Marta Gulinelli
Illustrazione di Aurora Bartoli
Le rondini: graffi neri e striduli a cui non sono più abituata. Quando abitavo a casa dei miei, nel tardo pomeriggio mi fermavo in giardino per vederle solcare la parte più tremula del cielo e lanciarsi voraci sui banchi di moscerini, per poi attorcigliarsi in parabole perfette, su nell’azzurro. Da quando vivo in città, invece, fuori dalla finestra vedo solo le linee stanche dei tralicci e qualche cacca di piccione lanciata di nascosto: traiettorie urbane senza slancio.
Ci rifletto ora, mentre fisso il cielo, stesa sull’asfalto, e una piccola brigata di caritatevoli perdigiorno, infoltita da un paio di impiccioni e uno scemo del villaggio, mi accerchia con tutte le buone intenzioni e senza il minimo barlume di intelletto. Sento il cigolio rauco della ruota anteriore della mia bicicletta che gira a vuoto; dietro le teste ammucchiate sopra di me c’è una fetta di cielo azzurro glassato.
«Come sta, signorina?» mi chiede una donna. I suoi grossi orecchini d’oro – forme uniche della continuità nello spazio – penzolano a un palmo dal mio naso, aggrappati ai lobi cascanti delle sue orecchie; la testa attempata odora di lacca. Il corpo piccolo e schiacciato, da bottegaia di paese, mi sovrasta, più vicino e a fuoco di qualsiasi altra cosa incomba su di me.
Penso che non ho abbastanza saliva per risponderle, così mi limito a sgranare gli occhi, sforzandomi di risultare rassicurante. Non è niente, vorrei dire. Non sento dolore, l’impatto non è stato poi così forte: la macchina con cui mi sono scontrata ha rallentato, come me, prima di entrare nella rotatoria. Niente di grave: sono solo caduta.
La signora, probabilmente una solerte pensionata, interpreta il mio cenno come una manifestazione di sofferenza inesprimibile e agli astanti, rigidi e inerti, subito grida di chiamare i soccorsi. «Non preoccuparti, tesoro, adesso ci pensiamo noi» cerca di rassicurarmi, mentre con uno sguardo materno sembra quasi serrare i ranghi di quel capannello di perditempo e curiosoni che ha già iniziato a diradarsi. Io cerco di mostrarmi perplessa, ma comincio ad accorgermi che probabilmente la mia mimica non è così universale quanto credo.
«Piuttosto, dov’è il conducente?» si rianima la signora, rizzandosi su di sé, «mi raccomando, che non scappi!»
Sento dei passi allontanarsi e riavvicinarsi quasi immediatamente, doppiati. Un qualche malcapitato sta ricevendo pacche scomposte a palma larga sulla cassa toracica; non lo vedo, ma posso sentirne il suono secco. Tra le poche teste ancora protese su di me si infila il volto giovane di un ragazzo: un groviglio di barba e basette, un naso fatto a pinna piegato verso il basso, due occhi tagliati per essere allegri ma pieni di tristezza, e un generale nervosismo. Lo sguardo è sorpreso e furioso; la bocca, sepolta sotto la barba, non dice una parola. Lo conosco bene, quello sguardo: è mio fratello.
«Voi giovani, sempre di fretta» conciona il secondino che lo ha braccato, scuotendo la testa dietro di lui.
Ancora con la mano dell’altro sulla schiena, lui si lascia fare la paternale senza ribellarsi, teso in un modo tutto suo. Come me, anche lui lo sa: nessuno di noi stava correndo – io entravo nella rotatoria e lui aveva appena messo la freccia per prendere l’uscita – ma non dice una parola.
«Guardi come è pallida, poverina! Ma quando guida non si cura di cosa ha attorno, lei?» lo apostrofa ora la signora, prima di estrarre da un minuscolo marsupio un enorme smartphone dalla cover tutta glitter.
