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Gli Angeli dell’Apocalisse

GLI ANGELI DELL'APOCALISSE copertina

Paola Marcolini

Illustrazione di Alessandra Ciangoli


La casa vicino al torrente era nuova, aveva grandi vetrate e una terrazza. Le tapparelle erano rosse, acutamente rosse, e tutt’intorno c’era un giardino curato.
Al suo interno, Rosa osservava il peluche appoggiato al vetro della finestra: nel sole, il pulviscolo si muoveva intorno ai peli sintetici. Ogni week-end si concedeva questo risveglio, la pigra osservazione del pulviscolo nel dormiveglia.
Compiuto il rituale e decisa ad alzarsi, andò a svegliare il fratello. Olmo era più grande di tre anni: per Rosa, che non sapeva ancora calcolare bene il tempo, erano tantissimi. Ad esempio Olmo dormiva al buio – cosa che lei non faceva e che, secondo i suoi calcoli, non avrebbe fatto per ancora molto tempo.
Aprì piano la porta. Con lei, nella penombra della stanza sigillata dalle tapparelle, entrò una striscia di luce solare. Si sedette in fondo al letto e osservò le bianche stelle stampate sul lenzuolo, la loro simmetria. Si accoccolò e le contò fin quando poté, accorgendosi di socchiudere sempre più gli occhi: una, due, tre volte. Dormì piano. Era domenica mattina, sentiva i richiami delle rondini.

Aprì gli occhi.
Chiuse gli occhi.
Aprì gli occhi.
Chiuse gli occhi.
Non contò per quante volte. A volte c’era luce, a volte c’era buio.

«Rosa! Rosa!»
Olmo la scuote e la sveglia.
«Alzati che mi stai scomoda.»
Rosa si mette a sedere e si stiracchia come fa il suo gatto Fabrizio. Olmo la guarda infastidito, poi solleva le coperte dandole dei calcetti e si alza: «Tanto ormai mi hai svegliato.»
Rosa si accorge che la luce del sole non entra più dalla porta aperta. Osserva bene le stelle bianche del lenzuolo. Tranne quelle, è tutto scuro. Olmo è in piedi, e sembra notare la stessa cosa:
«Che ore sono? È notte? Hai fatto un incubo?»
«Io? No… è mattina!»
Olmo indica la porta aperta e il corridoio:
«Ma se è tutto buio.»
Prende la sveglia, che Rosa non sa leggere, e con irruenza la avvicina alla faccia della sorella:
«Vedi che sono le 5.55? Cosa hai sognato?»
«Che era mattina…»
È strano come un’intera mattina possa essere un’illusione. Rosa si alza, va alla finestra e osserva attraverso gli spiragli delle tapparelle. Vede i lampioni nel buio, tutti in fila, e sente il torrente scorrere nel silenzio. È ancora notte fonda.
Olmo le dice:
«Dai vieni qui, che dormiamo insieme. Ti conto le stelle.»
Dormono, mentre la notte è tutta silenzio.

Apre gli occhi.
Chiude gli occhi.
Non sa per quante volte. A volte c’è luce, a volte c’è buio

