Vai al contenuto
Home » Testi » La candela

La candela

LA CANDELA copertina

Jo Blivion

Illustrazione di Dario Licata


Affondo la forchetta nella pasta scaldata, il boccone insipido pesa sulla lingua. Maledetta Giada, ogni volta che fa la spesa si scorda il caffè. La cucina oggi sembra uno schermo sporco. Ogni oggetto incombe su di me, come se le linee che separano i fornelli dalle mattonelle e le credenze dalla finestra fossero state sfumate con il dito. Mi serve tempo pure per mettere a fuoco l’ora sul telefono: sono le 11:20. Sotto riconosco le notifiche di Vinted, Postepay, un messaggio arrivato alle tre di notte. “Scusa per ieri, non mi sono dimenticato. Ho avuto problemi al lavoro. Recuperiamo presto.”
Sono indecisa tra tre risposte:“Sì certo”, “Vaffanculo” e un poetico visualizzato. Fingerò di non aver letto. Sono ancora troppo assonnata per riflettere su un fallimentare appuntamento di Tinder. Fuori dalla finestrella si ammassa solo il grigio delle nuvole, la luce scavalca a fatica la cornice di legno e scivola floscia lungo la parete. Oggi non è giornata, mi sa: è come se il mondo volesse spingermi di nuovo nel letto. E non sarebbe una cattiva idea, considerato che da un paio di settimane il mio corpo è un groviglio di dolori. Colpa della pessima posizione in cui dormo e dell’ancor più scorretta posizione in cui siedo ora, che è anche quella in cui studio, avviluppata nella coperta. Sbadiglio e mi tocco sotto la nuca, dove la pelle è tutta appiccicosa per via del sudore, e mi sembra che l’atlante sporga più del dovuto. Se tiro le spalle indietro, i muscoli del trapezio si contraggono come per protesta e prima di tornare a muovermi devo aspettare che il dolore scivoli verso un’altra zona del corpo.

Giada arriva in cucina con il trucco sotto gli occhi senza neanche dire “ciao”. Tira fuori dal frigo una lattina di Monster già aperta e si siede di fronte a me. Il suo sguardo si perde nelle mattonelle che ricoprono la parete, poi si accorge che ci sono anch’io oltre la mole di confezioni – zucchero, farina, pasta – per cui non abbiamo ancora trovato un posto.
«Sto rivalutando la rinuncia agli studi» esordisce sbadigliando.
«Anche a settembre hai detto così, eppure sei ancora qua.» Mi porto anch’io una mano davanti alla bocca. «Su, su, un piantino alla volta ce la faremo.»
«Quella là si deve muovere a ripararci i termosifoni, sennò col cazzo che le pago l’affitto questo mese» manda giù l’ultimo sorso di Monster. «Tu che stai preparando?»
«Lunedì ho dato Analisi 2 e ieri ho fatto Meccanica.»
«Sei passata?»
Sollevo le spalle. «Non ho molta scelta. O li passo, o li passo. Me li porto dal primo anno, non ne posso più.»
Un frettoloso tacchettio annuncia l’arrivo di Emily. Ci saluta con un «Buongiorno» strascicato, infilandosi con cautela tra il lavandino e il tavolo. Appena mi passa davanti, il suo profumo, un aroma alla ciliegia sprigionato dai capelli biondi, copre il tanfo delle pentole lasciate a mollo nel lavello da ieri sera. «Baretto?» Punta l’indice prima verso Giada, poi verso di me.
«Non si dice mai di no al baretto» Giada si alza in piedi battendo le mani sul tavolo. «Flamì, dai, vestiti. Stai tutta sciarmata
«Ti sei vista in faccia? E comunque stavolta passo, devo provare la canzone per il contest di canto.»
«Dai, Flamì, è venerdì! Hai dato due esami in una settimana.»
«Festin!» esclama Emily coi pugni alzati. 
«Non insistete, dai. Domani vengo.»
«Domani non ci sono» obietta Giada a braccia conserte. «Torno a casa per le feste.»
«La prossima volta, allora.»

