Eva Moriconi
Illustrazione di Francesca Bruni (Exx Voto)
Fu la tris-zia Marina a decretare che fosse giunto il tempo di cambiare panorama. La finestra di Via delle Pergole si affacciava su un cortile sudicio coperto di sanpietrini incrinati, dove i bambini del quartiere giocavano a pallone e le donne curtigghiavano tra di loro. «Perché si chiamano sanpietrini?» domandavamo ogni tanto noi bambini, e gli adulti ci rispondevano con gravità: «Megghiu calpestare u santu ‘ca farsi calpestari.»
Noi di santi ne sapevamo ben poco, solo che una volta all’anno si faceva una gran festa e con le famiglie di Via delle Pergole si andava tutti assieme in strada a trasportare il carretto della santuzza, che era come una regina. Noi ci divertivamo a correre sotto le gambe degli adulti che reggevano la santuzza, a farli inciampare, e quelli giù di bestemmie, si arraggiavano così tanto che la loro testa sembrava fumare, ma non potevano inseguirci perché avevano la santuzza da portare e tutte quelle colpe da espiare assieme alla bestemmia appena pronunciata.
La tris-zia Marina si era dunque stancata dei sanpietrini schiacciati, delle monellerie e delle santuzze. «Qua ci vuole un bel cambio di panorama, di prospettiva!» sentenziò una mattina a colazione, dopo che una pietra volante aveva centrato la sua tazzina da caffè.
Quel pomeriggio stesso arrivò il fabbro. Fabbro turco era, e noi certi che la zia l’avesse fatto arrivare col teletrasporto, direttamente dalla Turchia; invece abitava in un altro quartiere, in un altro cortile, sul quale si affacciava una finestra proprio come la nostra. In silenzio, il fabbro cominciò a lavorare: trapano, chiodi, vetri, viti, una sigaretta, un’altra sigaretta, e la zia si stizziva perché il fumo le annebbiava la vista, ma lui sorrideva in silenzio continuando a fumare e a lavorare, finché, con un gesto imperioso, forse ereditato dai suoi discendenti turchi – «Ma chi sono sti turchi?» ci assillava Enzo –, porse un telecomando alla zia: «Finestra pronta.»
Sgranammo gli occhi su quell’oggetto liscio e nero, con due pulsanti, freccia destra e freccia sinistra. «Facci vedere come funziona!» cominciammo a strillare, e la zia, dubbiosa, stringeva tra le mani rugose quel telecomando, ora guardando la finestra, ora il turco, prima che se ne andasse in silenzio com’era venuto. A noi la finestra nuova pareva uguale a quella vecchia, col cornicione di legno verniciato di verde e i vetri sottili, che nei giorni di pioggia solevano tremare alla pressione dei nostri nasi alla ricerca di vita giù in cortile. Fu allora che ci accorgemmo che proprio il cortile non si vedeva più: un giardino c’era, come quelli di Le mille e una notte, un giardino pieno di piante strane – «Esotiche si dice!» ci redarguì Salvo, il più studioso – e uccelli, decine di uccelli colorati, e quasi li sentivi cantare dal di qua del vetro, chissà cosa si dicevano, e noi e la zia, a bocche spalancate, ci avvicinammo alla finestra, gli occhi talmente incollati al vetro da lasciarceli quasi attaccati. Ogni tanto si alzava un gridolino eccitato, un «Guardate là!», rapiti da quel nuovo, straordinario panorama.
La zia, che con la “tecchenologgia” non aveva molto a cchi fari, ci affidò il compito di svelare i segreti della nuova finestra e noi subito a pigiare la freccia a destra e quella a sinistra che facevano mutare i panorami laminati di vetro: ecco due gladiatori che combattevano nell’arena, pesci palla che si gonfiavano appena passavamo davanti a loro; il preferito di Rosa era l’interno d’un formicaio, si potevano vedere tutti i cunicoli e le stanzette che le formiche costruivano per conservare il cibo e guardarle passeggiare indisturbate al riparo dalle nostre manacce. La zia ci sottraeva spesso il telecomando e trascorreva ore seduta alla finestra guardando un fiume di montagna. «Ma zia, se ti piace tanto la montagna perché non ci vai?» domandava sempre Salvo, ma lei rispondeva che non aveva voglia di faticare, che l’importante era il panorama e poi in montagna c’erano i briganti – la zia era molto vecchia, c’era chi diceva che avesse fatto la spia durante la Seconda guerra mondiale, chi addirittura mormorava che avesse conosciuto Garibaldi in persona – e a noi non rimaneva che scendere giù in cortile e mettere in scena i panorami che avevamo visto alla finestra. I nostri amici guardavano ammaliati noi che ora diventavamo formiche ora gladiatori, pianeti rotanti e incantatori di serpenti; quando avevamo finito ci applaudivano, «Ancora, ancora» gridavano battendo le mani e noi a perdifiato correvamo su per le scale a pregare la zia di concederci un nuovo panorama.
