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Il maestro

Il Maestro Copertina

Antonio Semproni

Illustrazione di Ellepi Illustrations


Nella pausa pranzo non riesco a passare davanti alla gelateria GeL’Hò, in Via Santo Apostolato, tra il forno e il robivecchi, senza che il nome del maestro Tuberoni riecheggi nella mia mente. È una vera e propria gragnuola di Tuberoni, Tuberoni e per ripararmi non posso far altro che infilare l’ingresso, fermarmi poco oltre la soglia e sporgermi verso il banco dei gelati. Una ragazza con il grembiule, il cappellino bianco con la visiera corta e la coda legata in un fiocco si occupa di coni e coppette. Aspetto che nella stretta passerella tra le vaschette zincate e le pareti di vetro smerigliato del laboratorio faccia la sua comparsa il maestro. Dopo un minuto buono che sono lì impalato, un sorriso della ragazza mi invita a rompere gli indugi. Prima di dire i gusti faccio mille complimenti: «La mandorla con emulsione di limone sembra una distesa di neve scintillante sotto il sole.», «Ci sono dei veri savoiardi nel tiramisù, si vedono proprio dei grossi tozzi.» E anche mille indagini sulle materie prime, la commessa risponde cortesemente: «Sicilia», «Madagascar», «Chilometro zero» e «Himalaya». Cerco nella commessa una complicità rivelatrice di eventuali indizi sulla presenza o meno del maestro; mi basterebbe che dicesse che si trova nel laboratorio. Lei però limita il suo intervento al galateo professionale. Non trovo spiragli per domandarle di lui senza sembrare indiscreto. Me ne vado a slinguazzare il cono di fuori.

La prima volta che ho sentito parlare del maestro Tuberoni mi trovavo all’altro capo della città, nella gelateria Coni & Boni. Come mio solito tessevo lodi sperticate al gelataio di turno, il quale senza falsa modestia mi confessava: «Se non fosse per il maestro Tuberoni… tutto quel che so sul gelato l’ho appreso da lui.»
«Ah, una sorta di scuola?»
«No, ma non conosce… il maestro Tuberoni? È un pioniere in città. Ha aperto GeL’Hò, c’è la fila per imparare l’arte gelatiera da lui.»
Ho poi scoperto che GeL’Hò si trova nel raggio di un chilometro dal mio ufficio. Scoperta interessante, ma finora inutile per fare la conoscenza del maestro. Resta comunque meta quotidiana nella pausa pranzo; la fiaccola della mia speranza non s’estingue al cospetto della compassata commessa.
Una volta m’è capitato di vedere dietro le vaschette un uomo alto in un’elegante livrea da gelataio, brizzolato, con zigomi e mento ben cesellati e occhiali da vista fascianti. Con un portamento regale, impugnava la paletta per il gelato come uno scettro. Ho avuto il presentimento che potesse trattarsi del maestro Tuberoni e avevo già spalancato la bocca per domandarglielo, ma lui era impegnato a servire una famigliola di turisti e disgraziatamente – essendo i primi giorni di caldo, con un certo afflusso di clienti – c’era pure la commessa: fu lei a preparare il mio cono.

Ma è di pochi giorni fa la scoperta che ha confuso e mischiato le carte delle mie supposizioni. Ero all’IperIdeal h24 a fare incetta di surgelati quando, tra le confezioni di gelato, ho notato i barattolini del maestro Tuberoni, ovvero “firmati” da lui. Quell’espressione ha smorzato il mio iniziale entusiasmo, perché significa che il maestro non avrà seguito la preparazione e quel gelato somiglierà probabilmente a un gelido omogeneizzato di panna e zucchero.
Ma non è questo il punto. Sulla confezione c’era la foto del maestro: una faccia sbiadita e sciapa, con due baffi insignificanti e una marcata calvizie, un floscio fantasma che in nulla somigliava all’adone che avevo intravisto in gelateria. C’era da pensare seriamente che un volto del genere non avrebbe aiutato affatto il marketing del prodotto e che sarebbe stato meglio posizionato su un secchio di pallida vernice.
Ho deciso di indagare sul web. Digitando il nome del maestro vengono fuori foto della sua gelateria, del caleidoscopico banco con le vaschette a vista, della lavagnetta all’ingresso con su scritti i gusti del giorno, persino della compita commessa. Non compaiono foto di altre persone, almeno corrispondenti a quell’uomo di bella presenza che avevo intravisto dietro il banco. Tra gli ultimi risultati ho trovato una foto su www.guardiasenzacorpo.it, un sito che utilizza una connessione non protetta: un uomo fra i quaranta e i cinquanta, quasi completamente calvo fatta eccezione per ciuffi di capelli sopra le orecchie, con la testa piccola, le sopracciglia brevi, gli occhi come due nocciole e le orecchie a tortellino. Non c’era alcun dubbio che fosse sua la faccia impressa sul barattolino firmato dal maestro Tuberoni. Aveva nel complesso un aspetto scialbo e quasi insignificante, capace di spazzare via dalla mia memoria gustativa i sapori ideati dal maestro al riparo del suo laboratorio. Sotto la foto l’indirizzo, in una zona lontana dal centro, in cui mai avrei sospettato egli vivesse, e un numero di telefono. Mi ha risposto una voce di tromba, coerente con la rivelata fisionomia del maestro, ma che ho subito scoperto con rammarico provenire da una donna, dalla “centralinista”, come si è definita la voce all’altro capo del filo.
«Lei è un giornalista o un privato?»
«Un privato… un ammiratore, ecco.»
«Un attimo… controllo le disponibilità di Carlini.»
«Tuberoni vorrà dire…»
«È la stessa cosa.»
Il suo tono era dei più rassicuranti, come se “Carlini” fosse semplicemente un soprannome del maestro. Mi ha dato appuntamento per oggi, alle prime ore del mattino. Il genio s’alza all’alba.

