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Questo vecchio

QUESTO VECCHIO copertina

Michele Arezzo

Illustrazione di Monica Alletto


La pompa di benzina odora di carne alla brace e olio esausto. Sono appena passate le cinque di un pomeriggio d’autunno. L’aria punge un po’ sulle labbra e sui nervi del collo, ma niente per cui tornare a casa, è sufficiente alzare il bavero o portarsi le mani alla bocca e soffiarci dentro. Solo la luce è strana: livida, come superstite; più il giorno avanza più tutto galleggia in questa specie di poltiglia grigiastra.
E poi questo vecchio.
Questo vecchio piuttosto corto, secco ma con l’addome gonfio, come certi divi americani; la pelle ciancicata dal sole; un baffone biancastro e perfetto, da attore porno anni ’80; una seta giallina di capelli da orientale che gli cola fin sulle spalle dalle periferie della pelata; e due mani pesanti che gli fanno più lunghe le braccia.
Accosta la sua volvo Torino alla pompa di benzina, scende strascicando il piede destro, svita il tappo del serbatoio, infila nel distributore una banconota da cinque ma quello sembra non volerne sapere, gliela risputa sempre indietro. Il vecchio insiste. Poi se la schiaccia contro al petto e ci passa più volte il palmo della mano per stirarla. Come Dio vuole, il distributore s’ingoia la banconota e gli dà il credito. Il vecchio fa rifornimento. Quando finisce non è passato che un minuto. Torna in macchina e apre il cofano. Deve forzare un po’ la serratura, ma facendo leva sulle gambe riesce già al secondo colpo. Guarda dentro per un po’, infilandosi le mani in tasca e sputando un paio di volte. Dopo afferra un grosso scatolone. Lo apre, ci rovista dentro, cerca di cavar via da sotto qualcosa, ma non c’è verso. Allora tira fuori una sediolina e se l’appoggia su una gamba, torna con le mani dentro al grosso scatolone, sposta goffo una piccola catasta di lenzuola, pigiami e coperte e la schiaccia come può tutta da un lato, con una mano solleva un fornelletto portatile e con l’altra agguanta una felpa che stava in fondo a tutto. La indossa con un paio di risvolti sulle maniche. La felpa gli va grande. E di più, gli balla addosso.
Poi rimonta in auto e la parcheggia di fianco a un’aiuola smagrita che sta vicino al baretto. Beve dell’acqua, guardando dal retrovisore: sul sedile di dietro lasciato eretto ci sono il tavolinetto pieghevole, il pentolino e le cose del pranzo – accanto, sul sedile che invece ha tirato giù, la federa a fiori e il materassino su cui passa le notti. Beve ancora, l’acqua è un po’ calda e non gli piace, così cerca di ricordare com’era quando aveva una casa – persino l’ultima, intende, persino quella –, ma non ci riesce. Gli viene in mente che da un po’ non ci riesce. “Un bel po’” pensa ma senza contare. «Saranno mesi» dice.

Poi succede in un attimo: la pompa di benzina diventa una stazione. Sono sufficienti quattro macchine. Scendono adulti, pochi, e ragazzini, i più, e tutti rotolano con i loro borsoni verso lo stambugio vestito da bar. Il vecchio guarda due fra gli adulti: uno porta la camicia con le maniche arrotolate fin sopra i gomiti; l’altro invece di arrotolato ha una sciarpa che dal collo del giaccone gli sale su fin sotto al naso. I ragazzini, dopo il bar, fumano, saltano, calciano l’aria, si urtano, s’ignorano, sorridono, s’appoggiano alle mura crepate dei bagni, schivando le lingue di muffa che sbavano dai tetti. Aspettano un bus. Bus che arriva dopo un quarto d’ora, forse venti minuti, baluginando in cima all’enorme parabrezza la sua destinazione principale: l’aeroporto.
“Chissà dov’è che vanno” pensa il vecchio “forse fanno qualche sport…”
«Bah…» dice.
Glielo avrebbe chiesto, il vecchio, ma nessuno di loro gli è andato vicino. Eppure gli stavano accanto. “Vabbè” pensa con un mezzo risolino.

