Pierfrancesco Trocchi
Illustrazione di Danila Riccio
Il dottor D. poggiò il piede sinistro sul pavimento dopo una nottata tranquilla. La prima cosa a cui pensò fu la ruvida soavità con cui le fette biscottate accolgono la marmellata di fragole. Si massaggiò la fronte, poi le gote, infine eliminò un prurito al polso destro strofinandolo sulla barba appena ispida. Prima di tutto controllò che non ci fossero strane presenze in camera, poi iniziò a spogliarsi. Si sfilò la camicia e i pantaloni da notte con estrema precisione, frutto di una certa circospezione, mentre, in perfetto silenzio, entrando nello studio pensava ai vangeli apocrifi e alle mogli di Cristo. Si sentiva riposato, nonostante le sue ore di sonno fossero andate gradualmente diminuendo da tre mesi a quella parte. L’odore della scrivania in rovere lo riportava al brio di certe macchie mediterranee in cui aveva abbandonato molte ore della sua prima età adulta. Avvicinò il naso forte e marginalmente avvizzito alla superficie del tavolo. Ripose con precisione algebrica un foglio bianco davanti a sé, estrasse una penna stilografica di fabbricazione fiorentina e iniziò a scrivere. «L’onda eterna dei raggi di Dio…»
*
Il secondo giorno del mese era sempre il suo preferito. Non sapeva dire per quale bizzarra concessione del fato, ma sembrava davvero che tutti dormissero più profondamente. Arturo era ladro da vent’anni, ma non si sentiva per nulla un reietto. Anzi, Arturo pensava, pensava tanto, pensava addirittura troppo per essere un delinquente, talvolta a scapito dell’azione. Come quella sera in cui aveva finito per prendersi un tè con quella signora dell’antica borghesia di Cento… era fatto così, la sua formazione gli aveva messo addosso tutte quelle idee della pietas e della clementia che ogni sconfitto deve vedersi riconosciute. Anche se aveva vergogna ad ammetterlo, era un sentimentale, sì. Passeggiando di giorno per le vie della città , dove ognuno lo salutava con riverenze perché lui, prete, di bene ne faceva ogni giorno, rifletteva su quanto fosse singolare che nessuno lo avesse ancora smascherato; se avesse avuto un’amante, non sarebbe servita più di mezz’ora prima che l’intero paese lo fosse venuto a sapere. “L’uomo è un animale di Dio” pensava, “il più feroce e il più amabile.” Don Arturo ora fissava la finestra che avrebbe forzato quella notte e sorrise sotto i baffi fulvi, convincendosi che in qualche modo avrebbe comunque trovato un posto libero nell’immensità del Regno dei Cieli.
*
Si bloccò. Non sapeva che scrivere: Dio è nelle cose o sopra le cose? Forse era lì con lui, celato in uno dei vasi da farmacia che amava collezionare oppure in un capillare del legno tramato del soffitto. Forse, azzardava il dottor D., era proprio nella punta della sua penna. Guardò l’orologio: le 3:33. Si convinse che non potesse esistere un’ora più vicina alla santità di quella. Poggiò la testa di lato sul rovere, come per auscultare il battito dell’universo, qualche residua radiazione primordiale. Prese a formicolare un rumore quasi ipogeo, sempre più forte; poi un tonfo, come una montagna caduta in un lago. Avvertì un paio di extrasistole, ma si tranquillizzò subito, pensando che lui, cardiologo, non poteva certo morire di cuore, soprattutto ora che Dio era nella sua penna. L’auscultazione si fece clinicamente più rilevante quando il battito emerse come la caduta di una noce in punta di guscio, minuscola pioggia sulla superficie degli occhiali. Levò il capo. Don Arturo lo guardava con un sorriso d’acqua cheta.
«Ciao, Massimo… Dio ti benedica. Posso farti compagnia?»
«Ti aspettavo, in qualche modo. Accomodati» soffiò il dottore. «Come hai fatto a entrare?»
«Dovresti fare più attenzione quando chiudi la porta dello studio dopo l’orario di visita. Areare è humanum, dimenticare diabolicum…»
Il dottor D. rise come ingoiando i propri singhiozzi
«Don, lei è proprio un tipaccio. Venga, le faccio una visita.»
Arturo si spogliò della talare e si stese sul lettino in cuoio. La stanza era tumida di una luce simile a inchiostro su un foglio bagnato, un sistema vascolare lievemente evaporato ai suoi limiti.
«Ha avuto particolari preoccupazioni in quest’ultimo periodo, don?»
«A parte i raggi di Dio, no, direi di no, dottore.» Il capo di don Arturo si era abbandonato al materasso come la maschera di Agamennone.