Un’esile palazzina in periferia, sulla placca del citofono nessun Tuberoni. Solo Carlini, T. Carlini. La T. sta per Tommaso, Tiziano, Tito, oppure è un simbolo che nasconde l’identità del maestro Tuberoni? Molto probabilmente si tratta di un falso nome per depistare eventuali molestatori.
Suono e dopo qualche secondo mi viene aperto. Non c’è ascensore, salgo fino al secondo piano e trovo una porta spalancata, da cui proviene il frastuono di una televisione sintonizzata sul notiziario. Dentro quello che sembra il tinello una vecchia credenza a muro alta fino al soffitto, un ingombro di suppellettili e un divano su cui è accatastata della biancheria. Odore di sigaretta e carta di giornale. Sbucando di traverso da una porticina, s’affaccia un ometto che armeggia per avvitare la moka. S’asciuga una mano sulla canotta a costine.
«Salve, Tony Carlini» tendendomi la mano asciutta, «come posso aiutarla?»
«Mi perdoni, lei non è il maestro Tuberoni?»
«Se ci incontrassimo fuori di qui, naturalmente. Però lei è qui per affari. O no?»
«Che significa fuori di qui
«Suvvia, non faccia l’ingenuo. Lei manterrà la sua identità anche in certe pubbliche occasioni, se lo vorrà. Detto fra parentesi, se i giornalisti le daranno tregua. Mi consenta di dirle che non c’è molta somiglianza fra me e lei, ma si può ri…»
«Guardi, forse c’è uno scambio di identità» metto le mani avanti.
«Appunto, ma lo scambio qui lo faccio, anzi lo subisco – ridacchia – io solo. Piuttosto, lei di cosa si occupa? Ristorazione? Finanza? O è uno sportivo? Io ho una specializzazione nella ristorazione, sa… grazie al maestro Tuberoni.»
«Mah… a dire il vero sono un semplice impiegato.»
«E allora che ci fa qua?» avverto un tono di rimprovero nella sua voce.
«Io, veramente, cercavo il maestro Tuberoni.»
Improvvisamente si rallegra, le sue sopracciglia paiono distendersi.
«Allora ho comunque del daffare. Si accomodi» indica il divano, quindi si mette a spostare la biancheria. Mi permetto di aiutarlo. Il nostro colloquio comincia a prendere una piega quasi confidenziale e così ci ritroviamo comodamente seduti a parlare dei segreti del gelato: io a domandare e contro domandare, lui a rispondere cortese. Sembriamo rispettivamente intervistatore e intervistato.
Gli faccio i miei sentiti complimenti e lui, modesto: «Sono le quattro formule che il maestro Tuberoni mi ha fatto mandare giù a memoria. Sa, durante un’intervista possono capitare domande tecniche, specie da parte dei giornalisti del food.»
«E lei le chiama quattro formule?»
«Insomma, lei è proprio un tipo curioso, sa. Devo davvero credere che sia venuto qui solo per parlare di gelato?» Poi, come parlando tra sé e sé: «D’altronde, se è un impiegato, non vedo che bisogno possa avere di una guardia senza corpo.»
La guardia senza corpo – mi spiega allora – si becca tutte le beghe connesse alle apparizioni in pubblico del suo protetto. Si fa trovare dove il protetto lo vuole, pronto a farne le veci. Conosce i rudimenti della sua arte o professione, lo stretto necessario per fronteggiare i giornalisti di settore, ma nulla di più preciso perché gli è fatto divieto di avviare un’attività in concorrenza con il protetto. Tony Carlini non sa azionare la macchina del gelato né ha mai preparato un cono. La guardia senza corpo ha polsi dinoccolati per autografi e firmacopie e spesso un’assicurazione a copertura delle slogature. Il candidato ideale al ruolo ha anche una certa o almeno vaga somiglianza con il protetto. Ma può darsi che quest’ultimo – come il maestro Tuberoni – si sia ben guardato dall’esporsi sotto i riflettori e dal lasciare traccia di sé sul web e allora l’aspetto fisico poco importa.
«Ma perché senza corpo?»
«Beh, è la sola guardia in servizio lontana fisicamente dal proprio protetto.»
Mi chiede poi se voglio fare qualche soldo. Io sono goloso di gelati e vi confesso che l’avrei fatta finita lì, una volta appresa la tecnica per miscelare il tuorlo con il marsala per trasformarlo in zabaione. Eppure, mi ci vogliono dei soldi per comprare tutti quei gelati e sostenere l’impero nascosto del vero e beneamato maestro Tuberoni.

Eccomi allora in una mite giornata di settembre al parco di Villa Burlonia, impegnato a firmare autografi per un accalorato pubblico con sciarpette e cappellini in veste di guardia senza corpo del fenomeno Rombaudo, attaccante brasiliano neoacquisto della squadra della capitale, al quale, dopo un’estate sulla sdraio in veranda e con l’applicazione di acqua salina sul cuoio capelluto, rassomiglio sia per l’incarnato che per la capigliatura crespa.