Da una tasca tira fuori dei fazzolettini. Sfila via i sandali, le calze rosse, e comincia a ripulirsi lo spazio fra le dita dei piedi. Sente i primi impulsi dell’ennesima pipì, ma rimane fermo, chino sotto l’allucione a strofinarci tutto intorno. Il primo piede gli costa una decina di minuti. Il secondo un po’ di più, perché mentre va di serpentina fra le due dita di mezzo vede sbucare una ragazza al volante d’una berlina color petrolio e allora, per educazione, ritorna dritto con la schiena e nasconde il fazzoletto. La ragazza mette gli occhiali da sole, fa rifornimento, spinge in alto i pantaloni tirandoli dai fianchi e risale in auto. Mentre maneggia sul volante, incrocia lo sguardo con il vecchio, che le sorride, abbassando pure un po’ la testa. Non si capisce però se la ragazza gli stia rispondendo, perché un riverbero di questa luce malandata centra il parabrezza. Come gli si assorbono le fosforescenze, giusto a un paio di metri sulla destra, scorge un omone che, seduto come lui sul bordino di pietra che perimetra l’aiuola, mangia una scorza di pecorino romano con del pane. Avanza a morsi cattivi, strappando la stagnola che l’avvolge, come in preda a una nevrosi. Beve una cosa tipo limonata e sebbene lanci occhiate veloci dappertutto, la sensazione è che non veda un accidente.
«Buon appetito» gli dice il vecchio.
«Già…» bofonchia l’omone, poi scorreggia.

Dopo una mezz’ora di andare dietro a una colonia di formiche in processione, il vecchio si addormenta. Dondola avanti e indietro, pendendo sempre un poco a destra. Il mento gli penzola sul petto, quasi al ralenti, mentre con la mano destra tiene salda una cartaccia sulla quale stanno scritte a penna delle barzellette. L’altra mano, nonostante il sonno pieno, vigila contro la tasca dove stanno i pochi spicci. Solo ogni tanto il vecchio l’alza per grattarsi il baffo.
Davanti a sé, nel centro esatto fra i due sandali, c’è una coppola: il vecchio l’ha piazzata lì per l’elemosina, ai primi fumi del sonno, conciandola bene perché i bordi rimanessero tesi e belli alti. Non è possibile capire quanto ci sia dentro: si contano tre monete da dieci centesimi e una da venti, ma quelle di rame, che sono le più, restano insondabili.
Quando si fanno le sette e la poltiglia grigiastra in cielo s’è ormai raggrumata dappertutto, il vecchio si sveglia. In verità a svegliarlo è un pullman. Arriva veloce, un po’ sghembo, e la frenata genera un puzzo di copertone bruciato che morde a tutti la gola. Scende un gruppo di figuri incamiciati con la giacca sulla spalla e i gemelli cromati sui polsini. Il vecchio ne conta undici più un tizio con una polo bianca che fa rifornimento, dà una pulita al parabrezza, sbriga dei fogli e poi rimane ad aspettare, di fianco al portellone ancora aperto.
Il vecchio se li guarda uno per uno. Può farlo perché hanno tutti il passo lento. Bastano a sé stessi, pensa, mentre gli sfilano davanti, gelatinosi.

