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Fantasmi atomici

FANTASMI

Simone Giraudi

Illustrazione di Danila Riccio


Il parco era vuoto quand’era arrivato e le siepi ingiallite che ne definivano le geometrie interne frusciavano appena sotto la spinta della brezza serale. Nicolò aveva preso posto sulla sua solita panchina, aveva preparato il cavalletto modulare ed esposto il ritratto, dopo averlo tolto dalla valigetta nera in cui aveva dimorato nelle ultime settimane. Il soggetto era una ragazza bionda con i capelli a caschetto, occhi grigio-azzurri e labbra sottili. L’immagine tagliata poco sotto le spalle lasciava scoperto il collo pallido e sul volto aleggiava un’espressione sorpresa, come se lei si fosse voltata a un rumore improvviso.
A quel punto Nicolò si era messo in attesa, cambiando ogni tanto posizione per assecondare le brevi esplosioni di dolore che gli fiorivano lungo la schiena. Erano tornate a tormentarlo da settimane. Sarebbe stato bello se fossero state solo acciacchi dovuti all’età.
Ormai si facevano sentire anche solo dopo dieci minuti di camminata: il tempo che separava il parco dal B&B in cui abitava da anni. Il ragazzo che lo gestiva era un suo vecchio alunno dell’accademia d’arte con un inconfondibile nevo venoso sulla parte sinistra del volto. Aveva deciso di cedergli gratuitamente una camera dopo un pomeriggio trascorso a parlare di un passato ormai distante per entrambi ma soprattutto dopo che il giovane gli aveva chiesto dell’incidente. Nicolò rimaneva sempre stupito dalla quantità di opportunità che gli si aprivano davanti quando ne parlava. Chiunque si sentiva in debito, senza alcun motivo o giustificazione, visto che la colpa dell’incidente era sostanzialmente soltanto di Nicolò.
Ci volle una mezz’ora perché nel parco cominciassero ad arrivare le prime coppie, gli studenti in pausa e i nonni con i nipoti, la maggior parte solo di passaggio e in effetti diretti verso il centro. C’erano anche dei turisti, che, vestiti con abiti tecnici invernali del tutto esagerati per la reale temperatura della città, si esprimevano in lingue delle quali Nicolò faticava anche solo a identificare l’origine.
Tra i presenti in quel tardo pomeriggio spiccava una giovane donna dai capelli biondi raccolti in una treccia, sbucata poco prima da una stradina parallela ed entrata nel parco per sedersi su una panchina poco distante dalla sua. Portava una giacca spessa e dei jeans e teneva il cellulare appoggiato all’orecchio destro.
Nicolò la osservò stringendo le palpebre per metterla più a fuoco, mentre prendeva dalla valigetta pennello e colori. Lei non gli aveva rivolto nemmeno uno sguardo. Aveva iniziato il dipinto un mese prima e ogni giorno l’aveva continuato, aggiungendo i dettagli di una qualche altra ragazza somigliante che aveva avvistato nel parchetto.
Dopo l’incidente non era riuscito a dipingere nient’altro che ritratti. E solo in quella maniera.
Attaccò il quadro sfregiando con nuove pennellate quelle dei giorni precedenti, il passaggio del pennello un assalto umido e febbrile guidato unicamente dall’istinto. Non alzò più gli occhi. Nemmeno si accorse che, a un certo punto, la ragazza aveva ritirato il cellulare e se ne era andata. Non importava. Era troppo preso dall’aggiungere dettagli innestandoli sull’ultima versione del dipinto.
Quando un campanile batté le cinque del pomeriggio si convinse a fermarsi e a lasciar riposare il ritratto. Come le volte precedenti il risultato era un’accozzaglia di squarci colorati, di elementi delle diverse identità che occupavano la tela, in cui lui riusciva comunque a scorgere una figura concreta e definita. Ogni volta che sbatteva le palpebre vedeva un profilo diverso tra le decine di donne di ogni età che aveva impresso sulla tela.
Di solito quella farandola di volti era il punto d’arrivo, un attimo prima della rarefazione totale del soggetto. Il dipinto era pronto.
Rimosse il colore residuo dai pennelli con uno straccio, chiuse di nuovo il ritratto nella valigetta e ripiegò il cavalletto. Poi abbandonò il giardino seguendo la stessa strada della ragazza bionda, ma senza saperlo.