Sono svegli. Ora c’è luce. I due fratelli scendono in cucina, l’orologio ticchetta. Non hanno proprio più sonno. Fa un po’ freddo. Come fanno spesso, appoggiano entrambi le schiene contro il vetro della portafinestra che guarda verso sud per lasciarsi scaldare dal sole. Con sorpresa e fastidio, il vetro è freddo e umidiccio. Rosa apre la finestra. Entra un alito di vento gelido, opaco e umido, e si sente un poco mancare. La chiude e si infila il maglione che ha abbandonato in soggiorno la sera prima.
Mangiano i biscotti inzuppandoli nel latte. Olmo legge la scadenza sul cartone ad alta voce. Si sente molto soddisfatto nel constatare la sua capacità di nutrire sé e la sorella:
«Non solo il latte scade tra tre giorni, ma ti dico anche che l’orologio è rotto. Fa ancora le 5.55 come stanotte.»
Rosa ha già abbandonato il bancone della cucina per il divano:
«Olmo, accendimi la TV. Non va.»
Olmo accende e spegne la TV, stacca e riattacca i cavi: proprio non va. Sulla libreria accanto alla finestra vede un volume dalla copertina verde e decorata da fiori pieno di disegni per bambini e di storielle per lui sciocche, lo allunga a Rosa e guarda fuori: c’è il sole e vorrebbe uscire, anche se fa freddo. Sale al secondo piano per svegliare i genitori. Sa che non dovrebbe farlo, che il fine settimana non vanno disturbati fino a quando non decidono loro di riemergere dalla camera buia e sempre profumata, ma vuole uscire a giocare. Se non vogliono occuparsi della figlia, pensa, di certo non lo farà lui: non ha deciso lui di avere una sorella.
Apre la porta della camera dei genitori, e il profumo è quello di sempre. Mamma Giada si gira sul fianco per non essere colpita dalla luce che penetra dalla porta. Dorme ancora, oppure, pensa Olmo, fa finta di dormire ancora. Papà Pietro lo segue in cucina in silenzio. In silenzio prepara il caffè e lo versa dalla moka alla sua solita tazza, verde e rossa come un Natale che vale tutto l’anno:
«Ma ti pare l’ora di svegliarci? Non sono nemmeno le sei.»
Beve il primo sorso.
«Ma papà, l’orologio è rotto.»
«Da quando?»
«Da prima… segna sempre le 5.55.»
Papà Pietro sospira, abbandona la tazza di caffè e si avvia verso la portafinestra che dà sul terrazzo: ha bisogno delle tenaglie riposte nella cassapanca per aprire quell’orologio. Dalla porta entra un vento gelido:
«Dio mio, che aria!»
Pietro attraversa la porta. Scompare dalla vista dei figli.
Rosa lo chiama, scoppia in un pianto disperato: «Papà!»
Olmo non capisce: «Stai calma, sarà qui dietro.»
Olmo fa per uscire. La madre compare alle sue spalle:
«Olmo! Cosa hai fatto a Rosa?»
«Niente, il papà è uscito…»
«Dove?»
«In terrazzo. Non lo vediamo più.»
Mamma Giada si avvia infastidita e in silenzio verso la portafinestra, esce, scompare.
Olmo sente ogni organo gelarsi. Il suo corpo reagisce per lui: gli si piegano le labbra, piange.
Corre fuori chiamando mamma e papà, scompare.

Rosa piangerà per ore, anche se gli orologi segneranno sempre le 5.55. Tra quei numeri sempre uguali ci sarà l’assurdo: questo lo capirà, o per meglio dire sentirà, anche senza saper leggere l’ora.
Andrà in cucina. Anche il grande orologio, l’unico a lancette, che ha sempre accompagnato con regolarità il silenzio della casa, sarà fermo. Eppure, continuerà a emettere il suo ticchettio. E in quel suono ci sarà l’assurdo: questo lo capirà, o per meglio dire sentirà, anche senza saper leggere l’ora.
A un certo punto, che corrisponderà sempre alle 5.55, Rosa prenderà una sedia, con fatica la trascinerà contro la parete su cui sta appeso, ci salirà, si allungherà per prendere l’ingranaggio e lo lancerà a terra con tutta la forza che ha. L’orologio rotto continuerà a emettere il suo ticchettio.
A un certo punto, che corrisponderà sempre alle 5.55, si addormenterà sul tappeto del soggiorno stringendo il libro dalla copertina verde e piena di fiori. Deciderà che è tutto un incubo, dovrà solo dormire per risvegliarsi.

Aprirà gli occhi.
Chiuderà gli occhi.
Aprirà gli occhi.
Chiuderà gli occhi.
Aprirà gli occhi.
Chiuderà gli occhi.
Non saprà per quante volte. A volte ci sarà luce, a volte ci sarà buio.

Sentirà la pioggia. Si alzerà sicura che sia tutto finito: la pioggia, deciderà, è un buon segno. Andrà alla finestra: nonostante il rumore delle gocce, le fronde dell’albero saranno immobili, senza pioggia che cade tra loro; nonostante il rumore dell’acqua che scorre, lo scintillio sul fiume non si muoverà, le schegge di cielo saranno immobili. Con le orecchie sentirà la pioggia, ma con gli occhi non la vedrà. Per le orecchie il fiume scorrerà, ma per gli occhi sarà fotografia.
Non saprà quanto dopo, avrà fame.
Scenderà in cucina, berrà il latte, non saprà più se è scaduto.
Accarezzerà il gatto Fabrizio. Gli darà da mangiare, mentre tutt’intorno saranno sempre le 5.55. Osserverà fuori dalla finestra il fiume fermo e le vie vuote.
Poi prenderà in braccio il gatto Fabrizio, aprirà la porta finestra e scomparirà.

Scomparirà vedendo tutto – l’interno della sua casa tutto intorno, ogni foglia dall’interno di ogni sua cellula, il sole dall’interno di ogni sua immensa fiamma – ma non essendo vista da nessuno: essendo questa la morte.
Una voce dicendo: «L’angoscia maggiore non è la tua morte, ma la morte vera. Capisci la differenza?»
Una voce dicendo: «Ogni foglia marcita è marcita invano. Non esiste concime per l’eternità. Ogni pianta è stata verde solo per se stessa.»
Una voce dicendo: «Ora durerà per sempre. Ora durando sempre. Capisci cosa significa “sempre”? Sai leggere l’orologio?»