Poco più tardi arriva una famigliola stipata in un’auto straniera. Il vecchio prova a indovinarne il Paese, ma presto si dice che quel tipo di gioco è al di fuori della sua portata. L’auto si ferma prima davanti la pompa riservata ai camion; poi, però, senza che nessuno ne scenda, s’accorge dell’errore, allora vira su sé stessa e si posiziona di fianco a una delle laterali. A occuparsi di tutto è il padre: un ometto buffo, con il baricentro altissimo e una pagliuzza di capelli rossicci su una tigna che pare un uovo.
“Somiglia a Lino Banfi” pensa il vecchio. “Lino Banfi, però rossiccio.”
«Ci somiglia in un modo davvero incredibile» dice piano.
L’ometto porta, ben ficcata dentro i pantaloni quasi ascellari una magliettina girocollo a righine blu su sfondo giallo – sembra la divisa di un dipendente dell’Ikea, pensa. Lino Banfi rossiccio e dipendente dell’Ikea.
La famigliola invece resta in macchina: dall’aiuola si distingue un ragazzino, sul sedile passeggeri, insieme alla madre e forse a una bambina su quelli posteriori. Stanno in silenzio. Per tutto il tempo che il padre passa fra la pompa e il baretto. Zitti e fermi, come sospesi. Il vecchio un po’ li guarda e un po’ si stiracchia schiena, collo e ginocchia. È così plastico e insieme grottesco nelle movenze che la bambina nell’auto, come per una fascinazione primordiale, s’incanta a guardarlo.
Passano i minuti.
Il vecchio adesso torna a sedere.
C’è una vecchia storiella, pensa, che però non ricordo mica troppo bene. Chissà perché m’è venuta proprio adesso, pensa. Com’è che era? Era pasqua, mi pare, e c’era di mezzo un lago e forse un tizio che voleva andarsi ad affogare – sì, mi pare che volesse davvero andarsi ad affogare – ma proprio sul più bello, cioè sul più brutto, mentre sta per finirsi, arriva questo ermellino tutto bianco, piccolo una foglia, che beve o rosicchia o insomma fa qualcosa da ermellino e al tizio allora passa ogni voglia di morire. “Bah” pensa il vecchio. Non so mica se andava proprio così. «E poi guarda te che vai a pensare» si dice a bassa voce.

D’improvviso si sente l’aprirsi di una porta. Lino Banfi viene fuori dal baretto con una busta di cartone da cui esce fuori il collo di un bottiglione d’acqua. Alzando il braccio chiama a raccolta la famigliola che obbediente esce dall’auto e gli si piazza intorno. L’ometto tira fuori due enormi panini, li scarta, li spezza più o meno a metà e in un silenzio quasi mistico ne offre un pezzo a tutti. Dopo si allontana e torna a occuparsi della macchina.
Il vecchio allora vede la moglie, il ragazzino e la bambina sederglisi proprio di fronte, a qualche metro, sul marciapiede che perimetra i fianchi del baretto. Nasconde svelto da terra la coppola con l’elemosina – non vuole che la bambina e il ragazzetto la vedano –, la svuota con un gesto solo e se la poggia sulle gambe, ma adesso come fosse un cappellino e basta.
Poi respira, il vecchio. Respira per bene.
E a un certo punto gli viene in mente che sarebbe bello correre: “Ad averci il fiato e le gambe e tutto il resto” pensa “sarebbe bellissimo farsi una grande corsa.”
La moglie intanto parla, parla e ancora parla, anche se nessuno dei due figli sembra stia a sentirla. Il ragazzetto si è quasi finito il panino. Ci tiene gli occhi ficcati dentro e ogni morso pare il risultato d’uno studio molto attento. Anche la bambina tiene gli occhi sul panino, ma a differenza del fratello non ne ha toccato niente. Ha una faccia sgualcita e da un pezzo continua con il mignolino a sfogliare la mollica.
La madre ancora non se n’è accorta, intenta com’è a parlare e a guardarsi il cielo.
D’improvviso piomba sui tre la voce lontana del padre. Ha parcheggiato a un centinaio di metri e adesso sta gridando qualcosa che né il vecchio né la moglie sembra riescano a capire. Sta di fatto che a un certo punto la donna si alza e s’incammina, ma già sui primi passi s’accorge che la figlia ha il panino ancora intero.
«Ehi» dice alzando l’indice «mangia subito.»
«Subito» ho detto.
La bimba fa di sì con la testa e avvicina la boccuccia all’incarto, ma non morde, se ne resta lì sospesa aspettando solo che la madre si allontani. Poi appoggia il panino sulle gambe, si sfila il cerchietto dai capelli, ci passa sopra i piccoli palmi delle mani e li raccoglie in una coda.

