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L’amore ai tempi dei Kozmic Bros

L'AMORE AI TEMPI DEI KOZMIC BROS

Nicole Trevisan

Illustrazione di Maria Lucia Carbone


«Questa musica mi fa venire voglia di darmi la morte, Gina. Spegni.»
«Che c’è Edoardo? Non ti va bene niente, come da quarant’anni a questa parte.»
«Metti le cuffie, ci stai facendo diventare sordi.»
«Sarai tu il sordo.»
«Io vorrei essere sordo.»
Si intromette Demetrio dalla veranda. Abbandona la contemplazione del cielo e dei suoi strati ovattati per cercare la figura di Gina, che sbuffa un “no” secco. Il pezzo è dei Kozmic Bros, in cima alle classifiche da quasi un mese – non sa chi siano, non le importa e quella musica la disorienta, ma detesta che il tempo e le cose scorrano sopra di lei, lasciandola indietro.
«Tutta colpa dei tuoi nipoti fulminati, ti hanno massacrato i timpani e il cervello.»
«Edoardo, chiudi quella bocca o te la spacco a bastonate.»
Gina brandisce un passaverdure ed Edoardo la conosce abbastanza da decidere di non insistere. Devia dalla traiettoria di una possibile aggressione fisica e cerca riparo accanto a Demetrio, al sicuro nel cono di sole dove l’ha parcheggiato. La luce trafigge la polvere e i vetri sporchi, scalda il pavimento e i loro corpi anziani. Lui non soffre il freddo, ma Demetrio da quando è invalido dice di sentirlo sempre addosso, che gli corrode le ossa immobili, i muscoli allentati, e lentamente lo uccide.
«Quella donna…»
Brontola Edoardo, che sfila dalla tasca un fazzoletto di carta e lo usa per tamponarsi la fronte e gli zigomi. A differenza di Demetrio, ribolle di caldo e prurito. Ha troppo sangue, una tempra eccessiva che gli arrossa la pelle e infiamma l’azzurro degli occhi di un’ebbrezza contraffatta. Gina è troppo rumorosa. Troppo svagata, viziata. Si lamenta e l’amico ride, col petto che sussulta sotto la camicia aperta, traboccante di lanugine bianca.
«Falla finita» gli ordina Edoardo.
«Sei testardo, come sempre» ribatte Demetrio.
«Mi sono ammorbidito. Quando ci siamo conosciuti sì, allora… Allora sì che ero uno che non si faceva mettere sotto. Adesso non riesco neanche a farle abbassare la musica.»
«Non ce l’avresti fatta neanche quarant’anni fa.»
«Stai zitto.»
Silenzio unanime. Demetrio torna al cielo, Edoardo al fazzoletto, sfracellato tra le dita uncinate. Dal giardino, con la sua andatura aggraziata che lascia una scia di briciole di terra, si avvicina Angela. Sfila i guanti – ha piantato il prezzemolo, strappato le erbacce, rinvasato le margherite. La sua fronte è lucida di sudore, circondata da una fascia di spugna. La stessa che una volta usava per truccarsi.
«Dobbiamo fare la spesa.»
«Chiama la tua amica.»
Brontola Edoardo, arreso ai suoi arti stanchi.
«Speravo venissi anche tu. Da sole non ce la facciamo.»
«È una brutta giornata.»
«La schiena?»
«Tutto. Le ginocchia, i polsi, persino le dita. E Gina mi fa diventare matto, pare di stare a Sanremo.»
«Non lo fanno da vent’anni, ma dove vivi?»
Interviene Gina, parlando a voce un po’ troppo alta, ora che è uscita e si è lasciata alle spalle la canzone in loop. Se ne accorgono tutti, che tacciono, imprimendosi il sospetto di aver scherzato fin troppo a proposito sul suo udito. Ma Gina soprassiede e pungola Edoardo, porto sicuro delle sue rimostranze.
«Allora, niente spesa? Oggi hai deciso che sei troppo vecchio?»
«È l’umidità.»
«Possiamo farcela consegnare» suggerisce Angela. Edoardo emette un grido che attraversa il collo e ne scuote le pieghe, agitato da un terremoto interiore che rigurgita indignazione. Sputacchia, animato dalla forza indimenticata che lo percorreva quando era giovane e andava alle manifestazioni per tornare ammaccato, fiero, a farsi insultare dai genitori per essere un sovversivo.
«Non sono arrivato a ottant’anni per sfruttare i ragazzini. Piuttosto muoio di fame! E non cominciate a dirmi delle mance, che non faccio l’elemosina, io: mi rifiuto di incoraggiare questo sistema cannibale. Andremo domani, domani mettono sole e starò bene.»
Il sospiro che conclude l’invettiva spettina le ciglia di Angela, che rinuncia a insistere. Edoardo, invece, continua. Agita le braccia, si dimena sfavillando di rabbia nelle sue giunture disobbedienti.
«Ci sono troppe nuvole, è umido. Su in montagna ha piovuto, si sente nelle ossa. Lo sa anche Demetrio, guarda com’è rattrappito.»
