Francesca Casella
Illustrazione di Anna Volpi
ALICE BARTOLELLI
Avremmo voluto essere in un morbido pomeriggio di primavera ma era febbraio e c’era già qualcosa che non andava. I raggi del sole colavano al suolo rilasciando un tepore estenuante che ingravidava l’aria. Alice Bartolelli ne approfittava: negli ultimi mesi si stava dedicando allo slackline. Da quando era bambina, aveva provato innumerevoli sport ma quelli più comuni non le bastavano più. Aveva bisogno di qualcosa che non sedasse la sua adrenalina e, quando aveva scoperto l’esistenza di gente che agganciava lacci elastici tra due estremità per testare il proprio equilibrio, aveva deciso di farlo anche lei.
Alice Bartolelli era una studentessa di architettura. Dunque, non c’era voluto molto, quel pomeriggio, per calcolare a occhio lo spazio migliore che intercorreva tra questo e quell’albero, segregato al laghetto della fermata metro Eur Palasport. Un laccio pendeva a circa un metro di altezza e lei ci penzolava sopra un passo alla volta, con le braccia parallele ai fianchi che si alzavano e abbassavano come le ali di certi uccelli in procinto di inscenare feroci minacce.
Lei e il suo corpo armonico e accogliente. Graziata dalle dimensioni, nonostante avesse venticinque anni, ne dimostrava sempre molti di meno. Un’eterna infante dai sorrisi onnivori, pronti a mangiarsi tutto e ricominciare ancora.
«Quindi da chi passiamo domani?» Alice non parlava da sola. Rivolse la sua domanda a Matteo Bennati, anni trentacinque. Abbandonato a sé stesso, giaceva disteso lasciandosi pungere dai fili del prato, un metro sotto l’elastico che Alice piegava un passo alla volta. Le lenti scure degli occhiali non agevolavano la vista, ma di tanto in tanto, si percepiva la vibrazione delle ciglia che salmodiavano un tacito “Sono sveglio”. Raccolse dalla tasca un foglietto sgualcito e scarabocchiato, il rimasuglio di una pagina strappata, lo lesse.
«Ida Mandato. Sta a Fonte Laurentina, vicino a Leroy Merlin.»
«Chi ce l’ha trovata?»
«Senzameno.»
Quando Alice spostò il piede destro davanti al sinistro, ci fu un tremito della corda, il corpo si sbilanciò da un lato, mentre dall’altro si sollevò il braccio che le aveva appena evitato la caduta. «Senzameno si è dato alle granma?»
«Nah, sta sopra al cornettaro dove passa quando torna dalla tipa.»
«Non c’è viavai?»
«È una palazzina di quattro piani, ma questa sta infognata al piano meno uno. Ha il giardino ammuffito, Senzameno l’ha vista così. Ma dice che non esce mai.»
«Siamo sicuri che è da sola?»
«È da sola, è vecchia. Senzameno dice che probabilmente è pure mezza cieca.»
Matteo vide che Alice sorrideva di un sorriso morbido come non lo era più il sole. Aveva un paio di fossette sugli angoli della bocca, ci avrebbe affondato le dita se avesse potuto. Ma Alice scese dal suo laccio con un salto e lo guardò. «Sembra un lavoro semplice» disse.
«Sembra un lavoro semplice» confermò Matteo anche se dentro di sé era senza parole.
L’elastico continuò a rimbalzare disegnando volteggi incerti nell’aria finché non si fermò e si tese.
MATTEO BENNATI
Al mondo esistono poche certezze. La pasta cuoce lo stesso anche se non aspetti che l’acqua arrivi a bollore, a Pasquetta pioverà sempre a meno che una pandemia mondiale non costringa tutti in casa, se lavori nel mondo del cinema la gente ti chiederà comunque “Sì, ma quindi che lavoro fai?”. Matteo Bennati era un fermo ripetitore di queste cazzate, incerate da un certo impeto. Diplomato all’istituto Roberto Rossellini di Roma, a diciannove anni poteva già spacciarsi come tecnico del suono. Era sui set che aveva imparato a tenere una presenza scenica: la sua, inesistente. Impalato dietro la macchina da presa, un lampione alto a sufficienza da reggere il microfono e farsi incantare dai ciak dei registi. Ne aveva visti di film così, fino allo sfinimento, abbuffandosi di battute che poi vomitava come fossero sue.
Ma se qualcuno avesse chiesto a Matteo a chi fosse venuta l’idea di togliere vecchi gioielli e qualche spicciolo dalle pensioni di ottantenni sconosciute per darli a sé stesso, con ogni probabilità non avrebbe saputo rispondere.