***

Le strade della città erano attraversate dalla marea di impiegati e liberi professionisti in uscita dagli uffici o diretti verso l’ultimo appuntamento della giornata. Chi con lunghi cappotti scuri ed eleganti, chi con tute sportive dai colori elettrici, si muovevano all’unisono implacabili e chiassosi sull’asfalto umido, persi nelle loro chiacchiere distratte o in una call che tardava a concludersi. A differenza di Nicolò, che avrebbe fatto di tutto per ritardare il rientro al B&B, probabilmente guardavano con grande impazienza alle poche ore di tempo libero disponibili prima di dover andare a letto.
Il vecchio pittore camminava il più velocemente possibile cercando di ignorare il fatto che ogni passo portasse con sé le consuete e progressive esplosioni di dolore. Raramente contraccambiato, guardava in volto chiunque gli passasse accanto sperando d’incontrare qualcuno che lo riconoscesse. Non era mai stato un tipo particolarmente socievole al di fuori del contesto dell’accademia d’arte, né mondano, e le cose erano tutt’altro che cambiate dopo l’incidente.
«Nicolò? Sei tu?» immaginava che avrebbe esordito l’altro, o l’altra.
«Nome a caso, che bello vederti! Come te la passi?»
«Direi tutto bene, grazie. Qualche acciacco nell’ultimo periodo e qualche grana al lavoro ma nulla di che.»
«Già. Sai, la vita.»
«Già. Ma tu, invece, che racconti?»
Era un gioco che faceva spesso, pensare a quanto sarebbe andato avanti in una conversazione normale prima di rivelare all’altra persona che non poteva avere idea di chi fosse.
La prosopagnosia era arrivata dopo l’incidente, unica sua reale conseguenza fisica. Nicolò non aveva ancora imparato ad accettare di dover vivere in un loop temporale inscalfibile in cui il principale obiettivo di ogni giorno era di ricostruire nella propria mente l’immagine delle persone più care. Nessuno era fatto per vivere in quel modo, nemmeno un vecchio aspirante pittore che sopravviveva con una misera pensione da professore d’arte.
Concluse la dolorosa camminata raggiungendo il vecchio condominio in cui si trovava il B&B. Frugò nelle tasche dei pantaloni, reggendo la ventiquattrore e il cavalletto con una mano sola fino a che non recuperò un mazzo di vecchie chiavi arrugginite. Gliele aveva date il suo ex allievo a due settimane dall’arrivo in struttura. Nicolò si era fatto duplicare il mazzo. Infilò le chiavi nella toppa, quindi scomparve oltre il portone di ghisa e imboccò le scale interne diretto alle mansarde.
La struttura brulicava del mormorio dei suoi ospiti, per la maggior parte riuniti nella sala da pranzo. I più rumorosi di loro si esprimevano in una sorta di pastone simile all’inglese in cui gli accenti si mescolavano senza soluzione di continuità. Nicolò ne aveva incrociati alcuni negli ultimi giorni, ma nella sua memoria i loro volti si sovrapponevano senza particolari distinzioni.
La porta della camera era di legno, pitturata di bianco e piena di buchi di tarli. Nicolò si era chiesto sin dal primo giorno se in quella stanza fosse mai entrato qualcuno da quando il B&B era stato preso in gestione dal ragazzo.
Entrò e accese le luci per trovarsi immerso nel solito caos di dipinti accatastati: l’intera produzione realizzata dopo l’incidente. Lui sapeva distinguerli l’uno dall’altro ma nessun’altro ci sarebbe riuscito: ciascun ritratto conservava intatto lo stesso sfondo neutro e di quella che ne era stata la figura protagonista rimaneva soltanto il contorno. Non c’era più niente in quelle tele, solo ombre e aloni, come i fantasmi atomici impressi sulle pareti dei palazzi di Hiroshima che aveva visto una volta in un libro di Storia.
Si fece largo tra quel materiale ormai inservibile e poggiò la valigetta sul vecchio tavolo quadrato al centro dello spazio, sprofondando nel letto ancora sfatto. Nonostante se ne aspettasse la presenza, impiegò qualche attimo a percepire il rantolo basso e affaticato che proveniva dal bagno immerso nel buio.
«Sei tu?» chiese una voce insieme acuta e raschiata.
«Chi dovrebbe essere?»
Un sospiro, quasi malinconico. «Ce l’hai?»
