Vai al contenuto
Home » Testi » Gli amici del prof Rossi

Gli amici del prof Rossi

GLI AMICI DEL PROF ROSSI copertina

Lucia Cherubini

Illustrazione di Ivania Maturana


L’idea era stata di Marco alla fine di una partita di padel, forse sotto gli effetti allucinogeni del campo in teflon gommato. Ne parlava come se fosse la reunion degli Oasis e non la rimpatriata di una ventina di imbecilli che non serbavano nessuna nostalgia reciproca; insisteva che sarebbe stato un “bello stimolo”: suppongo per consolarmi delle recenti corna e del divorzio che ne era seguito.
«Non pensavo saremmo stati così tanti!» avevo detto entrando nel locale con l’allegria di un condannato a morte. Dieci ex adolescenti mi salutarono da un tavolo bisunto; Marco, evidentemente oppresso dalla responsabilità di far funzionare l’evento, parlava a voce alta e faceva domande a tutti. A queste cene non ci sono mai sorprese: il più scemo della classe è diventato consulente finanziario, la più bella ha fatto troppi figli oppure ha sopravvalutato la propria freschezza fino ad appassire zitella, i casi umani sono rimasti tali, la meno carina ora ha un master, un dottorato e riesce a farti sentire esattamente come al liceo quando appare chiaro che nemmeno adesso è disposta a dartela.
«Ma lo sapete che arrivando ho visto il necrologio del Rossi?» a corto di argomenti, i morti funzionano sempre. Ricevetti una manciata di occhiate bovine. «Il prof Rossi. Quello di storia e filosofia.»
«Ma noi di filosofia avevamo la Marrella.» Era Ascanio Turrioli, il mio acerrimo nemico del liceo, quello che a fine anno rifaceva tutte le interrogazioni solo per avere la media più alta di me. L’ho sempre preso per il culo, ma non riesco più a farlo da quando ha l’alopecia. A quarant’anni non gli sono rimaste nemmeno le sopracciglia.
«Sì, al triennio. Però al ginnasio c’era il Rossi.» Turrioli pareva perplesso «Dai, quello di cui dicevate che aveva gli amici immaginari.»
Marco mi aveva fatto l’occhiolino e aveva dirottato la conversazione; quindi, avevo lasciato perdere chiedendomi se gli assenti avrebbero avuto memoria migliore. Io non l’avevo dimenticato, in quella manciata di scialbi fantasmi liceali era l’unico che mantenesse ancora i propri contorni. Ricordavo l’aria post-sessantottina e il fatto che di spiegare non gliene importasse niente: generalmente si presentava munito di computer e proiettore, oppure di stereo, e la gran parte delle lezioni era dedicata a commentare qualche avvenimento significativo della sua vita. La battaglia di Dunkirk si trasformava nel resoconto del giro d’Irlanda fatto in bicicletta insieme a due amici, in cui erano stati ospiti di pastori e predicatori dalla lunga barba; i pensatori di fine Settecento conducevano misteriosamente a un’avventura in parapendio nella quale sarebbe morto se il suo istruttore tedesco non l’avesse guidato via interfono a un atterraggio d’emergenza impeccabile, testimoniando lo spirito stesso della praktischen vernunft; la storia del Risorgimento si dipanava attraverso le lettere ritrovate in casa del nonno, discendente nientedimeno che di un amico intimo di Mameli; il giorno della morte di Steve Jobs si era presentato a lutto e, prima di concludere con l’immancabile “stay hungry, stay foolish”, ci aveva sorpreso raccontando che un suo amico d’infanzia poi emigrato in California era stato gomito a gomito proprio con Jobs, nel garage surriscaldato dov’era nata la leggendaria mela col morso. Era stato dopo quell’episodio che i miei compagni avevano iniziato a prenderlo in giro con la storia degli amici immaginari, sostenendo che tutte le storie che raccontava fossero inventate. Per me invece il prof era uno che si godeva la vita, una rarità nella mia esperienza degli adulti, e fu l’unico a cui, in un momento imprecisato di quinta ginnasio, ebbi il coraggio di far leggere i miei racconti. Per questo mi era dispiaciuto sapere della sua scomparsa e, in barba ai miei ingrati ex compagni di classe e soprattutto alle orbite glabre di Turrioli, mi presi l’impegno di andare a rendergli omaggio.