Così, per l’ora dell’ammazzacaffè Matteo Bennati e Alice Bartolelli raggiunsero il civico indicato da Senzameno per derubare Ida Mandato. Si sarebbero finti addetti idraulici dell’acquedotto. Apparecchiati di gilet da pesca, si portarono appresso un borsone che conteneva giocattoli rumorosi e altra chincagliera per dare un tono alla loro sceneggiata.
Si mossero all’interno dell’androne con passo felpato e talmente sicuri di sé da far invidia ad Arsenio Lupin. Alice suonò il campanello e passò una vita prima che la vecchia Signora Mandato aprisse la porta.
La vecchia aveva un che di spettrale, la pelle grigiastra a penzoloni, un groviglio di rughe ballonzolanti sul collo, alla stregua di un vestito troppo largo che con ogni probabilità un bravo chirurgo plastico avrebbe tagliato via. Gli occhi azzurri erano vitrei, ricoperti di gelatina biancastra. Sottraevano vita ancor prima dell’ora X. Loro due non ci fecero caso, erano pronti per il palcoscenico.
«Signora, ci hanno mandato qui dall’acquedotto, stiamo controllando che l’acqua non sia contaminata, ci lascia entrare?» la prima battuta era sempre di Alice, orchestrata con quel suo sorriso candido e infantile. La vecchia la guardava e non diceva niente. Finì per spostarsi, lasciando la porta aperta. Entrambi si guardarono scrollando sorpresa dalle sopracciglia ma procedettero, scoprendo così la scia di odore pestifero che ammorbava l’appartamento.
Non c’era molta luce, l’umidità disegnava ghirigori e mosaici tra gli angoli alti delle pareti, determinata a scorticare tutto il soffitto. La signora Mandato, invece, era storta. La carne inghiottita tra le dita come fossero adunche, la spalla destra contorta in una piega che garantiva assuefazione ai migliori antidolorifici. Scalpitando nelle sue ciabatte, la vecchia si fermò in cucina, alitando un «Caffè?». Le labbra si schiusero sul palato, congiunte da fili di bava opaca e rancida. Meccanica domanda da vecchia che vive da sola e riceve ospiti in casa.
«Si sono rotti dei tubi, i tubi dell’acquedotto» principiò Matteo, con l’incertezza classica dell’attore che tiene banco dinnanzi al comprimario che sta stravolgendo la scena.
«Ora noi faremo dei controlli, ma deve darci tutti i suoi gioielli e oggetti di valore, dobbiamo metterli nel frigo per preservarli» improvvisò Alice, tirando fuori dal taschino del gilet un bastoncino con un piccolo pulsante in cima: un giocattolo infernale da cui partì il suono isterico di una sirena. «Non è un buon segno» disse, rivolgendo alla vecchia un’occhiata eloquente che Matteo lesse come il via libera per un diversivo. Dunque lui si avvicinò al lavandino col suo borsone dicendo che avrebbe provato a far uscire acqua dal rubinetto. Prese un arnese che era poi un semplice ripetitore e pigiando play partì la voce di Darth Vader di Star Wars. La cucina si riempì del solenne soffio: «È contaminata.»
«È contaminata!» ribadì Alice scalpitando sul posto manco se la stesse facendo addosso. La vecchia, tuttavia, si mosse in direzione del fornello. Prese una tazzina, poi un’altra e le riempì con caffè che era già pronto all’interno di una moca. La signora Mandato rivolse i suoi occhi di ovatta su Matteo. «Caffè» ribadì di nuovo, con lo sguardo ipnotico e la bocca mostruosa da infante. Matteo non si pose nemmeno il problema dinnanzi all’insolito contegno della vecchia, aveva fretta. Prese la tazzina e bevve come avrebbe bevuto uno shottino di vodka col limone. Quando, però, si rese conto del sapore amaro che nemmeno la peggiore novalgina avrebbe avuto, la bagna color melma stava già colando nel suo esofago.