Tornata in stanza, alzo la testa e inspiro forte. Sono le 11:40: posso suonare senza disturbare la quiete pubblica. Da sotto il letto tiro fuori la custodia della chitarra. Inizio ad accordarla, poi mi dico: una cosa per volta.
Fase uno: aprire la finestra, c’è aria di chiuso. Mi sorprende che non ci abbia pensato Emily, l’unica mattiniera di casa. Spingo le ante verso l’esterno, le maniglie lasciano sui palmi una traccia di polvere. Il cielo non si muove. La luce grigia arranca nella stanza sbiadendo i colori dei mobili. Letto sfatto, pile di libri e scemenze che avrei dovuto mettere in vendita su Vinted una settimana fa. Una foresta di cavi che sporgono da sotto la scrivania, i maglioni piegati con cura ieri e che ora somigliano a degli stracci ai piedi del letto.
Vado a chiudere la porta. Pochi istanti dopo si riapre con uno scricchiolio, sembra rida di me. Ho già detto alla proprietaria che non si chiude? Controllo i messaggi: sì, l’ho fatto, e lei mi ha deliberatamente ignorata. Il suo ultimo messaggio risale a domenica scorsa: “Sei in ritardo con l’affitto, cara”. Tra lei e Giada, inizio a credere di attrarre solo gente passivo-aggressiva. “Appena prendo la borsa di studio vi pago”. Lascio subito la chat, come se la vecchia potesse agguantarmi dallo schermo. Avrò quei soldi, mi dico. Non c’è bisogno di chiedere ai miei. Sono fuggita da quella casa per suonare in pace, neppure col pensiero ho intenzione di tornarci.
Espiro. Mettere in ordine non basta.
Da sotto il letto tiro fuori la scatola delle candele. Alzo il coperchio, armonie esteriori contro disordine interiore. Sono sette, in ogni stoppino consumato riconosco le notti bruciate sui libri, il sollievo di quel voto in più. Scelgo la più nuova, un regalo di Emily, me l’ha comprata perché si ricordava il mio nome d’arte. “Nottetempo”, rileggo la targhetta, una grafia dorata e tutta inclinata in avanti, di un’eleganza che forse non mi appartiene, eppure Emily mi ha rivista in questo blu profondo, che sa di anice e sale.
«… lo so, Emily, che devo fa’? Ci tiene, ci tiene, poi però fa tutto all’ultimo.»
Mi giro un’ultima volta verso la mia porta difettosa, il plettro stretto tra le dita. Solo dopo aver sentito lo scatto della porta d’ingresso riesco a tranquillizzarmi. Una volta accesa, la fiammella scoppietta nella piccola giara, per poi allungarsi verso l’alto. Sembra di tenere nella mano un tramonto sul mare. Inspiro ed espiro il profumo, mi guida mentre accordo la chitarra. All’improvviso non mi sento più a Napoli e questa qui non è neppure una stanza.
Non so dove sono, ma mi sono ritrovata.

