Isabella Ballarini
Illustrazione di Rosa Maria Di Molfetta
La vita di V era partita col botto. Da bambina lei aveva ottenuto tutto: scarpe coi fiocchi, maglie con immagini di cani, gatti, conigli. E poi una camera con le tende rosa, giocattoli, un computer personale. E un anello che aveva preteso con tutta l’anima e poi aveva perso chissà dove.
A otto anni, V chiese in regalo la “bambola che sta in piedi seduta”. Non seppe spiegare nemmeno lei cosa fosse una “bambola che sta in piedi seduta”, ma la volle e basta, come se regalargliela fosse un dovere morale per chiunque. «Ce l’hanno tutti!» gridò. E per ottenerla tirò una scarpa. E un vaso. E un bicchiere. E alla fine la bambola arrivò, dannazione, perché V minacciò di tirare anche il gatto.
V voleva stare in vetta. Voleva brillare come la luce del sole. Usciva di casa con una maglia celeste e aveva la pretesa che la guardassero tutti. E poi incontrava O. E O aveva una maglia rosa, dannazione. Ed era pure bella, quella t-shirt rosa. Che magari O aveva indossato quella mattina stessa, senza pensarci troppo, e che ora splendeva come il sole. V sorrideva, ma dentro ci stava male sul serio. Diventò grande così, col fegato corroso dall’invidia. Negli anni comprò cappotti, telefoni, cuffie per la musica… i suoi capelli diventavano verdi, a volte. O fucsia. Sulla spalla appariva un tatuaggio. Poi spariva, non si sa come. E la borsa nuova era proprio nuova: presa nella collezione appena uscita, senza aspettare la svendita. Insomma, V aveva tutto. Anche la libertà di finire male.
Perché è facile cadere all’inferno, eh… basta un niente, un acquisto sbagliato, un colore che non funziona e si precipita nel fondo. V brillava, ma non abbastanza. Era bella, ma non troppo. Il suo distinguersi dalla massa a momenti pareva integrazione. V entrava nei locali solo se quei postacci erano di tendenza. Se ne stava là tutta la sera, seduta su uno sgabello, con addosso un abito che le era costato uno stipendio. Alzava un dito e ordinava un margarita. Soffiava il fumo della sigaretta dalle labbra. I sandali pieni di brillanti le facevano un bel piede. E nonostante tutto, era infelice.
Il suo malcontento si vedeva in ogni gesto, anche nel modo in cui baciava le guance delle amiche. «Offro io» diceva. E le dita le tremavano, mentre tirava fuori la carta di credito. V era la mediocrità. V danzava con l’ovvio. Era destinata a essere nessuno proprio perché voleva disperatamente essere qualcuno. E quindi piangeva da sola, chiusa nel bagno, con la testa contro lo specchio.
«È per via del nome» si giustificava «Il mio è brutto. Avrei potuto chiamarmi Vittoria, per esempio. Oppure Viola. Perché non Viola? O Vanessa, come la farfalla. Ma no. Io in realtà mi chiamo…»
E farfugliava qualcosa: un nome che veniva sovrastato dalla musica, dal chiasso, dalle voci, dai bassi e dalle urla del dj alla consolle. E poi arrivò Pippo. Accadde una sera, mentre V si annoiava nel solito locale. Sentì nominare Pippo dalla coppia seduta sul divanetto accanto al suo. Si voltò e guardò di sfuggita i due che parlavano. Un uomo e una donna. Che si assomigliavano parecchio: stessa camicia, stessi pantaloni. Avevano pure lo stesso taglio di capelli: un caschetto con la frangia, brutto. La camicia pareva una divisa: blu, semplice, senza spille, disegni, niente.
La gente tende a distinguersi. Si logora l’anima, pur di trovare il modo di essere bella. Quei due invece parevano aver dimenticato il principio che muove il mondo: l’apparenza. Erano talmente dimessi da fare quasi pietà. V si lasciò sfuggire un sorriso cattivo: “Mondo di matti” pensò.
E si dimenticò in fretta di quei due, convinta che l’incontro sarebbe rimasto unico. Ma Pippo tornò. Eccome se tornò. Nel giro di poche settimane la gente tutta uguale aumentò di numero. Camicie. Capelli corti. Niente anelli sulle dita, niente collane. Anche le scarpe erano brutte: mocassini scuri, neri, marroni, privi di attrattiva. V guardava quella bolgia infernale con la bocca spalancata: lei non usciva nemmeno di casa, se la borsa non andava d’accordo con le scarpe. Le ciocche rosa che aveva tra i capelli brillavano sotto la luce delle lampade. I matti che si aggiravano per il locale, invece, non badavano al giudizio che cadeva su di loro. Sembravano immuni da ogni sentenza.
E poi, nominavano Pippo di continuo. Pippo era nelle voci. Era nell’aria. Era dentro i cocktail, nei manifesti anni ‘50 sul muro. Spaccava il cuore, torceva le budella. Qualunque cosa fosse, dominava.
«Che diamine è? Voi lo sapete?» chiedeva V.
E le amiche scuotevano la testa. V diventava matta, se il mondo la lasciava indietro. Lei, così luminosa e così invisibile. Terribile l’idea di scomparire in mezzo agli altri. Inaccettabile il pensiero di essere un nulla tra i tanti. V si guardò allo specchio, là, nel bagno costoso ma lurido, in mezzo alla musica che batteva le note fin sul pavimento. Vide se stessa: una maglia come la sua non ce l’aveva nessuno. Le scarpe coi tacchi erano belle, sì, ma non abbastanza. Le ciocche rosa nei capelli parevano anonime. «Voglio essere Pippo» mormorò.