«Ora dobbiamo recuperare tutti i suoi gioielli e metterli in frigo, Signora Mandato» incalzò Alice, riempiendo il tempo morto che si era venuto a creare, maestra nel tenere l’equilibrio quando si trattava di saltellare altrove. «Posso darle una mano a recuperarli dalle altre stanze.» Senza aspettare alcuna risposta, uscì dalla stanza e la vecchia tornò ad aprire la bocca. Matteo pensò che fosse lì per dirgli qualcosa. Solo che questa volta i fili di bava furono tagliati da due chele che sbucarono dalla sua gola e si avventarono su di lui con la stessa voracità di una donna ubriaca che vuole pomiciarti. Sentì il loro morso sul collo ma non riuscì a emettere alcun verso, ormai intorpidito da una forza sconosciuta. Il corpo si fece disarticolato in granuli tutto insieme, gli parve di cadere al rallentatore sul pavimento meglio di un sacco di patate, mentre Alice urlava nel corridoio e il caffè si spandeva tra i frammenti della sua tazzina e le mattonelle appiccicose.
LA DONNA RAGNO
La donna ragno inghiottì le sue chele. Le braccia si eressero oltre il capo. Le mani adunche si stagliarono contro il soffitto. La pelle della signora Mandato si sciolse. Sibilò sul terreno in un sussurro sfibrato. Rivelò il seducente corpo di una Nephila pilipes. Nero, marchiato di giallo come un cielo turbato dalle stelle. Le lunghissime zampe si mossero con un fremito lungo il pavimento. Slacciò una tela aderente al suo ventre. Ne caddero tre piccoli aracnidi. L’ombra delle loro zampe felpate si mosse verso Matteo inaspettata. Lui era ancora a terra, immobile e cosciente. Lo sguardo spaiato. Il corpo fu rivoltato dai cuccioli, smosso nel fruscio delle vesti, nelle cerniere strepitanti. Privato dello schermo delle palpebre, non poteva in alcun modo dare il proprio assenso. Eppure, era vivo, come quando giaceva punto dai fili d’erba al laghetto dell’Eur.
Fu trascinato nella stanza da letto della signora Mandato in una piccola processione di zampe. La donna ragno seguì i suoi figli finché il corpo di Matteo non fu sistemato accanto a quello di Alice. Le braccia riverse senza cura in spasmi esanimi, le dita dei due si sfioravano ma loro non potevano saperlo. Negli occhi di Alice, anch’essi scarnificati delle palpebre, giacevano lacrime non versate. Lo sguardo tremante.
I loro corpi riflessi nei mille e più occhi degli aracnidi che adornavano le pareti della stanza da letto della fu Signora Mandato come arabeschi oscuri. Nessuno di loro superava in grandezza la Nephila pilipes, la donna ragno, la loro progenitrice. Essa si issò sul letto una zampa alla volta, quasi fluttuando per aria. Si distese sul corpo di Alice come un’amante pretenziosa. La testa scura sempre più vicina. Il riflesso vibrante e rivelatorio dei suoi occhi si mangiò la lacrima che ora le graffiava la guancia. Alice che aveva perso l’equilibrio ed era caduta.
Fu da lei che iniziò. Alice non poteva saperlo, il sudore le pizzicava la nuca, le inumidiva i capelli, le scivolava tra le vertebre senza che il cotone delle lenzuola lo assorbisse. Le chele iniziarono a squarciarle la pelle, a spogliarla, a rivelare quanto di più intimo nascondeva il corpo. Fibre, muscoli, tendini. Il cuore fremeva feroce e Matteo vedeva ogni cosa.
Nessuno dei due poteva schermarsi dietro smorfie di dolore, di sdegno, di schifo, né poteva gridare aiuto, implorare pietà, invocare il perdono, giurando e spergiurando che non avrebbero mai più fatto quello che avevano fatto. Ma nessuno poteva sentire cosa provassero. Le loro emozioni, ormai, erano condimento.
Gli occhi di Alice sporgevano fuori dalle orbite nude, il riflusso del sangue e dei nervi che li agguantava in una corolla viscosa. La donna ragno l’aveva scartata come una merendina e fu dai piedi che iniziarono a mangiarla, un pezzetto alla volta, un pezzo per ciascuno dei suoi figli, coesi nella sinfonia di una comunione scricchiolante.
Matteo assistette a quel lento martirio. Sperava che lo stomaco gli si rivoltasse al punto da strozzarsi con la sua stessa bile. Quella frenesia masticatoria andò avanti per giorni. Le lenzuola rivelavano le impronte dei mille passi che l’avevano sgualcite.
Solo e prostrato, Matteo riconobbe Alice nell’alito fetido e cavernoso, a tratti dolciastro e stucchevole, che la donna ragno gli rigettò in faccia quando giunse il suo turno. Si mischiava alla polvere delle ossa che essa e i suoi figli avevano succhiato come caramelle.
Finì tutto nello scempio degli abiti non più caldi. Tra il clangore delle grucce e il fruscio della pelle colata dal sangue.