Il funerale, non mi stupì, consisteva in una cerimonia laica. Il manifesto funebre riportava ora, luogo e un acronimo al quale chi voleva poteva devolvere una piccola somma in memoria del defunto: A.A.I., che mi fece domandare se si trattasse di una conventicola di alcolisti anonimi, di un ente per la ricerca sulle malattie rare o di qualche iniziativa strampalata che il professore aveva sostenuto in vita. Come tutti gli insegnanti, per me il prof Rossi esisteva soltanto tra un suono e l’altro della campanella, dopodiché spariva risucchiato in qualche altra classe e, dopo le due, in una casa dove probabilmente aveva una vita, forse una famiglia, della quale non sapevo niente.
L’obitorio si trovava al pianterreno dell’ospedale, indicato da cartelli che mi guidarono lungo corridoi via via più vuoti fino a una porta col maniglione antipanico. Spingendola mi trovai nell’ennesimo androne oblungo, questa volta gremito di gente, così tanta che a malapena riuscivo a intravedere l’ingresso della camera ardente: a quanto pare il prof aveva avuto una vita parecchio affollata. Ai due lati dell’entrata, fiancheggiata da pesanti tendoni di velluto grigio, un sobrio manifesto riportava il nome del defunto e di nuovo, in basso, la sigla A.A.I. La sala era piena di un brusio rispettoso ma vivace, come quello che percorre la platea di un teatro subito prima che venga alzato il sipario; in un angolo un tavolino pieghevole ospitava una torre di bicchieri di carta e due brocche di caffè – in tipico stile Alcolisti Anonimi Indignati –, mentre il feretro stava al centro, chiuso, il che suggeriva scenari di morte orribile e malattie trasfiguranti. Mi dispiacque non poter rivedere in faccia il prof, di cui ricordavo soltanto un naso aquilino sormontato da due occhi verdi e penetranti e una pelata tutta pieghe come quella di un neonato, cosparsa della stessa peluria traslucida.
Sgusciai tra un fusto in pullover a collo alto col naso ficcato nell’iPhone e una signora grassa con un cagnolino in borsa, cercando tra le facce qualcuna almeno un po’ nota. “Possibile” pensavo “che non ci sia nemmeno un ex alunno? E anche ammesso che gli ex alunni fossero tutti stronzi e smemorati come i miei compagni, possibile che non ci fosse almeno uno dei miei vecchi prof venuto a rendere omaggio al collega?” “Un bidello” mi dicevo “almeno uno a cui il Rossi fosse simpatico, dev’esserci.” La ricerca però non produceva risultati, e ciò mi stupiva quasi più della folla eterogenea che si andava pian piano delineando nella penombra della sala. Distinsi un uomo alto dalla folta barba grigio-rame lunga fino al petto, un’efebica bellezza bionda con gli occhiali da sole, due gemelle asiatiche inguantate in leggings neri che conversavano sincronicamente con un anziano signore in doppiopetto e bombetta tra le mani. In assenza di spiegazioni migliori immaginai che tutta quella gente appartenesse alla misteriosa associazione, e provai di nuovo a indovinarne il nome: Alleanza Astrattisti Imperterriti. Associazione Autismo Improvviso. Amici dell’Astrocitoma Invasivo. “Oppure stai a vedere” mi dissi “che tutte le storie del prof erano vere: il giro dell’Irlanda in bici, l’istruttore di parapendio, l’autista di tuk tuk che a Mumbai si era messo a piangere per una mancia di due euro.” Lui mi pareva perfino di vederlo in un angolo buio della sala gremita, un ometto corto con gli occhi umidi degli indiani. Avrei voluto mandare una foto a Turrioli e dirgli “Guarda un po’ se non esisteva il prof Rossi, Assoluto Asino Imbecille”, ma non avevo il numero e comunque non l’avrei fatto per via dell’alopecia.
Hai presente quando sei a una festa in cui non conosci nessuno e senti costantemente il bisogno di avere qualcosa in mano? Ecco: mi diressi verso il tavolino del caffè e riempii un bicchierone dell’orrida bevanda. Non trovai uno straccio di vedova a cui fare le condoglianze o almeno un libro delle firme da scarabocchiare per sentirmi autorizzato ad andarmene, ma accanto al guidatore di tuk tuk vidi un uomo allampanato in divisa da marinaio blu con alamari dorati e cappello da capitano. Fu troppo. Lo raggiunsi col passo sciolto di chi pretende una spiegazione.
«Buonasera» dissi a mezza voce «bella cerimonia, eh?»
«Già. Molto triste, però.»
«Lei conosceva bene il professor Rossi?» il nostromo mi squadrò con l’unico occhio disponibile visto che l’altro era coperto da una benda.
«Io sì, e lei?»
«Sono un ex alunno» balbettai spiazzato. «Lo ricordo con tanto affetto, ma non lo vedevo da più di vent’anni. Sa come se n’è andato?»
«Ah, non si può mai dire per certo in questi casi. Ce ne andiamo ogni giorno, siamo sempre meno. Eppure, basterebbe così poco: una lettera, una conversazione, un pensiero ogni tanto. Quando finiscono, finiamo anche noi.» Il mio sguardo perplesso non lo scoraggiò. «A dire il vero è tutto il settore a essere in crisi: una volta questa stanza non sarebbe bastata per contenerci tutti e adesso la riempiamo a malapena. Non si stupisca se le dico che Rossi era l’ultimo in zona.»
Cercai di porre la domanda con tatto, perché iniziavo a sospettare che Capitan Findus fosse completamente sbarellato: «L’ultimo di cosa?»

