acquatica tirò la vecchia delicatamente ma con fare abbastanza sicuro. Le due si addentrarono nell’acqua fredda e selvaggia, che pian piano iniziava a diventare sempre più profonda. Raggiunse i fianchi di Fatme, poi le sfiorò le spalle. E allora lei notò un uomo da una parte fermo in mezzo alle rapide, con una canna da pesca in mano. Fatme si fermò, senza lasciare andare la piccola manina della fanciulla acquatica. Guardò l’uomo e rimase a bocca aperta dalla felicità. Era suo padre, che la guardò e le chiese severo:
«Fatme, che ci fai qua?»
La vecchia, nell’acqua fino alle spalle, con la mano stretta alla principessa acquatica, disse semplicemente: «Beh… sto arrivando, papà.»
Suo padre si accigliò, poi scosse la testa.
«Perché tutta ‘sta fretta? Le ninfe le hai prese?»
Fatme si fermò. Lasciò andare la fanciulla acquatica, si voltò e partì attraverso l’acqua veloce verso la sponda bassa. Raggiunse le pietre accanto alla riva e si chinò. Ne capovolse una, due, tre. Infine trovò una ninfa che si mise a correre lungo la superficie scivolosa della pietra, ma Fatme la strinse con le dita e riuscì a prenderla. La ninfa verdognola si dimenava tra le sue unghie, agitando tutte le sue gambette corte ed estremità. La vecchia la sollevò vittoriosa per mostrarla a suo padre.
Soltanto che il fiume era assolutamente deserto, senz’anima viva, scorrendo sempre in tutta fretta da qualche parte. Nell’acqua non c’era la minima traccia dell’uomo con la canna da pesca né della fanciulla acquatica. La vecchia rimase sola soletta, bagnata e piccola, e la frenetica forza della natura le ammorbidiva sempre di più le ginocchia. Il cane sulla riva non smetteva di abbaiare, spaventato e confuso. Nonna Fatme con fatica uscì dal fango sulla riva e raccolse tutte le forze rimaste per trascinarsi su per il piccolo sentiero, appoggiandosi al fedele bastone. I vestiti le si erano incollati al corpo raggrinzito, piegato dal tempo, mentre l’acqua del fiume le scorreva via di dosso a ogni passo precipitoso. Fatme aveva fretta. Quel piccolo telefonino avrebbe potuto squillare in qualunque momento.
Nota della traduttrice
Quella parte di lettori più curiosa e insaziabile avrà già scovato sugli scaffali il primo romanzo di Radoslav Bimbalov tradotto in italiano, Estasi, pubblicato a metà 2025 per i tipi di Wojtek Edizioni. Lettrici e lettori con questo vantaggio potranno facilmente ritrovare in Ninfe, racconto breve incluso nella raccolta intitolata Taci!, i tratti caratteristici della prosa dell’autore bulgaro: frasi brevi e decise, aggettivazione mai banale, trama dai risvolti completamente inaspettati che avviluppa irrimediabilmente a sé chi legge. E anche chi traduce. Se invece avete raggiunto da neofiti queste ultime righe articolate dalla persona che ha traghettato il testo nella vostra lingua, sono certa che vi troverete d’accordo anche voi.
La raccolta di racconti Taci! esce in Bulgaria nel 2022, dopo oltre vent’anni dal primo romanzo che lo scrittore ha pubblicato, a soli venticinque anni, riscuotendo ampio successo. Poi, come dichiara lui stesso, “ho avuto bisogno di tempo per imparare a scrivere”. Definisce l’antologia una “prova generale” per tastare il terreno editoriale in patria e capire se gli argomenti che lo ossessionano possano toccare anche le coscienze della (ahimé piccola) fetta di lettori e lettrici connazionali. Senza addentrarci troppo nel dettaglio, come ogni buon intellettuale, Bimbalov è un ottimo osservatore e decifratore di quanto è accaduto e continua ad accadere intorno a lui: per questo a ispirarlo e tormentarlo al contempo sono temi e variazioni legati alla società contemporanea, i prodotti distorti di sensibilità e moralità afflitte e corrotte dal noto “logorio della vita moderna”.
Gli effetti di questa lenta consunzione dell’umanità non sono circoscritti agli abitanti dei grandi centri cittadini, ma raggiungono anche la parte più remota della provincia. E così l’anziana Fatme vive un’esistenza isolata, confinata ai margini della geografia del suo paese e della sua famiglia. Vede sempre più di rado i propri figli, non sa i nomi dei propri nipoti. Finché appare una creatura misteriosa, soprannaturale: sarà reale, frutto della sua immaginazione, sintomo di una patologia senile? Una spiegazione univoca non c’è perché spetta al pubblico tirare le fila del racconto, se proprio occorre. Ben più importante per Bimbalov è la minuziosa costruzione del cruciale, significativo equivoco.
Giorgia Spadoni
[1] Tipica pietanza balcanica a base di foglie di cavolo o di vite fermentate e arrotolate, solitamente ripiene di riso e carne macinata (N.d.T.).