Da sud si alza una corrente calda che prende di taglio l’intera pompa di benzina. Dura una manciata di secondi, ma in quel tepore il vecchio e la bambina, seppur ciascuno al loro posto, s’incontrano. Il vecchio le sorride e le fa ciao con le due mani.
La bambina si fa seria e storce subito lo sguardo.
Dopo qualche istante, però, come risucchiata, torna a guardarlo un’altra volta. Il vecchio allora, sempre con questa faccia leggera addosso, le fa cenno di aspettare con il dito. Da una tasca della felpa tira fuori un pennarello blu. Solleva il piede destro e si disegna sulla pianta due occhioni belli grandi, un sorriso largo largo e tre dentoni da coniglio. Dopo si ricaccia nella tasca il pennarello, fa segno con la mano alla bambina di guardare, solleva in alto il piede destro e comincia a salutare con le dita – dall’alluce al mignolo e ritorno, velocissimo.
La bambina sorride, ma solo per un attimo.
Il ragazzetto intanto si è sfilato via le scarpe e adesso è lì, concentratissimo, che toglie entrambi i lacci. Dopo all’incirca un minuto, il vecchio si tira su con fare da pagliaccio, apre il cofano, ci infila il busto dentro e quando ne risbuca fuori ha in mano una banana. La tiene alta, quasi fosse un fiore o una spada. Torna a sedere, mimando sempre movimenti buffi e senza mai lasciare soli gli occhi della bimba. Sbuccia la banana, lentissimo. Quando finisce, si posa la buccia su un ginocchio, avendo cura di tenerla ben aperta. Impugna il frutto, ne stacca un pezzo e fa segno alla bambina che adesso mangeranno insieme. Lei il panino e lui la banana, un boccone per uno. Sembra una cosa difficile da dirsi a gesti, ma quei due si capiscono svelti.
La bambina capisce così bene che fa subito di no con la testa. Una, due, tre volte. Il vecchio allora fa un sorriso che sembra dire “tanto adesso ti convinco”. Così si alza, solleva a mezz’aria il pezzetto di banana che ha staccato via, si sincera che la bambina stia sempre lì a guardarlo e a un certo punto lo lancia per aria ripescandolo in caduta con i denti. Lo mastica sformandosi bocca e guance in cento smorfie, poi lo manda giù.
La bambina adesso ride e dopo un attimo, tenendosi negli occhi il vecchio, sgancia un bel morso al panino, masticando buffamente, mentre il fratello di fianco, ancora concentratissimo, rinfila i lacci alle due scarpe.
Il vecchio le mima un applauso e le fa cenno di continuare, ma la bambina gli restituisce l’intenzione. “Continua tu” gli intima con il piccolo indice puntato. Il vecchio allora stacca un altro pezzo di banana e se lo piazza sopra al naso, vagolante. Intorno alla polpa del frutto cerca la bimba e la vede, sfocata, che lo sbircia. Così flette le gambe e di slancio fa una specie di saltello che proietta il pezzetto di banana almeno mezzo metro più in alto della sua testa – quando questo torna giù, però, il vecchio non riesce ad agguantarlo con la bocca, ma se lo trova spiaccicato su una spalla. La bambina ride un’altra volta, forse adesso persino col rumore. E dopo un attimo sgancia un altro morso al panino, ancora più grosso di prima.
Adesso i due sorridono.
E il gioco fra loro va avanti per un po’. Ben oltre la banana e il panino. Va avanti fino al ritorno della madre. Che accortasi del vecchio, con i calzini rossi infilati nelle mani e i piedi nudi, prende in braccio la bambina e dice al ragazzetto che bisogna ripartire. Lo dice perentoria, come sanno solo le madri.
Il vecchio li vede andare via, sempre più piccoli.
La bambina ogni tanto lo guarda da sopra una spalla.