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La torta paradiso di Carey Mulligan

LA TORTA PARADISO DI CAREY MULLIGAN copertina

Antonio Semproni

Illustrazione di Anna Volpi


Questo esercizio, che i vecchi imparano a fare quando ne hanno la possibilità, potrebbe divenire un esercizio indispensabile per l’evoluzione della specie umana nella fase della de-sessualizzazione del desiderio”
Franco Bifo Berardi

«Ecco Fossetta» mi giro verso l’ingresso del parco.
Fossetta viene avanti a capo chino, con una tracolla ingombrante che le sbalzella sul fianco; ha lo sguardo perso sul brecciolino del vialetto e le labbra ripiegate in bocca, sembra avere la testa occupata dai pensieri.
«Proviamo a dire qualcosa di buffo per farla ridere?» propone Franco.
«Lascia stare. Fatti trasportare dall’estasi della contemplazione. Sorridi. Lei sorriderà e allora sulle sue guance appariranno le fossette.»
«E se non sorridesse? Se neanche ci notasse? Ce ne stiamo sempre piantati su questa panchina come due alberi.»
«Alla nostra età non ci aspetta altro ruolo che quello di piante ornamentali.»
«Cosa intendi con questo? Stai abbandonando l’idea della torta?»
Mi volto verso Franco, ci fissiamo negli occhi: i suoi sono velati da un film trasparente e sento qualcosa di simile anche sotto le mie palpebre. È il momento di scambiarsi una promessa solenne. «Giammai! Quale torta abbiamo deciso per lei?»
«Beh, la torta paradiso. Ieri l’ho pure scritto sul tovagliolo» mi mostra le sue mani deformi e nodose «ricordi, vecchio rimbambito?»
«E se fosse allergica alle uova?»
«Stronzate, nessuno è allergico alle uova.»
Intanto Fossetta ci sfila di fianco e posa gli occhi sui nostri mocassini scuri e pantaloni di fustagno, con la curiosità con cui si guardano le radici sporgenti e intricate di un albero decrepito. Sussurra appena «buongiorno», sorride brevemente e le sue fossette spariscono in fretta, come i buchi che si fanno coi sassolini sulla superficie del mare. Quando le vedo sento un pizzicotto dietro gli occhi e una lacrima spingere per venir fuori. Deve esserci qualcosa di deterministico in questo sentimento, una sequenza di causa ed effetto che non riesco a eludere; quel che è certo è che io e Franco ci offriamo spontaneamente alla causa: ogni giorno siamo qui al parco, ogni giorno ci voltiamo verso Fossetta.
Non abbiamo molto tempo per riprenderci che arriva Olivetta. Si guarda intorno alla ricerca del posto più comodo per stendere il telo, ma poi lo sistema sempre al solito posto, vicino all’albero di aranci, a pochi metri dalla nostra panchina. La capigliatura liscia le ricade sulle spalle come un sipario aperto: sulla scena due nei (non ricordo se sulla guancia destra o sinistra: le confondo sempre), le sopracciglia generose e pettinate, la fronte alta, convessa a ridosso dell’attaccatura dei capelli, come un’oliva appunto. Tutto di lei sembra dire che le piace studiare ma soprattutto che è amica di Puntina. Quest’ultima intanto regge sottobraccio i manuali universitari di entrambe. Puntina è più minuta di Olivetta, ha le guance come albicocche e il naso a mo’ di puntina: un’estremità arrotondata e dolce. A seconda dell’angolazione dalla quale lo guardi è: il becco di un passerotto intento a raccogliere delle briciole, la sagoma affusolata di una nave all’orizzonte, un pomodoro ciliegino seminascosto nell’insalata, la cima di un monte brulla e baciata dal sole.
Olivetta e Puntina sono capaci di passare tutto il primo pomeriggio sdraiate a pancia in sotto, con i gomiti puntati a terra e le teste sui libri. Anche io e Franco veniamo al parco con le nostre letture, ma ci ritroviamo sempre più spesso a osservare le copertine dei loro libri e, quando ci accorgiamo che sono passate ad altri testi, ci rallegriamo al pensiero che devono aver superato qualche esame all’università.
Quando il sole si abbassa tanto che riusciamo a sopportarne la vista, ecco che compare Saetta: notiamo sempre prima la sua lunga coda bionda e poi la sua figura lunga e leggiadra. Come io e Franco siamo vecchi e bitorzoluti al pari di radici di alberi secolari, così Saetta è una liana che guizza tra la vegetazione del parco. Quando corre nella nostra direzione, il suo viso pallido e buono ci ricorda la luna che è già visibile da qualche parte nel cielo.
Al crepuscolo rincasiamo: si tratta soltanto di passare dalla panchina al divano, dai fruscii del parco al frastuono della televisione. Mi stravacco nelle pose più insolite e temo il giorno in cui i miei occhi avranno bevuto così tanta bellezza da restarne indifferenti. Buona parte di essa già tracima da me, dall’esile connessione che mi è rimasta con il reale. Non riesco a trattenerla, né a immaginare dove andrà a finire: allucinazioni, sogni o semplicemente ricordi? Mi resta sempre meno tempo per questo genere di cose. Ultimamente penso che dovrei agire, fare qualcosa. Dovremmo farci una torta con tutta questa bellezza, popolarne le nostre pance, le nostre bocche, i nostri discorsi. Dovremmo poi invitare tutti quanti al banchetto. Per questo io e Franco abbiamo pensato a delle torte fatte in casa per Fossetta, Olivetta, Puntina e Saetta, e che potremmo fare festa assieme a loro al parco.