I nuovi panorami divennero ben presto l’ordinaria quotidianità, e forse avremmo cominciato a rimpiangere la vista degli amici scafazzati in cortile se un giorno Pepè non avesse fatto scivolare il telecomando nella minestra. La zia era in cucina e noi ci affrettammo subito a ripulirlo, di nascosto, perché c’erano tre cose che la zia proprio non sopportava: la sporcizia, gli uomini col riporto e le melanzane. «Ma zia, cosa ti hanno fatto le milinciane?» ci divertivamo a provocarla, ma lei, serissima, rispondeva sempre: «Mela insana è! È così che vostro zio, pace all’anima sua, divenne matto, mangiando un pezzo crudo di quella fruttaccia mascherata da verdura e…» ma noi già non ascoltavamo più, rapiti dalle prospettive che il tempo spiegava di fronte ai nostri occhi avidi di novità.
La zia non si accorse di nulla e, tornata in sala da pranzo, prese il telecomando per sintonizzare la finestra sul canale di montagna. Noi tirammo svariati sospiri di sollievo di fronte alla vista del fiume e uscimmo felici a giocare. Non erano trascorsi che pochi minuti quando un grido acuto ci distolse dalle nostre marachelle in cortile – Pepè aveva preparato una riserva di noccioli di ciliegia e Tonino aveva già pronta una cerbottana di cartone con cui mirare i panni puliti della vicina.
«Aaaah, aaaah!» la zia si stringeva forte alla sedia indicando con occhi sgranati il fiume di montagna che scorreva placido al di là del vetro.
«Cos’è successo zia?» domandammo preoccupati, ma lei balbettava solo: «M-melanzane, m-melanzane!» Solamente dopo molti sali, una bottiglia di vino e un massaggio ai piedi la zia riuscì a raccontarci che, all’improvviso, lungo il sentiero di montagna, erano discese sette melanzane canterine che, picconi alla mano, fischiettavano: «Andiamo a lavorar, andiamo a lavorar.»
Noi promettemmo solennemente di occuparci della faccenda, ma come la zia si andò a coricare, ci accalcammo davanti alla finestra per sperimentare quella novità. Non rimanemmo delusi: negli incontri dei gladiatori comparivano navicelle spaziali che li risucchiavano con dei raggi colorati, le formiche diventavano dei giganti che masticavano alberi, le sirenette catturavano i pesci palla per giocare a calcio; osservammo altre insolite e fantastiche combinazioni di personaggi e ambienti che si rimescolavano nei panorami dietro la finestra.
La realtà non ci era mai sembrata così affascinante. Cercammo di riprodurre le nuove immagini nei nostri spettacoli in cortile, suscitando tuttavia reazioni ambivalenti nel pubblico, da un lato incantato da quelle declinazioni fantastiche, dall’altro intimorito di fronte all’immensità di quella realtà senza confini e restrizioni.
Purtroppo, dopo due giorni di malattia, quando la zia si riprese, più vecchia e più rugosa di prima, chiamò subito il turco per chiedergli di disinstallare “quella diavoleria”. Il turco, sigaretta in bocca, si presentò senza nemmeno un attrezzo. La zia inveì, lo insultò, divenne tutta rossa, verde e arancione, ma lui non si scompose e attese. Terminata la sigaretta, ne mangiò il mozzicone e, rivolto un inchino alla zia e un sorrisetto di complicità a noi bambini, aprì la finestra e si tuffò.
«Guardate, un turco che vola!» gridò entusiasta la piccola Pepè battendo le mani: dalla finestra ora si vedevano i ragazzini giù in cortile che avevano dimenticato il pallone, le donne che avevano smesso di curtigghiare, i vecchi e sì, pure la zia che era scesa a perdifiato dopo mesi chiusa in casa, insomma, tutti, ma proprio tutti, rivolti verso il cielo col naso all’insù.