«Mi faccia qualche respiro affannato, don» esortò con severità professionale il dottore. «Bene, bene…»
«È la mia notte degli ulivi, dottore?» domandò don Arturo levandosi dal lettino.
«No, no, macché! Il suo cuore marcia a giri bassi, ma risponde splendidamente alle sollecitazioni.» Il Dott. D., annegato in un sorriso, guardò il prete: «Lei ha il sangue di un felino.»
Rivestitosi, don Arturo si sedette in contemplazione di uno strano, eppure famigliare artefatto in legno: “Forse una stufa, forse un fermacarte per elefanti…”
«Cosa scrive, dottore?»
«Oh, don, piuttosto ri-scrivo» suonò il dottor D., sereno.
«Riscrive?»
«Certamente. Riscrivo ciò di cui lei mi ha derubato.»
Il medico sollevò il foglio e lo mostrò a don Arturo. «Vede, non ricordo proprio ciò che avevo scritto qui, dopo questa frase: “Siamo il popolo d’Israele, ancora una volta, e il nostro Egitto è l’era dell’empietà – o forse siamo noi a essere empi, incapaci di vedere Dio nel mondo che si agita e si rimodella?”.»
«Come posso saperlo io… Anzi, scopro solo ora che lei fa certe riflessioni. Io la credevo cardiologo» si schermì il sacerdote.
«E io, invece, la credevo furbo, furbo come una pantera…» aggiunse il dottor D., soddisfatto.
«Lei allora lo sa, non è vero?» chiese don Arturo.
«Non m’importa» rise sincero D. «desidero soltanto sapere cosa avevo scritto dopo: “e si rimodella?”.»
«Va bene, dottore, glielo dico. “No, no di certo: i sordi avranno sempre mani per guidare i ciechi sulla via del demonio, e i deboli sono abbacinati dai riflessi del pugno di sabbia del re orbo, il vil danaro”. Lo ricordo come una litania.»
Il dottor D. si compiacque di quelle parole, fregandosi lentamente il lobo dell’orecchio sinistro. «Grazie, don, lei è un ladro onesto. Che Dio la benedica.»
Don Arturo si passò una mano sul capo rasato ai lati prima di indossare il largo cappello. Si alzò e ringraziò.
«Mi tolga una curiosità» sussurrò imbarazzato il medico «ma cosa voleva rubarmi questa notte?»
«I raggi di Dio, dottore, la radiazione primordiale, il senso puro dell’origine. L’ho trovata nel battito del mio cuore, nel mio mare addormentato. Farebbe bene a dormire di più, dottore, perché, mi permetta, la sua è un’apnea, un’apnea spirituale. Dio si trova nel respiro dell’ordinarietà, nell’esattezza di una riflessione inaspettata. Non si faccia più trovare sveglio a quest’ora, perché il Cielo non le darà risposte mentre il Re veglia sui nostri incubi. Servono anche quelli.»
Il dottor D. porse la mano al prelato. «Don, se credesse a quello che dice non sarebbe qui ora, così come non passerebbe ogni notte nelle abitazioni degli altri. Lei ha il privilegio di poter dormire nella casa più grande di tutte, grande come l’universo: la casa di Dio. Tuttavia, ne ha paura, e cerca il conforto dei piccoli focolari dove regna il dubbio. Lei ha creduto di trovare i raggi di Dio qui, nella dimora di un umile pescatore. Ecco le mie reti» disse il cardiologo estraendo da un cassetto un plico di fogli vergati «ecco le mie notti, i miei silenzi.»
Don Arturo esitò.
«Li prenda, la prego» insisté D. «se crede di potervi trovare Dio.»
Il dottore si alzò in piedi, sfilò un vinile da uno scaffale e lo avviò nel grande giradischi di provenienza giapponese. La fuga in Si bemolle di Bach corse per la stanza. D. pianse. «Ecco qui Dio» mormorò a occhi chiusi «veloce e scattoso come una nuvola d’agosto, rigonfio come un temporale. È il mio, è il nostro Dio, che dorme e grida, che impazza e sussurra. Don, i raggi di Dio siamo noi» concluse il medico.
Quando il dottor D. alzò lo sguardo, non trovò il sacerdote e nemmeno i fogli appena appoggiati sulla scrivania; probabilmente aveva confessato a una poltrona disabitata la cosa più vera che avesse mai pensato. Sorrise beffardo: una volta rientrato in sagrestia con il suo bottino, don Arturo avrebbe cercato Dio invano tra decine di vecchie prescrizioni e posologie.