Dalla sua sedia, da sotto al plaid, Demetrio gli solleva contro una mano bruna, calma, ed estende il dito medio. Non risponde: arriva prima Gina, che si avventa su Edoardo trottando sui suoi tacchi sformati.
«Sei una bestia, non ti controlli, non sai tacere.»
Lo scuote, viva di una misura di rabbia simile alla sua, e gode del vecchio corpo che si flette senza resisterle – quando mai l’ha fatto, anche quando non raggelato in articolazioni calcificate? Lui è vicino, troppo, la guarda e le spinge negli occhi tutto quello che non ha a che fare con la spesa né con il tempo che li ha divorati né con l’ingiustizia sociale. Utile per non cadere in certi pensieri, è l’appiglio che gli serve per arretrare, staccarsi da lei con i pugni che si stringono dolenti nelle tasche e tornare a respirare.
«Siete voi le bestie, sfruttate le persone per farvi servire e non ve lo ricordate, com’era quando c’eravamo noi, al posto loro. Guardate come siamo finiti» sbotta Edoardo.
«Noi siamo fortunati» replica Gina.
Lo lascia andare, non vuole bere dal suo fiato, non più – non è il caso di ricominciare adesso, con quella furia che gonfia le vene ed è pericolosa. Lui, stordito, ride.
«Fortunati? Tua figlia ha vissuto con te da quando è nata, dormivi con i tuoi nipoti che non riescono ancora a pagare l’affitto, figuriamoci se potevi farcela tu, quando hai deciso di andartene. Non so se sei così fortunata. Di certo ci puliremo il culo a vicenda.»
Amara, la saliva che rimastica tra i denti finti, avvitati fino all’osso in un paese straniero. La mascella di Edoardo si serra, pentita di aver lasciato uscire troppo del dolore che lo paralizza più dell’artrite, che lo fa vergognare per un sentimento scomodo: l’orgoglio, che credeva plastico, non conforme a costruzioni sociali definite. Ora che è debole, che non ha una casa sua né moglie né figli, ricorda i discorsi del padre e torna a sentirsi sbagliato come allora, quando ignorava le sue istruzioni per morire felice. Non ha investito in beni immobili, non ha rendite né un fondo pensione a cui attingere; non ha un’assicurazione, né una reversibilità. Ha solo quei tre mezzi amici decrepiti che lo fissano. Si sente in colpa per quello che ha detto a Gina, si sente solo e comincia a singhiozzare, nascondendo il viso nei palmi. Da dietro al suo riparo sente Demetrio chiamarlo, cercarlo con un accenno di carezza che sale fino al gomito. Edoardo lo accetta senza ritrarsi, incapace di ricambiare, e biascica: «se non fosse per te, non so dove sarei adesso. In tanti anni che abbiamo lavorato assieme non mi hai mai mollato, neanche quando litigavo coi capi e mi portavi via di peso. Matto ero e matto rimango.»
La testa oscilla, la rabbia mutata in risata e poi in pianto si coagula in silenzio contemplativo, sostenuto dalla presa solida dell’amico. Edoardo non ha più niente da dire. Angela, colpevole dell’innesco della crisi, mormora:
«Io mi trovo bene con voi.»
Infantile, quasi delicata nonostante le scarpe sporche di terra e le caviglie gonfie. Le è rimasta un’impressione di giovinezza incastrata in gola, e qualcosa nei gesti che spiega le piante potate con cura, i germogli freschi delle rose rampicanti. Suo marito, dall’ospizio, chiama il suo nome ogni notte e non la riconosce quando va a trovarlo. È per lui che coltiva le rose, che ha i polpastrelli bucati dalle spine.
«Anche noi, tesoro. Non dargli retta. Adesso dobbiamo pensare alla spesa. Le cose sono andate come sono andate, ormai è tardi.»
Gina torna prepotente, vuole allontanarsi dalla sterpaglia di logiche e casualità che l’hanno portata in quella casa a dividere le bollette, le tasse e i ripiani del frigorifero. Ha sufficiente istinto di sopravvivenza da sapere che alla loro età è pericoloso aggirarsi nei dintorni del rimpianto. Propone di telefonare alla figlia per farsi accompagnare al supermercato. Nessuno si oppone. Persino Edoardo, ammansito, annuisce.
Verso le undici, è in giardino. Ha messo a letto Demetrio, nella stanza degli ospiti che occupa da quando lei e Angela si sono trasferite. Ha lasciato a loro la camera matrimoniale: l’ultimo atto dell’uomo galante che è sempre stato, nonostante gli abiti appiccicati di sudore e i santini retroilluminati nell’abitacolo del camion. Gli stessi di Edoardo, che non si è mai risparmiato dall’insultarli uno per uno, quando era bloccato nel traffico o si metteva di traverso con il rimorchio, unendosi alle proteste. È seduto accanto a lei su una sedia di plastica. Una di quelle che non credevano di dover occupare più, convinti che i decenni avrebbero offerto almeno un’ergonomia di massima per le loro spine dorsali.
«Sei proprio uno stronzo.»
Si accende una sigaretta. Sa che non le fa bene, ma non le importa più di tanto di morire. Gliela passa. Lui prende un tiro e tossisce, grattando la gola a vuoto.