***

Sento il telefono vibrare tra le lenzuola. Sono le 16:02 ma mi sento più stanca di prima. Ora la stanza assomiglia a un set cinematografico spento, il sole si è inabissato dietro i palazzi e c’è odore di pioggiammare. Un’ora fa Lorenzo mi ha inviato la foto di un mazzo di peonie, sotto leggo: “Per farmi perdonare”. Sorrido ma non gli rispondo, pare sia una tecnica vincente. Mi rigiro nel letto, sfrego il naso contro il cuscino. Mentre sto per riassopirmi, Giada piomba in stanza sbattendo la porta contro il muro: 
«Stai ancora così? Hai letto i messaggi sul gruppo?»
«Direi proprio di no» ribatto, un po’ intontita. «Emily?»
«Torna più tardi.»
«Dov’è andata?»
«Mica sono sua mamma. Però mo’ vieni in camera mia.»
«Non ho intenzione di ascoltarti mentre ripassi Portoghese. Ti avviso.»
«Se ne parla a marzo. Ti alzi adesso?»
Da quando Emily è arrivata qui per l’Erasmus, Giada e io non siamo più compagne di stanza. Si è spostata in quella in fondo al corridoio, che è anche più grande della mia. Ciononostante, il suo disordine pare si sia adattato presto a quel nuovo ambiente. Giada mi spinge per le spalle fino al suo specchio, ma nel riflesso non ci sono io.
«Eccola, la mia fisica!» le labbra nere di Milena si aprono in un sorriso bianco. Man mano che si avvicina a me, sprofondo nello spazio tra i suoi incisivi. Quando mi stringe tra le braccia, sento le spine del choker contro la pelle. «Ma non eri a Praga? Quando sei tornata?»
«’Sta stronza stava al baretto e non ha detto a nessuno che era a Napoli! E pensare che abbiamo mangiato insieme per due anni.»
«Pensavo foste già tornate a casa.»
«Tutte scuse. Rimanete qui, prendo le birre» a metà frase Giada è già in corridoio. Ora che siamo sole, non posso non notare quanto sia cambiata rispetto a quando mi ha accolta qui un anno fa. 
«Non mi mancava per niente questo coso cigolante» ridacchia, sedendosi sul letto di Giada. Estrae dalla tasca più piccola una bustina di tabacco, poi mi rivolge un’occhiata complice e provocante allo stesso tempo. «Dividiamo?»
«Magari dopo, mi sono appena svegliata» prendo posto accanto a lei. Milena mi sorride, mentre passa la lingua sulla cartina. «Hai una faccia, in effetti. Che stai combinando in questo periodo?»
«Ho recuperato un po’ di esami.»
«Tipica uni-life, insomma. E per il resto?»
Stringo il telefono tra le mani. «Niente di nuovo. E tu, invece? Ho visto le storie di Torino… Dove suoni prossimamente?»
«Mah» la fiammella dell’accendino tremola nei suoi occhi neri. «Sono un po’ in giro. Domani sono a Imperia con un amico, ci sono un po’ di serate che vorremmo seguire. Ad aprile suono a Berlino.»
Sento un nodo alla bocca dello stomaco. «Vorrei fare la metà delle cose che fai tu.»
Il suo sorriso si allarga. «Ti ho inviato delle locandine delle serate in zona. Perché non vai? Mica hai paura?»
«Non saprei come, non ho l’auto qui.»
Milena inclina la testa. «Ti cerchi un passaggio.»
«Non conosco nessuno che vada alle serate.»
«Va’ da sola, le troverai lì.»
«Per ora carico qualche cover su TikTok.»
Milena agita una mano nello spazio tra me e lei, tutti i suoi bracciali tintinnano. «Be’, ci sta, però secondo me dovresti anche uscire da questa comfort zone.»
Inizio a sentire un peso sullo stomaco. «Molte esordienti usano i social… sono rapidi, anche io posso andare virale.»
«Ci sta, però» quel però mi raggiunge alla bocca dello stomaco come un arpione «il mondo della musica è fuori dagli schermi. Devi stare nei luoghi, conoscere gente.»
«E tu hai fatto così?»
«Ti dirò, finché stavo qua, ero nella tua stessa situazione. Poi ho fatto l’Erasmus a Praga e un mio amico di lì, bassista, mi ha fatto conoscere la sua band. Mentre ero lì ho suonato con loro e ci siamo creati un nostro spazio. Figo, no?»
Non riesco a concentrarmi, c’è un brusio nella mia testa che non mi fa capire se mi prende in giro oppure no, ma forse mi andrebbero bene entrambe le cose. Milena ne ha sempre capito più di me, ne saprà sempre più di me.
«“Nottetempo”» commenta dopo il primo tiro, dagli incisivi si sollevano fili di fumo. È stata la prima cosa che le abbia mai visto fare, proprio dentro questa stanza, qualche giorno dopo essermi trasferita a Napoli.
«È la mia parola preferita. E anche il periodo del giorno in cui sono più, diciamo, creativa. Cioè, ispirata.»
«Sei troppo poetica per fare Fisica» mi fa l’occhiolino. Al posto della cartina, tra i suoi denti mi sembra di sentire il mio cuore. «Ma come t’è venuto in mente?»
«In tutta onestà…»
Giada torna in stanza con una cassetta di birre. «Amò, ma hai saputo che è successo all’Orientale?»
«’Na mezza cosa. Dimmi tu!»
Bastano poche mosse, due sole battute e io scivolo sullo sfondo delle loro chiacchiere. Loro due si spostano a terra per fumare, io rimango sul letto. Ogni tanto si voltano verso di me, indirizzano le bottiglie sempre più vuote nella mia direzione. Tutti gesti che significano “so che ci sei”, ma io sono qui, appunto, non nei fatti, nei luoghi, nei nomi che si raccontano. Provo a resistere, a restare concentrata, ma poi torno sempre sul telefono. Scorro le storie in evidenza di Milena, poi le mie. Poi ritorno alle sue – palchetti, folle piccole, selfie di fine serata, esami, strimpelli, repost di post altrui – perché le mie mi deprimono. Non mi accorgo neanche che mi sto riaddormentando, finché le loro voci non mi strappano dal dormiveglia.