Mentre è distratta, mi concentro su mio fratello. Piego impercettibilmente la testa verso la spalla e alzo gli occhi al cielo: non è nulla, davvero. Lui continua a fissarmi, impassibile, immobilizzato nel suo sconcerto; non dice una parola.
«Rimanga qui, lei. Non scappi, eh! Adesso aspettiamo l’ambulanza tutti insieme!» lo ammonisce la signora, prima di allontanarsi per chiamare i soccorsi.
Sopra di me non è rimasto che il cielo. Lo vedo ora in tutta la sua orizzontalità, di un azzurro opaco, come di glassa ossidata, e il sole, che sta da qualche parte appartato. Anche mio fratello è ancora qui, anche se non lo vedo: sento la sua ombra.
Provo ad alzarmi sui gomiti. Mi gira un po’ la testa, ma so che probabilmente è perché sono ancora sotto shock. Mi guardo attorno e scopro che la banda dei curiosoni è scomparsa. Anche lo sceriffo che ha arpionato mio fratello si è defilato. Nei paraggi sono rimasti solo un vecchio dall’aria stanca, che regola il traffico con gesti lenti, e la signora, ancora occupata con le sue chiamate. Evitando movimenti bruschi per non attirare l’attenzione, estraggo la gamba da sotto la bici e pian piano mi trascino verso il marciapiede. Mio fratello è appoggiato alla sua auto, ferma a bordo carreggiata. Continua a fissarmi con uno sguardo appannato, le pupille quasi nascoste dal peso della fronte, spezzata in corrispondenza delle sopracciglia folte, e non dice una parola. Ricambio il suo sguardo; devo sembrargli allucinata. Lo vedo di fronte a me, ieratico, un’esclamazione tra parentesi, e io, con la vista offuscata, abbandonata su questo marciapiede, penso che non dovrebbe essere qui. Nessuno mi ha detto che sarebbe tornato.
Credo siano passati almeno un paio di anni dall’ultima volta che ci siamo visti. Aveva la stessa espressione. All’epoca vivevo per conto mio da quasi un anno. Non abitavamo poi così distanti ma, da qualche tempo, le rare volte in cui ci incrociavamo, avevo l’impressione di trovarmi di fronte, se non un estraneo, un conoscente. Provavo una tale soggezione in quelle occasioni che finivo per fargli discorsi astrusi o leziosi, senza capire se l’intento fosse impressionarlo o sgridarlo. Lui, in ogni caso, finiva per annoiarsi, o peggio, infastidirsi. Appena pronunciavo la parola sbagliata, appena fraintendevo una pausa e la occupavo con le mie parole, inevitabilmente finiva per guardarmi come mi sta guardando ora. So benissimo cosa significa questo sguardo: sto perdendo tempo. All’epoca non riuscivo mai a passare con lui più di qualche minuto. Poi aveva trovato lavoro all’estero ed era sparito.
Mio fratello tira fuori una busta di tabacco e comincia ad arrotolarsi una sigaretta. Il vecchio, che è poi il benzinaio del distributore all’angolo, continua a dirigere il traffico, ma con minore convinzione, mentre la signora, l’orecchio appoggiato al telefono, ci controlla a distanza. Guardandoci, nessuno potrebbe dire che non esistono al mondo due persone che si conoscono meglio di noi due. Di fronte a me c’è la persona in cui trovavo più chiara l’impronta di me stessa, un’impronta che avevo lasciato sul mondo quando ancora non ne avevo consapevolezza. Poi io me n’ero andata, poco dopo se n’era andato anche lui e aveva finito per crescere in un’altra direzione.
