Marco Cella
Illustrazione di Coltre
Il cielo è drammatico stamane. Certe città riescono ad essere solo così in questo periodo dell’anno: Bruxelles, Dublino, Vienna, Lainate. Non so se ridere o disperare. Una rullata uniforme di vernice color ardesia, a collegare asfalto e nubi senza bolle o imperfezioni. Non sai mai in che direzione guardare per non cadere nella trappola dell’orizzonte infinito.
Il tetto del palazzo di fronte non è poi così vicino come ricordavo. Come potevo sentire la flebile voce di Clara nel mezzo dell’inquinamento acustico? Mi sembrava fortissima, praticamente seduta al mio fianco. Si dev’essere sgolata ogni volta che ci incontravamo qui sopra. Capitava di solito in tarda primavera, quando le giornate iniziavano ad allungarsi. Maggio era perfetto, con la fine dell’anno scolastico alle porte; lei rincasava sollevata, con la fronte sempre più distesa e gli occhi arrossati dal polline. Nei giovedì meno trafficati le sentivo sbattere la porta, accendere lo stereo e canticchiare. Della sua quotidianità fra i banchi della statale uscivano quasi solo le disavventure: soldi mancanti, assegnazioni evanescenti, litigate con ragazzini e colleghi di generazioni apparentemente tanto lontane. Però proprio non poteva andarsene. Diceva di essere carambolata per necessità in quel ruolo di educatrice, per riempire le giornate in qualche maniera e soprattutto chetare quella spada di Damocle che ogni venticinque del mese le chiedeva metà risparmi. E poi se n’era innamorata, a tal punto da non trovare il coraggio per lasciarsi andare a nuove esperienze. Qualcosa l’aveva incatenata a quella scuola di provincia. Forse l’appagamento di accompagnare quei ragazzi dalla porta d’ingresso a quella d’uscita, magari lasciandogli qualche ricordo nuovo lungo la strada.
«È andata così» diceva ridendo, abbassando la saracinesca su questa conversazione il più velocemente possibile. Di solito, poco prima di canzonare questo mio cinismo latente.
«Polemico» avrebbe aggiunto mamma. Ma ancora non ce l’hanno fatta a condizionarmi quelle due: i quadrati nascono e muoiono quadrati, anche se provi a limarne gli angoli con la miglior carta vetrata. Una vita di meningi intinte in calcoli statici non può che portarti a questo. Ti prende per mano e ti guida verso una tana sicura fatta di algebra e certezze.
«Quanti ponteggi hai fatto cadere oggi?» era il suo modo preferito di esordire, quando a notte fonda mi trovava incastrato in pile di fogli. Alzavo lo sguardo, maledicevo la cervicale e la vedevo dall’altro lato della strada, affacciata a una finestra identica alla mia. Sorridente, capelli corvini raccolti alla bell’e meglio, con una tazza di tè nella mano destra. Ci siamo conosciuti proprio così, una sera autunnale, seduti in terrazza con una sigaretta fra le dita. Fissavo l’intonaco intorno a me: freddo, ruvido, crepato. Da una crepitante tapparella è apparsa Clara e si è seduta sul motore del condizionatore: cellulare in una mano, ceramica bollente nell’altra. Entrambi persi nei diafani pensieri di fine giornata.
«Cosa bevi?» chiesi a mezza voce. Quasi speravo non mi avesse sentito.
Un clacson, la serranda dell’alimentari sotto casa, una lavatrice imbizzarrita di qualche vicino:
«Tè verde, non male dai.»
«C’è di meglio?»
«Rapinare una banca senza essere scoperti.»
Una risposta perfetta. Tentai di nascondere un risolino abbassando la testa, ma se ne accorse. Solo in quel momento si girò a guardarmi. Doveva certificare la mia smorfia e ricambiare con un mezzo sorriso.
«Come ti chiami?»
«Clara.»
«Ti sei trasferita da poco?»
«Mah, saranno più o meno quattro anni.»
Era sempre stato così anonimo quel terrazzino: non avevo mai notato lo stendiabiti arrugginito, tantomeno la selva di muschi che lo stava conquistando. Clara se ne prendeva gran cura, annaffiava, accarezzava e descriveva minuziosamente ogni singola pianta: timo, maggiorana, estragone. Nomi inventati da lei, per quanto possa saperne.
«Come puoi cucinare senza mezzo aroma?» provava a chiedermi di tanto in tanto. Abbozzavo la mia miglior espressione confusa e alzavo le spalle con maldestra naturalezza. Sapeva che mentivo, il bluff si vedeva persino a Bergamo: nei periodi peggiori la pila di ramen istantaneo toccava il soffitto.
«Ogni tanto cucino! Quando mi va.» Bravo, ottima idea dare la colpa alla creatività passeggera: un fattore fondamentale nelle cose di prima necessità.