«Flaminia!»
«Ah! Che c’è?»
«Ti fai leggere le carte?» Milena mostra il mazzo che sta mescolando. È così agile che il movimento delle dita mi ipnotizza.
«Non so, non m’ispirano assai.»
Giada si sporge verso di me. «Ja, non è niente! Tu fai una domanda e i tarocchi rispondono. Lena è bravissima, strega certificata.»
Milena ridacchia, passandosi la lingua sui denti.
Mi fa un po’ senso immaginare il mio futuro nelle mani delle carte. Ma scivolando per inerzia, le raggiungo sul pavimento. «Che devo fare?»
Giada fa spallucce. «Fa’ una domanda.»
«Su cosa?»
«Una roba qualsiasi! Amore, fortuna, lavoro…»
Aggrotto le sopracciglia. «Ma che è, l’oroscopo?»
«Vabbè, t’ho detto ‘ste cose perché sono le più ovvie! Vedi tu, poi!»
Sposto lo sguardo su Milena, in attesa, i tarocchi nascosti sotto le mani e un sorriso giocondo in volto.
«Voglio solo sapere come sto andando.»
Ritorna a mescolare, con gli occhi non più rivolti a me, ma alle carte. «Come stai andando? Come mai? Non lo sai?»
«Forse loro ne sanno più di me?»
Negli occhi di Milena guizza una luce di sfida. Per l’occasione Giada fa partire Abracadabra da Spotify. La formula magica si propaga sul pavimento freddo, sembra nella stanza ci sia una miriade di fantasmi. «Mescola meglio, Milè» la incalza Giada. «Pescane tre. Anzi, pescane sette.»
Io non dico proprio niente. Penso solo che la musica sia troppo alta, che dovremmo abbassare.
Torno a guardarle e davanti a me c’è una torre.
Quando anche loro si abbassano per guardare meglio, l’ombra delle loro teste inghiotte la mia. Sento Giada alle mie spalle sussultare e di colpo ridere: «Cazzo.»
«Perché? Che significa?»
Accanto alla torre, Milena posa la seconda carta: otto di spade.
«Ragazza mia, che stai combinando?»
«Non dovevi dirlo tu a me?»
Milena fissa l’ultima carta, poi me. Le sue labbra faticano ad arcarsi verso alto. L’ansia le calcifica il viso. Aspetto una sentenza durissima, e invece si limita a dire: «Sette di coppe.»
Suona il campanello. Giada lascia la stanza e la luce ripiomba sulle carte. Siamo rimaste di nuovo io e il mio oracolo che non parla. Leggo nei suoi occhi una confusione che stona con tutto il suo essere. Quando finalmente riapre bocca, non vedo altro che il buio tra i suoi incisivi e il freddo, dal pavimento, mi percorre la spina dorsale. «Sicura vada tutto bene in questo periodo?»
«Sì… sì, abbastanza. Perché?»
Milena esita, le mani a mezz’aria. «Siamo chiare, eh. Non è che le carte siano infallibili…»
«Sì, lo hai detto, ma che signifi…»
«Facciamo che te le rileggo, okay? Devo averle mischiate male.»
«No, no, aspetta!»
Milena rimette le mie carte nel mazzo e riprende a mescolare. Non posso fare altro che stare a guardare. Scatto in piedi. Mi immagino mentre la graffio in faccia e nell’altra mano stringo il mio destino compresso in tre misere carte. Milena mi chiama, ma io ho già lasciato la stanza. In cucina rimbomba il vociare di Emily e Giada.
Immobile sulla soglia della mia stanza, la prima cosa che noto è che la luce è accesa e c’è un enorme bouquet di fiori adagiato sul letto di Emily. La sua voce trabocca d’emozione. Nessuno, prima di Lorenzo, le ha mai regalato delle peonie.