Lo guardo di sottecchi mentre è intento ad arrotolare la cartina senza spargere fuori il tabacco. È venuto su alto, dritto e arruffato, torvo e silenzioso. Perlomeno, è questo ciò che ho di fronte ora. E più lo osservo, più mi convinco che in realtà non so cosa ho di fronte. È venuto su pieno di parole e di pensieri che mi sono tanto estranei quanto quelli di uno qualsiasi degli automobilisti che ci passano accanto. Lui se ne sta lì senza significato noto, incompatibile con le traiettorie che attraversano questa strada e con la mia, un puntino indecifrabile sull’azzurro traslucido di questo pomeriggio, un accento fuori posto, una parola straniera pronunciata dove nessuno può comprenderla. Mi accorgo che non conosco le parole adatte per parlare di lui. Da qualche parte, qualcun altro che condivide il suo linguaggio possiede l’intero vocabolario necessario a renderlo intellegibile, mentre io, ora, vedo solo un ragazzo con una sigaretta in mano, con i miei stessi occhi, il mio stesso naso e lo stesso disegno delle sopracciglia: non so dire altro, su di lui.
Mi accorgo di provare imbarazzo, come quando stai di fronte a qualcuno che parla un’altra lingua a te sconosciuta e sai che lo sta facendo solo per metterti a disagio. Anche ora sto qui, con un’espressione di nervosa compiacenza, a fissare mio fratello senza capire, come se quello sguardo e quel silenzio fossero di per sé una qualche forma di scherno intraducibile. Non c’è più traccia della nostra lingua madre, in lui. Quella fatta di gare di macchinine dentro arene di cartone, panini al salame per colazione, di piccoli rituali, di canzoni condivise, di fango e di fiori di glicine. Lui è cresciuto in un’altra direzione. E questo non perché io sono scomparsa, ma perché lui ha capito per tempo cosa sarei diventata, e ha scelto di cambiare direzione. Non voglio diventare come te. Getta la sigaretta a terra e la schiaccia, senza dire una parola. Lui non vuole parlarla, la mia lingua di rimpianti.
Il cielo su di noi si sta facendo fino e l’ora di punta è passata. Il vecchio benzinaio ha smesso di occuparsi delle auto. Lo vedo avvicinarsi, una collana di ossa avvoltolate in un ammasso di stracci pieni di polvere. Mi sembra vecchio in un modo incompatibile con l’età che associamo al tempo del lavoro. Un cappello col frontino gli tiene insieme i capelli radi; il logo, che compare più volte anche sulla divisa, è quello di un marchio che non esiste più. Il vecchio mi si accosta, le mani perse in tasca, e mi prende le misure: «Si è ripresa, signorina?» domanda a bassa voce, deviando subito lo sguardo sulla strada. Io alzo il mento e cerco di mostrarmi più calma possibile, ma so che faccio spavento. Lui annuisce al cielo. «A volte è chi sta dalla parte del torto a farsi più male.»
Riabbasso il viso. Deve avermi visto mentre mi fiondavo dentro la rotatoria senza guardare. Mio fratello, che adesso si sta arrotolando un’altra sigaretta, è appoggiato proprio in corrispondenza del punto in cui la mia bici ha urtato la sua fiancata. Vicino al bocchettone del serbatoio si vede la coda sbiadita di un graffio bianco.
Oh, è chiaro che non è colpa sua: lui stava solo seguendo la sua strada. Sono io quella che si è distratta, sono io quella troppo impegnata, troppo assorta per spiccicare una parola. Lui sta lì, con la sua sigaretta appena cominciata e l’aria scontrosa, si annoia, magari pensa che è in ritardo, di sicuro pensa che ha di meglio da fare. Posso biasimarlo? Posso arrabbiarmi se si è dimenticato che un tempo riempivamo i silenzi con parole solo nostre, con gesti che nessun altro saprebbe decifrare? Non credo. Però vorrei piangere. Io qui a terra, apparentemente intonsa, mi sento frantumata in piccoli pezzi.
Le chiome degli alberi baluginano flebilmente. Un paio di vetture sbandano, rallentano o accelerano, si impuntano e accostano. L’aria si accende all’improvviso: un breve emistichio di sirena, lo sfarfallio dei lampeggianti blu oscura un cielo quasi rosa. Preannunciata, compare un’ambulanza, che ci supera e parcheggia a qualche metro da noi. Poi spegne il motore, le porte chiuse. La signora la raggiunge a piccoli passi. Il benzinaio è sparito. L’incidente è già stato dimenticato.
