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Il gallo nel fiume

IL GALLO NEL FIUME copertina

Lucia Tradii

Illustrazione di Claudia Corso Marcucci


Stamattina c’era un gatto nero nel campo. Ci ho fatto caso perché si trovava ai margini della strada mentre passavo con la macchina, altrimenti non credo me ne sarei accorta. Katia mi diceva sempre che non mi accorgevo delle cose, che mi potevano anche attraversare ma io sarei stata troppo impegnata ad immaginarmi da un’altra parte. Invece il gatto l’ho visto: avanzava piano tra l’erbaccia che si era fatta alta e stopposa, ma aveva ancora un che di verde vibrante. Il cielo era grigio e anche l’aria intorno, sembrava di stare dentro una nube. Non ho fatto in tempo a gioire per aver visto un animale, che fatta la curva me lo trovo davanti: un giovane cervo, dall’altra parte della strada. Era sbucato dagli alberi e ora se ne stava fermo a guardarmi prima con un occhio e poi con un altro, con la zampa mezza sollevata – il gesto del camminare interrotto di colpo. Ho aspettato perché non sapevo che cosa avrebbe fatto e il bello è che non lo sapeva nemmeno lui. È rimasto per tanti secondi a fissarmi, come a tradire una piena curiosità piuttosto che paura. Sono persino scoppiata a ridere, ma subito mi sono preoccupata dell’arrivo di altre macchine. Lui alla fine si è deciso, è andato avanti, senza guardarsi indietro. Con un occhio nero e limpido continuava a guardarmi mentre attraversava la strada per infilarsi poi tra le fronde e i cespugli. Sono ripartita piano per vedere se riuscivo a scorgere ancora qualcosa di lui, ma erano rimasti soltanto gli alberi.

Mi sono tirata dietro il portone senza sapere se lo avrei fatto oppure no. Una parte di me sapeva che non avevo abbastanza coraggio. L’altra parte ripensava al cervo, ai suoi occhi neri e curiosi, e sperava che anche io sarei riuscita ad attraversare la strada.
Il tempo di accendere il computer e le cose da fare si sono accumulate e io già in ritardo. Il tempo in ufficio è diverso: un’ora davanti al computer non è come un’ora dietro alla cattedra. Katia mi diceva che se avesse potuto tornare indietro avrebbe scelto un lavoro d’ufficio, ed era strano che me lo dicesse pur sapendo la mia condizione – con i libri per il concorso che mi aspettavano sulla scrivania di casa – ma non glielo facevo presente. Il tempo di questa mattina è scivolato veloce, tra e-mail e documenti, e la sensazione è sempre quella di non aver combinato nulla. Il tempo con i bambini invece non passava mai, e io mi scervellavo su come intrattenerli, finché era il momento di riportarli in classe da Katia e gli altri.
Alle undici ho fatto pausa caffè con la collega, abbiamo riso un po’ dei maschi e mentre lei mi raccontava di qualche chat e qualche flirt, io guardavo le prime foglie gialle del tiglio che sta davanti alla finestra e mi chiedevo che cosa stessi facendo tu.
A mezzogiorno ero nervosa. Ho controllato di nuovo gli orari di partenza del treno e lo sguardo mi cadeva sempre sull’angolino in basso a destra nello schermo, dove si rincorrevano i minuti. Sono andata su un sito che dà una risposta – sì o no – leggendoti le carte. Ne ho pescate sette e loro hanno detto di essere più propense verso il no che verso il sì. Il sito diceva che la risposta negativa era da attribuire specialmente alle carte della Ruota e della Temperanza. Io avrei dato la colpa alla Morte, ma non me ne intendo tanto di tarocchi. Allora ho iniziato a ripensare alle cose “brutte” che mi avevi fatto, che sono delle sciocchezze, me ne rendo conto, cose che hanno più a che fare con la mia immaginazione che con la realtà. Così ho aspettato, ho pranzato insieme ai colleghi, ogni tanto partecipavo alla conversazione e ogni tanto guardavo la pioggia che cadeva tanto forte da far lacrimare la finestra. Pensavo a te da sola alla stazione e mi si stringeva qualcosa nello stomaco. Ho aspettato finché non è arrivata l’una e mezza e a quel punto non c’era più niente da aspettare. Sono andata avanti col lavoro. Mi sono fatta non so quanti caffè. Ogni tanto mi alzavo e camminavo avanti e indietro come un animale in gabbia, per sgranchirmi le gambe. Ho anche rimesso a posto un cassetto che non veniva aperto da un po’, infatti puzzava. Ho buttato via dei fogli di carta che non servivano più e sul fondo ho trovato il sacchetto di mangime che aveva comprato Pino. In superficie si era creata una crosta verde. Pino lo aveva preso per nutrire il gallo che per qualche settimana ha vissuto nel fiume. Nessuno di noi sapeva come ci fosse finito, a chi appartenesse e da quale fattoria fosse scappato.
Certe volte nelle pause pranzo accompagnavo Pino fino al ponte, con la luce estiva che ci scaldava le teste e faceva apparire tutto più chiaro e facile. All’inizio vedevo solo le rocce e quel piccolo rivolo d’acqua che scorreva stanco tra loro, poi un’ombra pareva muoversi e subito si formava la sagoma del gallo. Pino lo chiamava facendo il verso della gallina e spargeva il mangime come se lanciasse il riso a una coppia di sposi. Il gallo correva verso il cibo, sbattendo le ali come se volesse prendere il volo. Beccava per terra, mantenendo un occhio vacuo nella nostra direzione. Poi come era arrivato se ne tornava verso l’ombra delle pietre, questa volta con un’andatura più calma, con il collo che si allungava in avanti e anticipava il passo. Pino a stento conteneva le lacrime quando lo vedeva andare via. Si chiedeva che fine avrebbe fatto quando in autunno avrebbero ripreso le piogge e il fiume si sarebbe riempito. Ma era una preoccupazione infondata, come lo sono spesso le preoccupazioni, perché il gallo a un certo punto sparì. Pino si convinse che fosse finito nel freezer di qualcuno e dimenticò il mangime nel cassetto.