«Sì, sì» sussurrò svogliato Nicolò, indicando con un gesto della mano la valigetta sul tavolino.
«Pensavo ti fossi dimenticato.»
«Certo che no» aggiunse, sistemandosi sulla poltrona per cercare di dare sollievo alla schiena. «Solo, questa volta mi ci è voluto più tempo del normale.»
«Avevo fame. Te lo dicevo, che avevo fame.»
«Lo so, hai ragione. Mi dispiace.»
Silenzio, solo il respiro pesante di sottofondo.
«Dai, vieni a vedere.»
Il rantolo si fece più nitido e ravvicinato, accompagnato dal trascinarsi di piedi nudi sul pavimento di piastrelle impolverate. Dall’oscurità del minuscolo bagno una bassa creatura antropomorfa si fece avanti facendosi scoprire lentamente dalle vecchie lampadine appese sul soffitto. Aveva gambe e braccia scheletriche, nude e lattiginose e portava addosso un vecchio lenzuolo bianco sdrucito che Nicolò non aveva idea dove avesse recuperato. Quel che non si poteva non notare, però, era la grossa conformazione sferica che la creatura aveva al posto della testa: una matassa bulbosa e nerastra simile a un sacco dell’immondizia, scossa da piccole pulsazioni simili a battiti.
La notte dell’incidente Nicolò aveva visto quel grosso palloncino deforme uscire all’improvviso dal vicolo con troppo ritardo per poter sterzare. L’aveva preso in pieno, con la stessa violenza inconsapevole di chi per sbaglio asfalta un gatto in una stradina di campagna. Nicolò non aveva la cintura di sicurezza e aveva sfondato il parabrezza, colpendo l’asfalto con la testa.
Stando ai medici sarebbe dovuto morire ma invece era rimasto in coma per appena tre giorni. Tornato a casa, in poco tempo le cose si erano messe male: la prosopagnosia rendeva difficile per figli e nipoti stargli accanto giorno per giorno, e i suoi incessanti riferimenti al fatto che la creatura che aveva scatenato l’incidente si presentasse ogni notte nel buio della sua stanza per starsene in silenzio in un angolo buio a osservarlo certo non aiutavano. Dopo qualche mese, resosi conto di essere un peso, aveva deciso di spostarsi nel B&B. Seguito, appunto, da quell’esserino senza volto.
La creatura procedette a tentoni nella stanza dirigendosi verso il tavolino, guidata da sensi capaci di attivarsi anche senza organi dedicati alla percezione dello spazio. Raggiunto l’ingombro della valigetta, i suoi movimenti si fecero più sicuri e allo stesso tempo più ansiosi, come quelli di un bambino davanti a un pacco regalo la mattina di Natale.
La aprì ed estrasse il quadro, dunque la richiuse e vi poggiò sopra il ritratto con estrema delicatezza. La creatura mise poi le mani scheletriche sulla tela e le dita iniziarono ad affondare nella superficie pitturata come se fosse quella di uno specchio d’acqua, a cominciare dai polpastrelli fino a immergervi completamente le falangi. Le pennellate che costituivano l’immagine delle tante ragazze bionde i cui tratti Nicolò aveva unito nel corso degli ultimi trenta giorni cominciarono a scomparire come se qualcuno stesse riavvolgendo il nastro del tempo. La creatura cominciò a tremare come percorsa da piccole convulsioni o brividi di godimento irrefrenabile. Solo quando il dipinto ebbe perso definitivamente ogni traccia della propria protagonista, rimosse le dita con uno scatto, questa volta senza dimostrare alcuna attenzione o delicatezza. Ora anche quest’ultima opera era diventata indistinguibile da tutte le precedenti.
Nicolò s’inabissò ancor di più nel letto, lo sguardo perso sul ritratto rettangolare e nello spazio vuoto che ora era impresso sulla sua superficie. Gli sembrava più ampio e più profondo ogni volta che sbatteva le palpebre e gli faceva paura anche se dall’incidente ne aveva visti tanti, tutti identici. Anche se lo vedeva tutte le volte che incontrava un altro essere umano.
Terminato il processo l’essere deforme lasciò la tela ormai inservibile sulla valigetta. Si voltò e tornò a muoversi in direzione del buio e del bagno. «Buono. Molto buono» commentò.
Nicolò non percepì più il dolore alla schiena, ma solo il profondo e irrisolvibile desiderio che qualcuno prima della creatura avesse trattato una sua opera con tutta quella devozione.