Sembra di assistere a un incontro ravvicinato del terzo tipo. La signora gesticola in direzione di un interlocutore invisibile, aggrappandosi al finestrino del passeggero. L’interno del veicolo appare come disabitato, e luminoso. Alla fine, si apre la portiera e scende un paramedico: è giovane, non ha nulla con sé. Incalzato dalla signora, si incammina lentamente verso di noi.
Questa incombenza mi turba. Non so come sentirmi. Non sono ferita. Forse ho sbattuto una spalla, forse mi sono graffiata la caviglia, ma non è niente. Non è successo nulla, davvero. Però mi manca il respiro, non riesco a trovare le parole.
Mio fratello finisce anche la seconda sigaretta, fa cadere il mozzicone sull’asfalto e lo calpesta. Il paramedico ora ci separa; ascolta distrattamente la signora, che è un torrente di parole, e scruta sommariamente la scena. Appena il suo sguardo intercetta quello di mio fratello, sembra illuminarsi. Poi gli va incontro, gli stringe le spalle con un braccio, si abbracciano. Quando si affaccia sulla spalla del paramedico, il viso di mio fratello è più morbido, i suoi occhi un po’ meno tristi.
La signora, ora in disparte, si è indispettita: «Lo conosce, dottore?»
«Sì, siamo vecchi amici» risponde il ragazzo. «Grazie per aver atteso con loro. Se vuole lasciare i suoi estremi al mio collega, poi è libera di andare.»
Lei indietreggia, e si fa sempre più piccola. Poi scompare dietro la sagoma dell’ambulanza.
Anche il paramedico fa un passo indietro. Rimane tra noi due e si rivolge a entrambi. «Ok, la signora ci ha descritto la dinamica dell’incidente e avremmo deciso di portarvi entrambi in ospedale, se siete d’accordo. Giusto per precauzione, facciamo un rapido controllo e siete liberi.»
Mio fratello si avvia verso l’ambulanza. Di lui rimangono solo i due mozziconi a terra, sbriciolati. Alzo lo sguardo e vedo il graffio stagliarsi sulla fiancata blu dell’auto nella sua interezza. Il petto mi si gonfia, non riesco a respirare.
Finalmente il paramedico sembra accorgersi anche di me. Mi si china di fronte e mi scruta, in cerca di ferite e ammaccature, penso. Poi ha un sussulto, cambia espressione. «Tu sei sua sorella, vero?»
Annuisco, senza fiato.
«È davvero un piacere» mi dice, prendendomi per entrambe le mani e rialzandomi con delicatezza. «Lui mi racconta sempre un sacco di cose straordinarie su di te. Come ti senti? Hai sbattuto la testa, quando sei caduta?»
Non rispondo. Mi limito a chinare il viso, a scuotere leggermente il capo e a camminare sotto la sua guida. Mi faccio caricare sull’ambulanza, mi accomodo dove mi dice di sedermi e lascio che il portellone chiuda fuori il mondo. Mio fratello è accanto a me. Forse ha la stessa espressione di un giorno lontano, quando da bambini aspettavamo la nonna seduti sulla soglia di casa. Lei era rientrata per cercare l’alcol rosso. Mio fratello mi aveva lasciato scarabocchiare con un pennarello sulla sua pelle. Era così minuto, e sembrava ricoperto da tanti piccoli tagli. Gli era toccata una strigliata con cotone e alcol. Poi era arrivata anche la ramanzina. Noi eravamo rimasti in silenzio, proprio come ora.
Nel finestrino dell’ambulanza si sdipanano brandelli di cielo; superata una curva, si apre la spianata verde di un campo immaturo. Piccine come moscerini, vedo le rondini tracciare le loro parabole perfette. Respiro. Squilla il telefono: è la mamma. Quando rispondo, è serena. Mi parla in dialetto, mi chiede quando arrivo. «Ho avuto un imprevisto, mamma. Sto andando in ospedale… c’è anche Ale con me. Ma torniamo per cena.»

