Vai al contenuto
Home » Testi » Sarà un bel ricordo

Sarà un bel ricordo

Sarà un bel ricordo copertina

Sarah Manciocchi Robak

Illustrazione di Anna Volpi


«Sarà un bel ricordo, questo» dice Lorenzo. Tiene la testa poggiata a un solco nella parete scrostata del portico della chiesa. C’è una ragnatela, in quel solco rotondo. C’è dello sporco. Lui se ne frega. «Che cosa ricorderai?» gli domando. Risponde: «Tu che mi sorridi poggiata alla colonna. Tutta questa luce.»

Sopra al suo sguardo attento e fermo, quasi commosso, c’è dipinta, pallida, una sagoma di angelo. La osserviamo per un attimo. «Fratelli gemelli» dico. Penso: “Due angeli perfetti sotto il portico.” Perfetti nel senso etimologico del termine: compiuti, portati a compimento. Sulle ali, sgretolati, rimasugli di pigmenti: alluminosilicato di sodio polisolforato, cioè un calcare mineralizzato, cioè blu oltremare. Porpora, cinabro o minio — ipotizzo ­­— a dar sostanza allo sfondo su cui la figura si staglia. Quale figura — quale delle due — in fondo non fa differenza. Sulla schiena di Lorenzo, all’altezza delle piume, poliestere e poliammide: fibre sintetiche.

Il marmo della colonna mi sostiene. Abbandonata alla sua possenza, tengo le mani in tasca. «Potrei stare qui con te in silenzio anche tutto il giorno» dico. «Non sento l’urgenza di nulla, adesso.» Lui annuisce, non risponde, si guarda attorno assorto. “Nessuna urgenza” mi ripeto “è questo il punto.”

Appena fuori dal portico passa un insetto lepidottero, un macaone. Domando: «La riconosci, questa?» Lui risponde: «Che cosa? La farfalla?» “Sì, la farfalla.” E oltre la farfalla la luce forte che rende intenso il verde delle piante. Il verde che per Lorenzo non è che vegetazione: flora pura, indistinta, mera immanenza che per un angelo è scontro e continua apparizione. Nel suo esistere, candido, a lui tutto si presenta senza pronunciarsi, contro gli occhi violento, schianto anonimo.

Restiamo zitti per minuti, sostenendo i reciproci sguardi, a lungo. Ogni tanto un pensiero ci attraversa il volto curvandoci gli angoli della bocca verso l’alto. Io allora gli domando: «Perché sorridi così?» Risponde: «È la gioia» e si guarda attorno come per cercarla. Poi torna a rivolgersi a me, poggiata alla colonna. E allora sorride ancora di più, fa di no con la testa.

«La gioia» ripeto, per sentire la parola sul palato e sulla lingua, per il piacere del nominarla: la consonante palatale, dolce, il sollievo aperto delle vocali. «E dove la senti, nel corpo?» gli domando. Lui passando la mano aperta dallo stomaco allo sterno dice: «Qui, nel petto.»

Poi controlliamo l’orario, usciamo dal portico e attraversiamo il prato fino alla strada, di corsa, di fretta, concentrati sulla prossima meta. Gli dico: «Adesso è davvero già un ricordo, un momento perfetto. È compiuto, andato, è già altro.»
«Sì, sta già iniziando a sedimentare» risponde lui, che pare sempre al contempo qui e altrove. E già la coscienza del ricordo, la coscienza dello scarto tra i tempi che si superano, sporca il suo candore. Ma è un disturbo minimo, un punto su una retta di per sé perfetta, senza fine, chiusa nel cerchio che Lorenzo porta luminoso sul capo, anche se non si vede.