***

Non trovo il telefono. Sarà caduto a terra.
Mi rigiro tra le lenzuola fredde, inseguendo un sonno senza sollievo. Ho dimenticato la candela accesa sulla scrivania. Inspiro, l’aroma salmastro mi si annida tra i capelli. Mi sento nel mezzo di una tempesta di mare. La fiammella rischiara il buio della stanza come un faro in miniatura, ondeggia attorno allo stoppino e sussulta al rimbombo delle loro voci. Dalla parete mi arrivano ovattate parole in francese, inglese, italiano, napoletano, a una pausa condivisa segue un trillo di risate. Ma come fanno i loro pensieri a non ingarbugliarsi? Solo io non riesco a tenere sottomano più di una cosa alla volta? Forse è per questo che non mi sono mai vista parte di un’orchestra.
Mantengo gli occhi sulla candela fino a quando non sbiadisce tutto. Quando riapro gli occhi, ritrovo il telefono sotto il cuscino. Trenta messaggi e quattro chiamate perse. L’orchestra, nell’altra stanza, ha smesso di suonare.
Io mi sono fermata, ma il mondo no.
Intorno alle nove hanno inviato un PDF sul gruppo dell’uni. Leggo i titoli a caratteri cubitali: “ESITO INTERCORSO DICEMBRE”. Siamo in ordine di matricola, la mia compare in terza pagina. Bocciata di nuovo.
Mezz’ora fa Emily mi ha scritto che lei e le altre sono scese a comprare delle brioches. Ne prendono una anche per me, che non le ho sentite neppure uscire.
Bocciata. Di nuovo.  Ho solo sedici crediti. Non prendo la borsa di studio così. E adesso?
No, no, no.
Scatto in piedi. Che avrò sbagliato? No, la vera domanda è perché ho sbagliato? Non capisco, ho caldo, mi fa male la testa. Mi inginocchio ai piedi del letto, o forse cado. Nello zaino ho lasciato una bozza stropicciata dell’ultimo esame. Provo a leggerla ma non c’è luce e allora tasto la parete alla ricerca dell’interruttore ma l’interruttore non c’è e sono così nervosa che mi tiro in piedi con troppa foga e vado a sbattere con la testa contro la maniglia della porta. Mi tocco in mezzo alla fronte, vedo tutto a puntini. Oddio. Che avrò sbagliato? Scorro di nuovo la mano sul muro, adesso sento l’interruttore sotto le dita. Con la luce accesa i puntini sbiadiscono. Fisso il foglio d’esame a terra. Dall’alto distinguo solo la colonna dei dati e accanto i calcoli di statistica. Ho sbagliato la percentuale.
Poi è come se un pezzo di incubo spaccasse il ragionamento. Riapro il sito del contest. Una scritta rossa mi graffia gli occhi: “Errore di caricamento. Riprovare?”.
Vorrei, sì, ma è mezzanotte di venerdì 17. Le iscrizioni sono chiuse.
Nottetempo trema assieme a me, o forse ride di me. Ride della mia faccia stanca, perché non è servito a nulla dare la priorità agli esami. Ride della mia paura, che ho ascoltato troppo. “Segui quello e quello, piano A e piano B”. Ma ora che non ho più uno né l’altro, che l’ho suonato a fare all’infinito questo riff? Ride della mia lentezza, mentre ripenso a Milena che schizza dappertutto. Parte, torna, fa. Se lei è l’argento vivo, io sono l’acqua di una pozzanghera, la cera di una candela. Ciò che non si muove non si propaga: è fisica, semplicissima fisica.
Alle mie spalle la porta cigola, già so che si aprirà ancora, e ancora, che non sarà mai riparata. Il vetro della giara mi brucia i palmi, la fiamma sfarfalla tra le mani, illuminando la cera azzurrina. C’è troppo buio. E freddo, tanto freddo. Mi morde le spalle, rosicchia la colonna ma non riesce a scendere lungo le braccia. Questo fuoco mi protegge. Che pace che mi dà, mi fa quasi credere che non sia davvero la fine. Non è finita, devo solo uscire dal buio, respingere il freddo. Sollevo le braccia, mi prendo un ultimo attimo per rimirare la fiamma che porta il mio nome. Poi chiudo gli occhi, apro la bocca e attendo la colata di calore. La cera mi brucia le dita, la lingua, la gola. Il fiotto di fuoco lotta per risalire, deglutendo lo spingo più giù. Mi piego in avanti, forse grido. Sbatto contro qualcosa. Mi pulsa la fronte, il freddo retrocede, mi tira giù con sé in una bufera di vetro. L’ultima cosa che sento è la porta d’ingresso che si apre. Emily sta ridendo a voce bassa, i suoi tacchi rintoccano sul pavimento fino a quando non apre la porta di camera nostra. Dalle sue braccia cala sul pavimento un odore di burro e zucchero. Mi avrà portato la brioche col tuppo. Sa che è il mio dolce preferito.
Però ho già chiuso gli occhi. Ed Emily non ride più.