Simone Capozzi
Illustrazione di Maria Lucia Carbone
Pietro Pazzi di mestiere fa il poliziotto, ma ha una divisa tutta sua: sulla spalliera destra della divisa ha cucito un triangolo con il vertice verso l’alto, sulla sinistra un triangolo con il vertice verso il basso. Il movimento verso l’alto, il movimento verso il basso. Il serpente della Kundalini, stampato all’altezza dello sterno, unifica le due vie. Pietro Pazzi è fermo sul marciapiede della Casilina, l’ingresso di Villa De Sanctis si apre a pochi metri.
«Ma che cazzo ha fatto? Che cazzo ha combinato questa volta?» dice la Mamma, la voce femminile.
«Perché l’ha uccisa? Dev’esserci un problema.» Dice lo Zio, la voce maschile.
Il mese di maggio è stato assai piovoso/un’assemblea condominiale sedata dalle registrazioni di vecchie trasmissioni televisive/un nuovo modello d’auto pubblicizzato ampiamente sui grandi cartelloni nelle strade, alle fermate dei bus, sugli schermi, sulle reti televisive locali/l’antenna trapiantata sulla palazzina di quattro piani come la croce della chiesa ortodossa/un acroterio sul frontone di un antico tempio.
Gli operai sono chini a spezzarsi la schiena sui saldatori; due a riposo, guardano gli schermi dei cellulari e restano immobili, le sigarette pendenti dalle labbra. L’antenna si rizza piano piano, spinta dai muscoli tesi degli operai, fino al raggiungimento della posizione eretta.
Come creatura di un’altra era geologica in cui il supporto conservava le tracce materiali dell’evento, Pietro ama le videocassette, le conversazioni telefoniche a notte tarda, l’ossessiva e ripetuta visione di film di cui conosce ogni battuta. “Un’antenna” così dice “è un umile monumento alla Comunicazione Universale.”
Quando mette la mano alla fondina, dove riposa una Beretta 92FS/una donna sorride triste dal divano domestico/il volto di un uomo vinto dal piacere di un amplesso, bagnato di sudore, con i denti asserragliati alle labbra. L’uomo sorride e guarda il suo partner con tenerezza disperata/una bambina in tenuta estiva corre vicino un ruscello, inciampa e cade. Scoppia a piangere e con la mano destra si tiene la caviglia sanguinante/un mujaheddin siede tranquillo, il fucile d’assalto in grembo. Parla con un altro combattente e strizza gli occhi a causa del sudore che cola dalla fronte e colpisce le pupille/un cadavere bianco e disarticolato sul fondo di una fossa scavata in un bosco/un cono di luce, intorno le tenebre.
«Quelli come lui vanno riprogrammati» dice lo Zio. «Lo stato italiano dovrebbe garantirgli la dovuta assistenza. È pericoloso lasciarli a piede libero.» La Mamma non è d’accordo. «La dovrai pagare per quanto hai fatto» gli dice. «Le sofferenze più acute e le torture più sottili sono niente se paragonate al tuo futuro dolore.»
I palazzi silenziosi di Casilino 23 svettano come piramidi del secolo passato, una donna di cemento distesa sull’erba che sorride con le sue mille finestre. Qualcuno corre, indossando i colori sgargianti delle cortigiane nella Londra vittoriana; risplendono lucidi i raggi del sole estivo.
Pietro cammina, muove il piede destro e quello sinistro, calcia le immondizie. Sorride a ogni donna incrociata, parla del suo matrimonio fallito. Sua moglie saluta gli amici da un traghetto diretto in Grecia/pelle lucida di ragazzine/vestiti firmati/il piede magro di Miriam/un mulino che gira nel nulla.
«Spera ma è disperato. Vede ma è stato accecato.» dice la Mamma.
«Cerca fuga e conforto» dice lo Zio.
«Sta inseguendo un fantasma» gli risponde la Mamma.
Roma è un fantasma. Ogni città è un fantasma. C’è una città immaginaria e una città reale. La città reale è il fantasma della città immaginaria, che le succhia il sangue ma resta sempre un po’ pallida. Una nuova forma di colonizzazione del reale ha introdotto un costante difetto di realtà. Senza il suo gemello immaginario la città appare irreale, così come noi ci sentiamo irreali, fino a scomparire, se privati delle nostre immagini, dei nostri doppi, delle nostre fotografie, dei nostri alter ego nei sogni. Il professor O’Blivion sostiene che “la televisione è diventata la realtà e la realtà è meno della televisione.”
La Casilina di notte, invece, è perfettamente reale. Pietro Pazzi la riconosce perché conosce le atmosfere dei film degli anni Ottanta e perché ha visto, decine di volte, L’odore della notte (1998). Ama osservare le luci arancioni dei lampioni stradali e il neon blu di una concessionaria di automobili riflettersi sull’asfalto scuro di nuova gettata. Un treno sferraglia sui binari carichi di immondizia: le pensiline, ricoperte di scritte, traboccano di fazzoletti, stecche di lecca-lecca, qualche siringa piena di sangue, bustine opache e vuote.
Miriam, invece, si è costruita sul trionfo della merce; disinnesca la presa dei dubbi di Pietro con il suo volto inespressivo da sacerdotessa della Grande Religione del Capitale. Si è assicurata la salvezza dell’anima. Consumano gli sguardi e le mani sui propri corpi/sulle caviglie/sull’inguine e le ascelle che Pietro lecca ebbro, strofinandosi sulle sue cosce lucide/lucide.
Lei si stende su di lui, prono, schiacciando i piccoli seni sulla schiena sudata, su cui aveva scritto, decine di volte, il suo destino in lettere imprecise. È una questione di distanza, lei dice. È tutta una questione di distanza. La vicinanza totale del tatto e l’olfatto non si fa ingannare dalla scrupolosità dell’occhio, che può indugiare sull’osservazione dei dettagli del corpo altrui: nei, ginocchi più o meno rugosi, il fascino del trucco che maschera le espressioni.
Le parole di Miriam avevano mandato in frantumi il suo matrimonio. Con il passare del tempo, il moltiplicarsi degli incontri, le lunghe conversazioni, emerge in lei la figura della piccola scalatrice sociale, la cieca determinazione, il desiderio di cose: una terrazza fiorita di gelsomini, rose e viole; un ampio armadio a muro, una piccola collezione di opere di giovani artisti, tende di seta e lino, un tavolo di cristallo. Sono trascorsi più di due mesi dal momento in cui, distesi nudi a fare colazione, le aveva detto che forse era il caso di non vedersi più.
Pietro Pazzi ha la postura rigida, i gesti di chi è stato vinto da tremenda stanchezza. L’irritabilità nevrotica è osservabile dal modo in cui si gratta il collo martoriato da una psoriasi che il colletto della camicia cerca invano di nascondere. Una eccitazione rettile, una lieve corrente elettrizza la sua pelle perché adesso può rivedere i suoi ricordi: un uomo e una donna li hanno registrati, per lui, su dispositivo elettronico.
Il suo ricordo preferito è quello in cui, quarantenne, passeggia su un molo in un pomeriggio soleggiato e Miriam è lì, al suo fianco.