«Ma degli amici immaginari, naturalmente! Di cosa pensava che stessi parlando?» I miei occhi rimbalzarono di nuovo dalla bara alle gemelle, fino al capitano e al predicatore irlandese con la barba lunga. «Era uno dei migliori, se lo faccia dire. Lui credeva davvero nella causa. Diceva: “tutti ne hanno uno, anche quando non lo sanno, ed è meglio che si tratti di un amico, di un oste conosciuto in vacanza, di un professore di liceo piuttosto che di una fidanzata o un datore di lavoro. Gli amici immaginari sono un fattore di protezione dalla solitudine.” Ma i tempi cambiano, sono cambiati anche per lui. Adesso ci sono i social, gli influencer, YouTube, non c’è posto per la noia e quindi nemmeno per l’immaginazione.» Scosse la testa amareggiato. «Ne parlavo proprio ieri con un amico che ha fatto il giro del mondo senza aerei: è partito da Pescara con un mercantile e per anni ho avuto sue notizie solo da qualche cartolina col francobollo illeggibile. E pensi che prima di partire faceva l’impiegato al CAF.»

«A.A.I.!» Lei ride sguaiata come una bambina. «Mi fai morire. Bellissima.» Applaude entusiasta. «Una storia fantastica.»
«Ma guarda che è tutto vero!» la guardo di traverso e poi sorrido. «Se tu fossi venuta alla rimpatriata avresti potuto constatare di persona. Ti avrei trascinato pure al funerale.» Fruga nella borsa e tira fuori un pacchetto di sigarette, ne accende una. Sbuffa. «Credo che non mi sia arrivato neppure l’invito.»
«Impossibile. Marco lo sa che ho sempre avuto una cotta per te, non avrebbe osato togliermi questa possibilità ora che sono scapolo.» La guardo picchiettare la sigaretta per scrollare la cenere, piega gli angoli della bocca ma non è un sorriso. Inizio a sentire il colletto della camicia bagnato sulla nuca. «Dico sul serio! Anzi, è da quella sera che mi è venuta l’idea di cercarti.»
Alza gli occhi e me li pianta in faccia, aspira. «Allora, raccontami del tuo lavoro.»
Faccio cenno al cameriere, che arriva col vassoio tra le mani. Ordino due vodka martini e un tagliere vegetariano, ho visto su Instagram che lei è appena tornata da due mesi in un ashram e non voglio fare figure di merda. Il cameriere mi guarda interdetto: «I martini li vuole entrambi subito?»
«Ma certo, che domande. Uno per me e uno per la mia amica.»