Isabella Ballarini
Illustrazione di Claudia Corso Marcucci
Le Colline erano particolarmente belle, in quel caldo pomeriggio di luce. Stavano ferme a brillare al sole d’autunno e non sembravano sprigionare il male, come spesso era stato detto di loro.
Nemmeno l’auto che si fermò là davanti parve turbarle: la donna che scese, che quasi si ruppe il tacco sul tappeto di foglie, non dette alle Colline alcun fastidio.
Le Colline non conoscevano il significato della parola “assicurazione”. Non avevano la più pallida idea che qualcuno potesse turbare il loro sonno eterno per un motivo tanto stupido. Alle Colline il mondo non interessava. Solo il vecchio seduto davanti alla porta di casa aveva il diritto di parlare.
L’agente assicurativa andò verso di lui. Si fermò là, davanti a quella casa che cadeva a pezzi. Indicò le Colline con un certo fastidio, come se puntasse il dito contro un colpevole. «Devo dire tutto?» domandò il vecchio. L’agente annuì. E il vecchio, seduto davanti alla porta, iniziò il suo racconto.
«Allora, mi faccia pensare… la bella signora dalle tante idee è venuta qui, mi pare, cinque o sei mesi fa. È piombata tutta splendida, piena di iniziativa e sorrisi, con le borse piene di roba e i collaboratori entusiasti. Io la vidi e rimasi in silenzio: non capivo come si potesse amare questo postaccio senza averci abitato un solo giorno. Bisogna avere fegato, per venire qui.
Lei invece aveva idee grandiose: le luci dovevano riempire gli alberi e pure i cespugli. Il palco sarebbe stato enorme: una piattaforma estesa da qua fino agli alberi laggiù.
Lei era innamorata delle Colline: ogni tanto la vedevo qui, al tramonto, con gli occhi pieni di lacrime. Io non sapevo cosa dirle: a me le Colline non piacciono. Le vivo, sì, perché sono sempre stato qua, ma non le trovo “bellissime”, come diceva lei: d’inverno sono troppo fredde, d’estate si riempiono di insetti. Devo tenere le finestre chiuse, per impedire che mi entrino in casa delle brutte bestie. Quindi no, “bellissime” non lo sono di certo. Sono maledette, però.
Chiunque con un po’ di sale in zucca se la farebbe addosso, davanti alle Colline. Ma lei continuava a dire: “E qui è accaduto questo, e là è accaduto quello…” E io annuivo: cos’altro potevo fare?
Le Colline non mi interessano, signora. Io conosco tutte le loro pietre. Gli alberi. Le bestiacce che ci vivono. La storia di questo posto me la raccontano loro. Ma non so altro.
Lei invece ammirava ogni scorcio. Si emozionava davanti a ogni pianta. E come se non bastasse, voleva portare qua tutte le opere di un diavolo di artista di cui non ricordo nemmeno il nome. Uno che si vestiva in giacca e cravatta, signora agente. Agghindato come un principe per venire qua sulle Colline. Ma chi è tanto stupido da indossare capi firmati in mezzo agli scoiattoli?
Lui lo era, alla faccia dell’artista matto. Gli piaceva essere bello. Aveva l’ambizione che gli sprizzava dai pori. Un giorno pestò qualcosa. Una lumaca, credo. Due passi e lo sentimmo urlare come una bestia. Ma le Colline sono così: vivono. Sei tu che vieni da loro, mica loro vengono da te.
E invece lui fece buttare un veleno, qua, per ammazzare tutte le bestie. Credo che quel giorno siano morti insetti, tassi e roditori. Cos’altro devo dirle, signora agente? Mi dispiace che sia finita così. Credo che quei due fossero dei bravi ragazzi, in fondo: annusavano l’aria, piangevano davanti ai colori delle foglie. Portarono qua tutte le opere. Piazzarono qua davanti quei “cosi” che lui aveva creato e che non si capiva cosa fossero. Per fare posto a quegli aggeggi venne tirata via tutta l’erba. Rasata proprio, ci buttarono sopra persino il diserbante.
A me delle Colline importa poco, signora. Esco di casa e le guardo così, con fastidio. Ogni tanto le mando al diavolo. Loro stanno là, zitte, sciagurate, e so che sentono tutto quello che dico. A volte obbediscono: un giorno le piogge fecero venire giù mezza fiancata. Scese da quel lato un mare di fango e sassi e la mia casa rischiò di sprofondare in quel pantano. Però gli alberi tennero. La frana si fermò là, contro i rami e i cespugli. E io sapevo che le Colline mi avevano ascoltato.