Alle sei finalmente c’è stato il liberi tutti. Ho camminato fino al parcheggio con la collega che non la smetteva più di parlare di lavoro. Io mi godevo la libertà del camminare all’aperto e di respirare l’aria. Aveva smesso di piovere e nel cielo il ricordo delle gocce si mischiava con il tramonto di metà ottobre e i suoi sprazzi di azzurro e di rosso che facevano venire voglia di ballare per strada. Ho detto alla collega di guardare come fosse bello il cielo. Lei ha risposto soltanto “sì”, poi ha ripreso a parlare di lavoro, allora io ho continuato a camminare e ad ascoltare. Certe volte mi chiedo che cosa avrei potuto raccontare di nuovo a Katia, poi mi ricordo che non le ho raccontato un granché di me e della mia vita. Però l’ho ascoltata molto quando mi parlava della sua di vita, del marito carabiniere, del figlio che sogna di diventare calciatore, della figlia che ama i cavalli, dei genitori che stanno invecchiando, e certe volte ho sentito anche un dolore inconfessato, di quelli che ti fanno chiedere “perché è successo a me?”, ma non so da che parte provenisse, o forse ho avuto paura di capirlo e ho guardato da un’altra parte. Io spero soltanto che stia bene e che non senta troppo la mia mancanza.
Quando ho accesa la macchina non avevo voglia di tornare a casa. Ho parcheggiato alla stazione. Il cielo era ancora bellissimo, ma si stava facendo pian piano buio. Non c’era nessuna possibilità di incontrarti a quell’ora, così sono andata a passo sicuro. Non c’era nessun treno e nessuna persona ad aspettare. È stato bellissimo guardare i binari che si perdevano in lontananza e non avere il peso di una destinazione a rovinare tutto. Ho visto le scale del sottopassaggio e le ho fatte di corsa; una nuova fretta mi diceva di avanzare e ho immaginato che ci fossi un po’ tu a muovermi le gambe. Ho percorso tutto il sottopassaggio con la mente ubriaca. Mentre camminavo già mi vedevo davanti al computer a scrivere, a usare parolone per raccontare dei sentimenti che resteranno ineffabili, a cercare di immaginare cosa provavi nel freddo del mattino e nel sole del primo pomeriggio. La verità è che mi sono venute fuori soltanto delle banalità, perché banale è quello che sento. La verità è che non ti conosco e non ce la faccio a descriverti.
Sono arrivata al marciapiede. Potevo vedere un pezzo dell’edificio scolastico e sapevo che non sarei più andata avanti. Il buio si stava facendo più reale. I fari della macchina mi entravano negli occhi come spilli roventi. Mi sono sentita come un animale sul bordo della strada, indecisa se attraversare oppure no.

Ti confesso che ho notato l’interpello che ha pubblicato la scuola alla fine di settembre, per coprire il posto che avevo lasciato. Me ne sono accorta al lavoro e per il resto della giornata non ho pensato che a quello. Quando sono tornata a casa ho buttato tutto per aria, ho acceso di fretta il computer e ho compilato la domanda. Ma quando stavo per cliccare “invia” qualcosa mi ha fermato. Mi sono immaginata che tornavo, aprivo la porta, vi trovavo tutte nell’atrio e mi salutavate gridando, saltandomi al collo. Ma ho anche immaginato Katia delusa da me. Tu non lo sai perché sei andata via senza salutarmi, ma all’ultimo collegio mi sono messa a piangere. Anche Katia aveva i lacrimoni, però ha trovato la forza di dirmi che meritavo una cattedra tutta mia. Così quel giorno di fine settembre ho lasciato il computer acceso, mi sono stesa sul letto e ho aspettato, ho aspettato e ho aspettato, finché non è stato troppo tardi.

Dopo tutta la pioggia che era venuta, il fiume era colmo di acqua schiumante e grigia. Non si vedevano nemmeno le papere stare a galla. Soltanto un puro movimento inclemente. Un bambino mano nella mano con la sua mamma è venuto verso di me – non era uno dei miei bimbi. Ha alzato un dito al cielo e ha detto: «Mamma, mamma, guarda! Che cos’è quello?» La mamma ha alzato frettolosamente il viso. «Niente. Non c’è niente» ha risposto «andiamo.»
Mi sono appoggiata con entrambe le mani sulla pietra fresca, mi sono sporta un po’ e ho stretto gli occhi per vedere meglio. Nell’ultimo bagliore rosso del cielo volava un gallo. Ha fatto una piroetta, lunga e piena di grazia, per poi sparire nel buio della sera.