Giulio Iovine
Illustrazione di Edoardo Rubatto
Sento da un po’ di tempo sulla schiena lo sguardo malevolo della vecchiaccia che mi scruta dal secondo piano di casa sua. Ce l’ho addosso da quando sono entrato nel viale, ispezionando da fuori casa dopo casa. Siccome non colgo i sottintesi, dice lo psichiatra, anziché – quando incrocio il suo sguardo – sorriderle o salutare con la mano, come a dire guarda non sono un ladro, non sono pericoloso, le rispondo con un grugno di porco tra l’indifferente e lo stizzito, tale e quale al suo. E continuo a ispezionare, fermandomi lungamente davanti ai cortili delle case, contando le finestre, cercando di capire che alberi sono quelli che spuntano dal retro. Io ho un problema: tu puoi anche avere ragione a fermarmi, criticarmi, guardarmi storto, ma nel momento in cui lo fai io rispondo il doppio. C’è però un’arma che la vecchia ha e io no: mi parcheggia davanti al naso una volante della polizia.
Li avrà chiamati lei, penso mentre li guardo scendere. Guardala com’è in fregola, lassù al secondo piano, tale e quale a mia madre che però era più giovane. I poliziotti mi fanno alcune domande, io rispondo guardandomi i piedi e con un filo di voce. Non sospettano la malattia mentale. Gli occhi bassi e l’estrema difficoltà ad articolare una risposta riescono quasi sempre a passare per timidezza.
«Io e le mie sorelle» balbetto «vorremmo comprare casa. Ci piace molto qui. Cercavamo un posto simile a questo.»
E mostro loro la foto. Devono capire, ora – con la foto è impossibile non capire. I poliziotti ci danno una lunga occhiata. Uno dei due dice all’altro:
«In effetti.»
Controllano i miei documenti, vedono che lavoro alle poste e sono incensurato, e fanno per andarsene. La vecchia intanto è scesa con la bava alla bocca, ma i due si dileguano prima che lei possa spalmarsi sul cofano della loro Alfa Romeo. La vecchia allora prova a dirmi qualcosa, ma siccome ho deciso che non la voglio più ascoltare faccio aaaaaaaaaaa e mi tappo ritmicamente le orecchie con le mani, su e giù su e giù.
Quando sono sicuro che se n’è andata, ricomincio a ispezionare. Sento che sono sulla pista giusta. La foto ritrae il retro di una casa, il giardino e le rive di un canale, ma si capisce più o meno di che materiale e colore dovrebbe essere fatto il davanti. Gli alberi nella foto sono magnolie, e finora ho visto solo ippocastani. Bisogna insistere. È quando vedo, di là dal tetto di una casa, la punta di una magnolia in fiore, che mi fermo sul marciapiede.
La casa è in vendita, come buona parte delle case in questo quartiere. Tiro fuori dalla tasca il cellulare. I giardinieri devono essersi divertiti molto a mettere alberi a caso nei cortili, ma che in questo giardino – e solo in questo – ci siano magnolie.
«Ciao Tiberio.»
«Ciao Renata. Senti, ho trovato un posto che —»
«Vengo?»
«Domani, se puoi. Chiamo i —»
«Ciao.»
Io e mia sorella, quella che parla, raramente abbiamo conversazioni normali.
Il giorno dopo l’agenzia immobiliare manda un tizio e ci fa vedere la casa. Il davanti è bello, il dentro è vuoto ma in tre ci stiamo comodi, però è il retro che ci interessa. Io mi appiattisco alle pareti, Renata parla col tizio senza guardarlo in faccia e lui cerca di non fissare la metà bruciata della sua faccia. Sofia, muta e di altezza modesta, passa relativamente inosservata, la manina che aggancia la maglietta di Renata poco sopra le anche. Renata mi fa cenno di darle la foto e insiste col tizio che vogliamo vedere il retro.
È un cortile di diversi metri quadrati, separato dai giardini delle case attigue da una staccionata. Le magnolie ci sono – due: una vicina al muro di casa, l’altra sulle sponde del canale. Il terreno è piatto quando ci arrivi dalla porta sul retro, ma via via che vai verso le acque digrada dolcemente. Il canale comincia a un chilometro da qui e corre fino al prossimo fiume, due chilometri a nord. È stretto, limpidissimo, e orlato da argini di terracotta che l’acqua schiaffeggia dolcemente. Siamo a metà primavera e per terra c’è un minestrone di foglie di magnolia e fiori bianchi. Renata, la foto in mano, ispeziona ogni angolo e borbotta. Il tizio decide di ignorarci e accende la sigaretta elettronica. Metto un dito nell’acqua: è fresca. Lo spingo fino al fondo del canale: sassi lisci.
«Tiberio, dì al signore.»
«Eh?»
«Dì al signore» insiste Renata facendo un gesto frettoloso con la mano. Il tizio guarda prima me, poi lei, poi me. Io mi avvicino, mi fermo con le punte dei piedi in dentro e dico al tizio che la compriamo.
«Vi devo ancora far vedere il piano di sopra.»
Faccio no con la testa. Due ore dopo siamo ancora lì – il tizio se n’è andato a preparare il contratto, non so dove, forse a casa, una casa dove tutti sono in giacca e cravatta come lui, anche i neonati, perché Renata sta spiegando a Sofia, mostrandole la foto:
«Vedi, le magnolie ci sono, c’è l’acqua, anche meglio perché nella foto il canale è zozzo e invece qui è pulito, il giardino è diverso ma perché dobbiamo farlo noi, sai che belle rose pianteremo, eh, e il muro bianco. Vedi? Le altre case sullo sfondo. C’è pure il davanzale di quel villino, in ghisa, vedi? E anche nella foto è in ghisa.»
