Franco Santucci
Illustrazione di Gianmarco Tielli
I suoi capelli erano un mantra indefinito, una nuvola ondulata e castana confusa al verde diagonale degli alberi, col cielo grigio in qualche angolo nascosto, con l’insistenza dei particolari da rimirare nella foto: il piccolo canino, come un bimbo non ancora cresciuto, nell’arcata destra, il naso leggermente gibboso schiacciato dalla prospettiva, l’incarnato, mistura di sole mattutino e passeggiate lente sulla sabbia, nella vitalità del sorriso.
Andrea pensò, e con tutta la forza del suo corpo, che fosse la donna amata da sempre. Ma il suo amore non si spandeva che su un rettangolo di carta e la signora ritratta, dal volto così seducente, ormai defunta, da almeno tredici anni.
L’album sbiadito era nelle mani di Eleonora, la sua amica e compagna di classe. Lo sfogliava con delicatezza indicando le immagini della propria infanzia, fotogrammi dove sua madre tornava puntualmente con i capelli voluminosi, la voglia intatta di vivere e il sistema di bracciali e doppi anelli all’anulare sinistro, ad attestare la regolarità della sua esistenza amorosa. Andrea si stupì di non aver mai visto prima nessuna foto di quella donna, nonostante frequentasse spesso quella casa, ma con un pretesto, tastare la consistenza della carta semilucida degli anni novanta, chiese di poter rivedere il raccoglitore. Scattò, col cellulare, un’immagine necessaria, prese a rimirarla, senza ostacoli, al riparo nella sua cameretta, su ogni schermo possibile.
C’era già stata un’altra infatuazione per così dire, fotografica, ma era per una famosa attrice anni settanta che posava nuda su una sedia, gambe sollevate e lisce sul legno, spalle scoperte e pelle, tanta pelle, senza mostrare parti intime, ma lasciando la sensualità viaggiare nel tempo e finire a fondersi con la sua in cerca di liberazione fisica.
Con la madre di Eleonora era diverso: continuava a immaginarsi insieme in quella foto così piena di vento e alberi, verde marrone e grigio, mentre l’insonnia si mischiava alla dolcezza di fissarsi con lei nel paesaggio, sentirne il freddo e il calore, e nel guscio dell’impossibilità, sfiorarle il viso con le mani.
Dopo un mese di stordimento e vita immaginata, si convinse che il senso in quella fotografia fosse tanto semplice quanto segreto: la madre imponeva di amare la figlia.
Eleonora era sempre stata un’amica leale e una delle poche persone meritevoli di qualsiasi affetto. Era diversa da sua madre, ma i capelli erano simili e alcune espressioni facciali, se si osservava con cura, potevano ricordarla.
Iniziò col comportarsi in modo diverso, starle più a fianco durante la ricreazione, parlarle sciorinando nuove confidenze, chiamarla con un pretesto e insistere in lunghe telefonate fino ad arrivare a guardarla con occhi cadenti di una fame in bilico tra materia e metafisica.
«Ora ti accorgi di me? E comunque sono fidanzata!»
Eleonora aveva subito pensato che dietro i tentativi di corteggiamento di Andrea vi fosse una specie di scommessa tra maschi o la necessità di dimostrare interesse verso almeno una ragazza per zittire le voci su una sua presunta omosessualità. Aveva costruito la sua amicizia con lui come via secondaria a un’attrazione fisica non ricambiata e che non fosse interessato così tanto alle donne, quantomeno a lei, ne era certa da anni. Nondimeno era turbata, tutte quelle attenzioni non le facevano vivere appieno il suo nuovo rapporto sentimentale e sentiva di dover risolvere la situazione il prima possibile.
Lo invitò a casa sua di pomeriggio per studiare: voleva ottenere una confessione chiara sui motivi nascosti dietro il nuovo atteggiamento.
Andrea era nervoso, distratto, impantanato con forza al pensiero che non molto distante dalla sedia dove era seduto, vi fosse un mobile impiallacciato in legno con dentro l’album di foto da cui era iniziato il supplizio.
Eleonora lo punzecchiava, faceva battute sul suo nuovo reggiseno, sicura del suo disinteresse. Eppure, in lui, la tensione era troppo elevata, lo sguardo come una richiesta d’aiuto. Questo la spinse a interrompere il suo comportamento frivolo, evidentemente non appropriato, e prendersi una pausa.
«Vado a prepararmi un pancake, lo vuoi anche tu?»
Andò in cucina ma nel giro di un minuto tornò indietro per chiedergli cosa volesse da bere: Andrea era davanti alla credenza con un album in mano, quello delle sue foto d’infanzia, il dito in lieve movimento sulla pagina, gli occhi in una grazia scomposta.
Eleonora lo fissò in silenzio ma abbastanza a lungo prima di dileguarsi nell’altra stanza. Nella confusione le sembrava di aver capito qualcosa di inaspettato e indescrivibile a cui non sapeva quali parole assegnare.
Si abbandonò a una sedia prima di alzare l’indice della mano destra per percorrere la sua guancia, probabilmente la stessa su cui lui, in una fotografia di lei bambina, aveva appena mosso il polpastrello: un senso liquido di smarrimento, una frase perduta, la mancanza di respiro.
Era seduta dietro una finestra inondata di luce azzurra e tutto il mondo fuori da quella casa, ormai, non aveva più senso di esistere.