«Puoi sempre copiarmi.»
Mi prese in contropiede con quella frase. Ogni settimana ero obbligato a preparare qualcosa di nuovo: mi dettava gli ingredienti e indicava dove reperirli in centro storico, per poi urlarmi gli ordini di cottura, tutto dalla finestra della sua cucina. Alla fine dovevo mostrarle il fatidico manicotto e soffrire fino al giudizio del maestro. In tutti questi anni ho incassato parecchi “eh”, qualche “sì dai” e persino un paio di “non sembra male”, senza che mai ne assaggiasse un boccone. Piccole vittorie da intascare con riverenza, per abbassare sempre più il pizzo mensile del take away. Nulla a che vedere con la sua padronanza ai fornelli. Mi capitava spesso di spiarla mentre saltava da un lato all’altro della cucina, isolata in una concentratissima spensieratezza.
«Colpa di mia madre» mi rivelò una sera, mentre appoggiati ai rispettivi parapetti aspettavamo che smettesse di piovere. Un’infanzia talmente ordinaria da sembrare quasi atipica per la ragazza che era diventata. Cucina, rassettamenti vari, cambi di stagione regolarissimi e romanzi di Faulkner. Contemporaneamente unica e identica a migliaia di altre vite passate in quella che sarcasticamente aveva ribattezzato “l’ipercampagna ticinese”. Se n’era andata da casa dei suoi per l’università e poi non era più tornata. I genitori ogni tanto la chiamavano: telefonate brevi, il minimo indispensabile per abbozzare scenari inesistenti ma rassicuranti. Molto spesso inventava scuse, appuntamenti o malanni di stagione pur di non andare a trovarli. Non ho mai capito perché; non credo ci fosse nemmeno astio nelle sue intenzioni. Clara ne parlava con rispetto e gratitudine, ma senza far mai trasparire una goccia di affetto. Come se l’ingranaggio familiare si fosse lentamente arrestato nel corso degli anni.
«È morto mio padre» esordì una sera come tante, non aggiungendo altro. Guardava fissa la linea dell’orizzonte, oltre i cornicioni e i comignoli, cercando qualcosa fra le lame dei palazzi. Quella è stata l’unica occasione in cui avrei voluto saltare fra i tetti per abbracciarla. Un cliché enorme di cui avrei calzato i vestiti volentieri: il conoscente che diventa amico solo quando accade il peggio. Invece rimanemmo seduti in silenzio, lasciando che il sole si trasformasse in un lontano sbuffo di gas.
«Grazie» mi disse scendendo le scale della palazzina. La prima stella della notte già brillava molto al di sopra della sua nuca. Ho sempre notato una innaturale spontaneità nelle parole di Clara, una solare esuberanza perfetta per mascherare le incertezze. Anche quando la caldaia si rompeva o un appuntamento con un ragazzo andava male. Però non mancava mai: ogni pomeriggio alle cinque e mezza usciva sulla terrazza per una tazza di tè, qualche lamentela sui programmi televisivi e l’argomento caldo del giorno, per poi rientrare in quella dimensione ignota che era casa sua. Come un delfino costretto a risalire in superficie per prendere fiato prima di rituffarsi. Non ho mai capito per cosa fosse quel “grazie” e non ho mai trovato il coraggio per contraccambiare. Forse quello era il momento giusto. Chissà se lo avrebbe ricordato di più di quella volta in cui tentai di lanciarle un pacco di sale. O di quando l’Italia vinse gli europei e ci riunimmo sui tetti a brindare con tutti i condomini. Oppure di tutte le sigarette regalate, ciarlando di autobus rotti e nuove rosticcerie siciliane giù in città.
Poi una sera di febbraio Clara sparì. Non mi aveva parlato di viaggi o vacanze imminenti, tantomeno di traslochi. Dopo un paio di settimane qualcuno passò persino a chiudere i balconi e raccogliere le ultime piante. Potevo ricalcarne la figura dove ora c’era solo una tapparella abbassata. Riuscivo a vederne gli avambracci appoggiati sul finto marmo e le ciabatte offuscate dal vetro traslucido. È l’unica forma in cui l’abbia mai vista.
I vasi vuoti.
L’infiltrazione sul muro.
Possibile se ne fosse andata così? Senza il lusso dell’ultima parola?
Senza salutare? Senza un’ultima tazza di tè.
Il 15 maggio la ritrovai lì, seduta a cavallo del condizionatore.
«E tu dov’eri finita?» chiesi sorridendo.
«Troppe cose da spiegare. Lui è Gioele» rispose sollevando il pargolo che, fasciato, dormiva fra le sue braccia.
«Lo giuro: non me n’ero accorto.»
«Ah non mi sorprende» concluse Clara, innescando una risata sincronizzata.
C’è una meravigliosa armonia nascosta nella città che smette di lavorare.
«Sono felice di rivederti.»