Lei invece abbracciava i tronchi delle piante. Uscivo di casa e la vedevo là, aggrappata come una scimmia. “Ma che cosa fa?!” esclamavo. E lei niente, diceva di amare gli alberi. Pianse persino, quando fu costretta a buttarli giù. Ma toglievano posto al palco, signora. E il palco serviva a loro. Non gliel’ho detto? C’erano anche i musicisti. Si presentarono tutti sorridenti e io non capii un’acca dei loro nomi. Volevano fare un concerto in onore delle Colline. Suonavano arpe, violoncelli, pianoforti. Ho chiesto: “Come fate a trasportare un pianoforte sulle Colline?” Non mi hanno risposto. Non ci sono arrivati, fin lì.
Hanno però portato i contrabbassi e tutto il resto. Hanno usato dei camion. Per riuscire a passare hanno spaccato i rami degli alberi. E poi hanno iniziato a suonare a tutte le ore. Il rumore impediva agli uccelli di riposare. Gli scoiattoli scappavano via come schegge. I grilli smisero di cantare.
E io smisi di dormire. Perché quelli suonavano di notte, dannazione. Il momento perfetto, dicevano. Ma che perfetto e perfetto… le Colline vogliono dormire! Magari tengono sveglio me, con gli ululati dei loro gufi, ma loro pretendono il silenzio. E invece questi qua suonavano, suonavano… d’altro canto, anche loro amavano le Colline. Dicevano che qua l’acustica è perfetta, col suono della natura dietro. Sarà… il suono della natura qua è selvaggio, signora: urla di faine che si scontrano; cornacchie che strepitano.
Quel giorno era tutto pronto: le sedie sul prato, le opere d’arte sparse ovunque. C’era un bel vento fresco, l’aria pareva buona. Io invece guardavo gli alberi e non mi sentivo tranquillo. C’è differenza tra la brezza che muove i rami, e le foglie che cadono di continuo. Dissi: “Le Colline sono nervose.” Non mi ascoltò nessuno. Quando si alzò il vento nessuno se ne accorse. Non pioveva da giorni, la terra era fragile. Senza gli alberi era ancora più secca e brulla. Esclamai: “Le Colline stanno male.” Non mi sentirono. Il vento sollevava la polvere. Non c’era più l’erba a bloccare la terra e nemmeno i cespugli a frenare tutto. Gli animali, scappando, avevano smosso tutto il terreno.
E il vento tirava giù le lampade, gonfiava le tende e le tovaglie. “È in arrivo un temporale” gridai. Ma nessuno mi stette a sentire: avevano messo su un gazebo in caso di pioggia, credevano di potersi riparare là. Ma il vento, dannato mondo, non lo controlli. Gli alberi, lo dominano. I rami, gli sterpi, i sassi, lo frenano. Ma un gazebo non può fare molto. Quando arrivò la prima folata le opere d’arte andarono giù. Tutte nello stesso momento, non avevo mai visto una cosa del genere. Una si spaccò a metà come una mela. L’artista iniziò a gridare cose che è meglio non ripetere.
Ma sa, signora agente, le Colline urlavano. Erano state ferite e grondavano sangue.
Lo scroscio d’acqua fu improvviso. Fece franare quel fianco, quello lì che vede anche lei. Tutta la terra arrivò sui tavoli del rinfresco, sul palco, sulle macchine parcheggiate. Tutti correvano. Qualcuno cadeva nel pantano. Qualcun altro si faceva male. Alla fine se ne andarono tutti. Bagnati, col fango nelle scarpe e i capelli che grondavano acqua. Non li vidi più. Non sono nemmeno venuti a riprendersi la loro robaccia. Hanno lasciato tutto qua, come se quella notte non fosse mai esistita.
A me dispiace per loro, sul serio. Non volevano fare una cosa cattiva.
Però non hanno potuto evitare di farsi male. Perché, signora mia, le Colline ci guardano. Mica se ne stanno lì a fare niente. Loro pensano. Parlano. Fanno un sacco di cose.
Io le prendo a male parole ogni giorno. Alzo un pugno al cielo e le maledico. Ma non le prendo a calci, signora agente. Perché le Colline vivono. Piangono, persino.
E ogni tanto – ma solo ogni tanto – ridono di noi.»