«Lo so.»
«Hai fatto una scenata inutile.»
Severa, Gina guarda la notte primaverile, punteggiata di lucciole. Non credeva sarebbero tornate, l’ultima volta che le aveva viste era una bambina e poteva ancora catturarle in una bottiglia di plastica, da scuotere facendone una torcia, una tomba per insetti. Edoardo segue la linea del suo sguardo fino a perderla. Tace, calcificato sulla sedia. E quando sembra che non abbiano niente da dirsi, che sia finita lì, con lei che lo rimprovera e lui che incassa, le prende la sigaretta dalle dita con le sue, nodose e irriconoscibili dall’ultima volta che le aveva riservato la stessa tenerezza, sfilandole una cannuccia dalle labbra per baciarle, lentissimo, una notte intera.
«Perché mi sembra che parliamo delle stesse cose da sempre, io e te? Potrei giurare che abbiamo già fatto questo discorso altre dieci volte, prima di oggi» sospira Gina.
«Probabilmente è così.»
Ma non è lo stesso tempo di allora, quando aveva la metà degli anni di oggi, era rimasta sola con due figli e doveva proteggerli dall’assenza del padre e da sé stessa, disabituata alla solitudine, assuefatta alla luce fredda degli ospedali. Edoardo l’aveva salvata. Per un po’ e per quel che poteva, con la testa di cazzo che si ritrovava. Lei l’ha perdonato, ma non gliel’ha mai fatto sapere.
Si lascia sfilare la sigaretta. Non le importa più di tanto.
«Non mi piace che parli di mia figlia in quel modo. Come se non lo sapessi che a quest’ora avrebbe dovuto essere indipendente. E comunque non è colpa sua. Neanche dei miei nipoti. Stanno pagando il debito per la borsa di studio.»
Un bolo di sangue rovente, lo stesso che l’ha incendiato nel pomeriggio, rischia di spingere Edoardo di nuovo in piedi, a inveire contro i diritti traditi e l’ingiustizia, ma si trattiene, fissa la brace che corrode la cartina e si trasforma in cenere e dice: «chissà come ci arrivano, alla nostra età.»
«Come ci siamo arrivati noi.»
«Cioè?»
«Senza soldi. Com’eravamo alla loro età e come siamo adesso.»
Desolati, ridono a bassa voce.
«È per questo che ascolti la loro stessa musica allucinante?»
Chiede Edoardo con uno sguardo obliquo, chiarissimo, da seduttore che non se ne faceva scappare una. Gina si ricorda lusingata, si scopre identica ad allora, quando indossava tacchi più alti e scomodi.
«La ascolto perché mi va. O dovrei ascoltare Gazzelle, come quarant’anni fa?»
«Sei tremenda, Ginevra.»
Si arrende, sconfitto come non è mai stato, e agitato da un desiderio che gli impugna il cuore e lo farebbe esplodere per decine di ragioni cliniche, a una prima valutazione del medico che mai saprebbe la verità sul suo infarto. La sigaretta si spegne, gli cade nel vuoto tra le ginocchia.
«Adesso è Gina. Lasciami almeno il nome da vecchia, se devo vivere come una studentessa.»
«Chissà che direbbero i tuoi, di studenti.»
«Che vuoi che dicano. Staranno ancora prendendo ripetizioni perché non sanno risolvere mezzo integrale.»
«Sono pazzo di te.»
«Lo so. Dovresti smetterla. Ormai non te la danno più la reversibilità, rassegnati.»
Lei gli prende la mano, stringe cercando di non fargli male. Ridono ancora e cercano di dimenticare il futuro che li attende, troppo ripido, troppo breve.
«Anni e anni di lavoro e dividiamo in quattro una mozzarella. Facciamo la pasta al tonno, col pesto in barattolo. I turni al bagno.»
«Vedi, non pensi abbastanza ai brodini con cui imboccano il marito di Angela. O a quello di Demetrio, che ha lasciato il posto vuoto a tavola.»
Il sorriso di Edoardo si storce. Si alza in piedi, spera che lei non lasci la presa, che appiani le sue rughe, la pelle scabra e troppo calda. Le lucciole occhieggiano sull’erba nera, bagnata di fari che vanno e vengono lungo la strada. Le macchine sono mute all’orecchio di Gina. Se gli altri sono svegli, hanno sentito tutto. Ma anche di quello non le importa più.
«Perché non ci voglio pensare. Hai ragione, siamo fortunati» ammette Edoardo.
Fatica a stringerla in vita, ad accogliere la sua forza riottosa e seducente che non è mai cambiata. È colpa delle giunture, dei polsi, delle dita – fa quello che può col corpo che gli è rimasto, chiedendole scusa col mento sulla spalla. Lei inclina il viso sul suo.
«Sì, siamo fortunati. Rientriamo?» chiede lui.
La porta della veranda è rimasta aperta. La luce accesa in cucina, sulle medicine impilate, divise per nome e orario. Mancano quelle della sera.
«Rientriamo» risponde Ginevra.
Le dimenticheranno.