Sofia inclina la testa da ambo i lati e strofina il dito indice sulle occhiaie. Un gesto ambiguo, che può significare cessazione-del-conflitto o mi-sto-annoiando. La speravamo più entusiasta. Sofia ha venticinque anni. È categoria protetta, lavora con la 104 in una segreteria universitaria. Io ho l’impiego alle poste e Renata fa la contabile freelance per le aziende. In tre facciamo uno stipendio decoroso e la banca ci fa il mutuo a patto che le vendiamo casa dei nostri genitori, cosa che facciamo volentieri, ci piacerebbe pure bruciarla prima di venderla ma Renata mi fa notare che non ci darebbero i soldi. Vendiamo anche il mobilio. Chi accidenti lo vuole il mobilio? Ci sta tutto all’Ikea. La prima cosa che compriamo all’Ikea è una cornice dove mettere la foto.
Ci vuole un po’ per capire dove appenderla. Traslochiamo una mattina di maggio. La mettiamo al piano di sopra, nel pianerottolo dove affacciano le nostre camere? Così, argomenta Renata, la vediamo appena svegli e ci conferma che siamo a casa, l’abbiamo trovata, questa stramaledetta casa. Io la metterei al piano di sotto, sulla parete davanti alla porta, perché la confusione secondo me non viene quando ti svegli al mattino – ti svegli pur sempre nel tuo letto, mica in un fossato – ma quando torni a casa dopo ore e ore di lavoro, e magari ti prende l’angoscia che la casa fosse solo un sogno. Allora entri, vedi la foto e sai che non era un sogno, la casa l’abbiamo effettivamente trovata. Renata resta del suo parere, io mi imbarazzo e sappiamo tutti benissimo come andrà a finire.
Siamo però d’accordo su una cosa: in cantina, no. (Abbiamo una cantina, niente di che, pensavamo di metterci i barattoli di marmellata quando Renata, in autunno, passa le notti a cucinare.) In cantina no perché è dove la foto stava quando abitavamo con i nostri genitori – proprio al centro della parete, era l’unica cosa appesa a quel muro e quindi l’unica cosa che tutti e tre vedevamo quando mamma o papà ritenevano che dovessimo scendere a imparare la modestia. La modestia era molto importante nella nostra famiglia, perché nessuno di noi ce l’aveva. La si imparava con un meccanismo retributivo molto semplice: un atto di arroganza, un dolore nel corpo, perché i bambini, diceva papà, pensano con il corpo, non è colpa loro se il cervello è ancora largamente inattivo.» Una cosa che io e le mie sorelle abbiamo in comune è che non sapendo mai di preciso quale atto sarebbe stato ritenuto immodesto, abbiamo preso l’abitudine di parlare il meno possibile, di farci notare il meno possibile – occhi bassi, piedi vicini – di far finta di non capire. Io ho preso molto sul serio soprattutto la questione del non capire. Sofia si è specializzata sul versante del silenzio, infatti non parla da quando era piccola. Renata preferisce la storia del non farsi vedere. Ha sempre lavorato da casa.
Non che questi accorgimenti ci abbiano mai evitato la correzione, eh. Forse abbiamo scampato il peggio, ma Renata si è comunque presa il ferro da stiro in faccia. Erano correzioni molto intense. E poi la notte da soli, in tre, in ginocchio in cantina, a pensare alla modestia. In quei momenti provavamo a distrarci e guardavamo la foto alla parete, dicendoci: che bella casa, che bei fiori hanno le magnolie, sono proprio bianchi, non vorreste abitare in un posto del genere, ma certo che vorremmo, qui è uno schifo, lì invece, ma senza mamma e papà vero, be’ certo che sì, senza, solo noi tre, vero Sofia?
(Non rispondeva, ma faceva sì con la testa nel buio.)
Io non voglio sembrare disfattista, alla fine siamo vivi, però sembriamo tre ritardati e ci sono quei periodi in cui a uno dei tre, o a tutti e tre, ci prendono le scalmane. Le scalmane si curano con il lavoro duro. Non a caso in questa casa c’è un cortile da sistemare. Io e Sofia ci occupiamo delle rose, tutte bianche in pendant con i fiori delle magnolie. Renata mette i pomodori da un lato e le cipolle dall’altro, e un pero. Il pero ci costringe a lavorare in tre perché non è un alberello, è alto due metri e col tronco piuttosto spesso, e quindi dobbiamo metterci d’impegno per scavare la sua buca, farcelo cascare dentro, interrarlo, innaffiarlo. È inizio giugno e comincia a far caldo, siamo sfiniti, eccoci alle otto di sera sdraiati sulle rive del canale, si è alzato un venticello, è proprio il genere di venticello che ci vuole dopo che hai calmato le scalmane. Renata comincia a russare proprio quando il sole tramonta. Io vorrei alzarmi e portare lei e Sofia a letto, ma mi sto addormentando anche io a poco a poco, c’è tutta una carezza qui in riva al fiume, una carezza dietro l’altra, io ho un debole per le carezze. Quindi non mi muovo. È notte da poco quando Renata si sveglia con un sussulto.
«Ci siamo dimenticati di tornare dentro» dice.
Poi riprende a sonnecchiare.
«C’è fresco stasera» commenta Sofia; e siccome né io né Renata ricordiamo come suoni la sua voce, lì per lì non ci rendiamo conto che ha parlato per la prima volta in vent’anni.

