Caterina Villa
Illustrazione di Claudia Corso Marcucci
La prima volta ti allontani e vomiti la cena. La voce di tuo padre si gonfia sopra il baccano degli animali e il ronzio dei muletti. Chiama il tuo nome e pensi che non sembra nemmeno il tuo.
La seconda volta fai l’errore di raccogliere un pulcino caduto. È morbido, palpita piano. Entra tutto nel tuo palmo, è buio e non vedi se ha gli occhi aperti o chiusi. Tuo fratello ti grida di muovere il culo e tu lo infili nella tasca della tuta da lavoro, mentre entri di nuovo nel capannone. Gli strilli dei polli spaventati si uniscono in un unico, enorme urlo. Quando avete finito e anche l’ultimo camion è partito. Ti ricordi del pulcino che ormai il cielo sopra la campagna ha preso quel colore rosa lavato troppe volte. Lo tiri fuori dalla tasca. È freddo e comincia a indurirsi. Le tue dita ti si aprono di scatto e l’animale cade. Non fa rumore e tu non riesci a trovare il coraggio di chinarti a raccoglierlo.
Poi non sbagli più.
Con i polli ci sei cresciuto, con il loro puzzo, con i suoni della loro vita breve e della loro morte breve. Da bambino non eri tenuto a partecipare alle operazioni notturne, al carico e allo scarico. L’esistenza dei polli a pochi passi da te era solo un brusio di sottofondo, costante ma innocuo. Non ti inseguiva oltre la porta di casa. Lì dentro c’eravate solo voi quattro, ancora insieme. Tutto era pulito e in ordine. Ci pensavano le mani di tua madre e quella piccola agendina verde in cui si appuntava liste della spesa, faccende da sbrigare, numeri di telefono di amici e parenti quasi tutti lontani, appunti presi in una grafia che rispettava sempre i confini delle righe. Alla fine, però, sei cresciuto, c’era ancora tua madre a tenere in ordine le vostre vite, ma non potevi più trincerarti dietro la tua età.
E così ecco la tuta che dopo le ore di lavoro è inzaccherata di merda e va lavata con la candeggina, in quelle grandi tinozze di plastica che tenete in garage e usate solo per quello. La vita e la morte dei polli non è più separata da te, contenuta dalle porte del capannone, ma ti sta addosso, ti scava nel naso, nelle mani, nella pancia. Il suono dei loro lamenti che parte da lontano come un’onda in mare aperto e poi si schianta a riva. Dopo le prime notti cominci a lavorare con i tappi nelle orecchie anche se ti complica la vita perché fai fatica a sentire la voce di tuo padre, alta sopra tutti voi, che vi dirige. Non puoi sapere del seme piantato tra le pieghe del suo cervello, ben nascosto nel reticolo di neuroni. La sua voce è ancora forte e decisa, come le sue braccia. È ovunque con la tuta lurida, i capelli bianchi prima del tempo. Sta col fiato sul collo degli operai, ragazzi rumeni, albanesi, qualche pakistano, occhi grandi che ondeggiano nella luce del neon sempre accesa per accelerare il ciclo vitale dei polli.
Si ferma solo la domenica, tuo padre, scende all’edicola la mattina presto e torna con un fascio di giornali sottobraccio. Siede davanti al camino anche d’estate quando l’odore di cenere rimane a vegliarvi neanche fosse un angelo custode. Li legge tutti, dalla prima all’ultima pagina. Ne finisce uno e te lo passa. Ti fa uno strano effetto mettere le tue mani dove ha messo le sue. Leggi come se fosse l’unica salvezza. Forse lo è.
Ogni notte ti svegli con tuo padre e tuo fratello. Vi vestite al buio, vi infilate gli stivali di gomma seduti sulla scala esterna, il culo che si congela sulla pietra. La notte intorno è immensa e sempre uguale a se stessa. A volte pensi che saresti disposto a uccidere pur di andar via da qui, pur di non sentire sotto le mani l’agitarsi convulso di quei corpi, le loro piume rade, le zampe storte che scalciano nel vuoto ancora e ancora. Li tirate su per le ali, per il collo, li spingete nelle casse e loro sentono il male annidato nelle vostre dita, nelle vostre bocche che urlano sopra il frastuono della loro paura, e si dimenano con forza, fino alla fine.
Quando rientrate, dal cortile alzi lo sguardo sulla finestra della cucina che vi aspetta illuminata. Non sai ancora il tempo che impiegherai a scacciar via l’abitudine, a non farlo più perché vederla buia ti aprirà una voragine in petto. Guardi la luce e continui a camminare, ti sfili gli stivali. I calzini sono fradici, appiccicati alla pelle, al centro delle ossa hai un filo di ferro di stanchezza e ancora tutta la giornata davanti. In casa c’è odore di caffè, fai a gara con tuo fratello per chi farà la doccia per primo. L’acqua ti piace bollente, spremi il barattolo del bagnoschiuma fino a che non si accartoccia, il sapone non è mai abbastanza. Tracanni il caffellatte, il fondo sabbioso di biscotti. Anche se ormai sei un uomo, tua madre esita con le dita tra i capelli alla base del tuo collo. Stringe piano e lascia andare.
Li porti con te tutto il giorno, i polli e i loro fantasmi, ammonticchiati nelle scarpe, in fila lungo la schiena, rintanati nello zaino in cui infili gli appunti dell’università, fogli protocollo che riempi con la tua grafia un po’ sgraziata. Non esci mai dalle righe, come tua madre.
Li avrai addosso anche in chiesa, tuo fratello che cerca la tua mano e tu non sai come tenergliela. E dopo, molto dopo, davanti ai capannoni deserti, grigi e piccoli come non sono mai stati. Ci tornerai dopo che tuo fratello sarà ripartito, triste e stralunato perché tuo padre lo ha chiamato col tuo nome per tutto il tempo. Tirerai un calcio a un sasso che sembra un punto messo lì in mezzo; il silenzio, steso su tutto, ti si stringerà addosso. Sentirai sulla pelle le loro unghie, ti stupirai perché ti mancheranno la babele di strilli, i singhiozzi di muscoli nervosi e atrofizzati, la voce di tuo padre che calava su di voi a salvarvi e non ve ne rendevate conto.
Il capannone sarà vuoto, il vento ci ululerà dentro. La casa sarà ormai chiusa da anni; non avrai con te le chiavi, tanto non riusciresti a entrarci.
Allora ti tornerà in mente il pulcino morto nella tua tasca, quello che hai lasciato cadere una notte che è una vita fa. Desidererai di averne uno da stringere, per affondare le dita tra le piume rade e giù nella carne fino alle ossa minuscole. Ma le tue mani saranno vuote.