V provò a tagliarsi i capelli, ma nessuno si accorse di lei. Comprò una camicia blu, ma nessuno le disse nulla. Si guardò i piedi: non era pronta per rinunciare alle scarpe. Invece tolse i sandali: li gettò con rabbia nell’armadio e indossò un paio di brutti mocassini. La sua statura scese di una decina di centimetri circa. V pianse, quando si ritrovò bassa e con i piedi piatti.
Solo allora, Pippo venne da lei.
Il locale aveva una ripostiglio. Là venivano buttati gli oggetti perduti e mai più ritrovati. Gli scatoloni impilati gli uni sugli altri contenevano robaccia che non si sapeva cosa fosse. Le scope e i detersivi puzzavano di lavanda e ammoniaca. Gli uomini in camicia blu entravano e uscivano da quella stanza di continuo. Non avrebbero dovuto essere lì, non erano inservienti. Eppure la porta si apriva più spesso di quanto avrebbe dovuto. Il via vai di gente non si contava più.
Pippo si trovava proprio là, in quel luogo sporco, pieno di ragni penduli dal soffitto.
Quando lo seppe, V impallidì. Per essere Pippo, come aveva tanto desiderato, lei doveva scendere nell’immondizia, dove il brutto si fonde con lo sporco. Certo, avrebbe potuto rinunciare. Nessuno la costringeva a seguire quella stramba parola che non voleva dire niente. Invece entrò nella stanza senza discutere: l’ambiente puzzava di candeggina, tutto era in penombra. Gli uomini in camicia blu la aspettavano, fermi come soldati in divisa. I capelli a casco, le camicie, i mocassini ai piedi… sorridevano, guardando verso di lei. Il posto non era grande: pieno di gente, puzza di sudore, respiri che si fondevano l’uno nell’altro. Fosse stata furba, V se la sarebbe data a gambe. Ma V non era furba. Si fermò di fronte al gruppo e fece la domanda che le stava a cuore da tempo.
«Chi siete?»
«Un ideale» fu la risposta. «Noi stiamo scappando dal mondo.»
«In che senso?»
«La Terra è lurida. Ci vuole identici e col cranio abbassato, pezzi di carne in cui infilare ogni cosa. Ci impone la vita. Il pensiero e la gioia. Ci dice cosa fare, cosa amare. Siamo imprigionati in un orrore senza fine, a ingoiare il brutto e il bello senza distinzione. Ma non durerà per sempre.»
«E volete fuggire così? Vestendovi tutti allo stesso modo?»
«Può sembrare assurdo, ma noi siamo liberi. Liberi di scegliere il nostro inferno. Moriremo identici, ma sarà una fine voluta da noi. Questo è Pippo. La nostra morte. Il modo in cui l’anima si spegne.»
«Non capisco…»
«In un mondo che ci vuole schiavi di ogni cosa, sceglieremo noi le nostre catene.»
V piegò le labbra: per non omologarsi al mondo, quelli si omologavano tra di loro. La stanza non era grande e puzzava. Gli uomini tutti uguali sorridevano nella penombra, colpiti a tratti dalla luce che veniva dall’esterno. Nel locale la festa continuava. La musica che arrivava da fuori era sempre più bella. V avrebbe dovuto starsene là, seduta sui bei divanetti a fiori, con le amiche di sempre, a far brillare le sue ciocche rosa. E invece cosa scelse?
«Cosa devo fare per essere come voi?»
Glielo dissero. V rimase impassibile, ad ascoltare le parole strambe di quel gruppo di strambi.
Sì, avrebbe dovuto sfavillare. Perdere anche l’ultima cellula anonima del proprio corpo. Ma non lo fece. V si piegò, la fronte a sfiorare il pavimento sporco. Tirò fuori la lingua. Leccò le piastrelle piene di polvere, come le avevano ordinato di fare. Una, due. Tre volte. E mentre lo faceva, le lacrime non smettevano nemmeno per un attimo di scendere lungo le sue guance.
O si era vestita con una gonna che le lasciava scoperte le gambe. Indossava una maglietta chiara, come piaceva a lei. Aveva legato i capelli in una coda. Si era tolta il trucco a causa di una brutta allergia. E si guardava intorno, perplessa: il locale pieno di camicie blu non le piaceva. Lo si capiva dallo sguardo spaesato e dal respiro pieno d’ansia. «Mi sento a disagio…» diceva di continuo.
V, statuaria e bellissima, splendeva nella sua camicia blu, nel suo caschetto, nei suoi mocassini stretti ai piedi. Si voltò verso O, lentamente. La guardò con fastidio e una punta di disprezzo.
«Devi sfidare il mondo. Oppure resterai schiacciata» rispose.
«Sarà… però in questo locale non voglio tornarci mai più, Vanna. Non invitarmi di nuovo.» V piegò le labbra: nessuno capiva e nessuno apprezzava. Il mondo non comprendeva la bellezza di essere Pippo. Il mondo era mediocre. Era stupido. Ma soprattutto, quella deficiente di O aveva osato dire il suo vero nome. Spiattellato così, in piena faccia, senza un minimo di tatto.