***

Per preparare le torte mi sono fatto venire le mani viola, la pelle sottile e tesa come carta velina. Non è servito a niente asciugarle con cura ogni volta sul grembiule. Franco, dispensato dal servizio a causa della sua artrosi, ha fatto comunque la sua parte restando con me in cucina a passarmi la farina e gli altri ingredienti.
Abbiamo involtolato le torte in dei canovacci puliti e ci siamo diretti al parco. Le ombre erano già lunghe: era il momento della giornata in cui Olivetta e Puntina rimettono libri e telo nelle cartelle, Fossetta ritorna con la sua tracolla, che sobbalza più leggera di quanto non faccia al mattino, e Saetta allunga i muscoli delle gambe puntellando ora un piede ora l’altro sulla base dell’albero di aranci.
Abbiamo utilizzato la nostra solita panchina come ripiano per le torte e le abbiamo scartate. Fossetta, Olivetta, Puntina e Saetta ci hanno guardato incuriosite, allora noi le abbiamo invitate con gesti ampi e goffi.
Avrei voluto fare qualche battuta scema – come: “Non è ancora il nostro ottantesimo compleanno” – ma i loro sorrisi, tutti insieme, così ravvicinati, mi hanno tolto ogni parola. Franco pure è rimasto impalato, la bocca spalancata, mezza storta.
«Avanti» l’ho incoraggiato «prendiamo piattini, coltello e cucchiai.»
Però le ragazze hanno voluto che mangiassimo a casa. Non abbiamo avuto la prontezza di replicare, di spiegare loro che la nostra è una sistemazione molto modesta. Così ci siamo ritrovati per le scale del condominio con Olivetta e Puntina che prendevano Franco sotto braccio gradino per gradino, mentre Saetta mi sosteneva da dietro la schiena e Fossetta caracollava davanti a noi con le torte impilate fra le braccia.
Ci siamo accomodati in sala e abbiamo dovuto prendere alcune sedie dalla cucina perché altrimenti il divano non sarebbe bastato per tutti.
Io e Franco sentivamo nell’aria puzza di gas, mentre le ragazze sembravano non farci caso, anzi sorridevano e mangiavano di gusto come se le torte fossero quanto di più buono avessero mai messo sotto i denti. Il loro entusiasmo mi ha inorgoglito molto e deve avere allietato anche Franco, che si è rivelato un ottimo aiuto cuoco.
L’esplosione è arrivata proprio quando le ragazze si stavano alzando per andare. Loro sono state sbalzate ciascuna verso un angolo diverso della stanza, mentre io e Franco siamo passati prima attraverso un fumo denso e nero e poi in una nebbia umida che si è rarefatta. Quindi ci siamo ritrovati distesi su un suolo fragrante e umido, che ci procurava un leggero solletico alle mani e sopra il colletto delle camicie. Eravamo di nuovo al parco. Ora siamo qui tutto il tempo: a ridosso della nostra panchina cresce una grande torta. È piuttosto alta, per cui ci si può servire senza doversi accucciare, e dopo ogni assaggio lievita di nuovo. Io e Franco ne mangiamo sia a colazione che a pranzo insieme a Fossetta, Olivetta, Puntina e Saetta. Loro quattro dopo i pasti si allontanano per studiare, correre o semplicemente perse nei loro pensieri, quindi tornano alla torta per cena: allora io e Franco ci sediamo in silenzio a guardarle. Alla nostra età non si cena quasi mai. Ci teniamo per mano, a volte tremiamo e ogni istante i nostri occhi si riempiono di beatitudine.