Francesca Postiglione
Illustrazione di Dario Licata
Il giorno in cui mio padre è morto faceva troppo caldo per essere ottobre. Lo avevamo vegliato tutta la notte, nel soggiorno, con il letto spostato vicino alla finestra sulla buganvillea. Giovanni era arrivato in ritardo: l’ennesimo treno perso.
Quando è entrato in casa, papà già non respirava più.
«Sei arrivato fino a novantotto anni e non potevi aspettare un momento a me che arrivavo, papà» aveva detto senza salutarci. Gli aveva preso la mano.
Buttò la borsa a terra, andò in bagno. Lo sentii aprire l’acqua. Restò lì, in silenzio, a lungo. Poi chiuse il rubinetto di colpo.
Non vedevo mio fratello Giovanni da due anni, da quando era morta mamma.
“Sempre in fuga come il vento” pensavamo, era andato via presto, non tornava molto.
La cura dei nostri genitori era cura nostra, mia e delle mie sorelle. Eravamo quattro: noi tre, le donne a fare i turni, e lui che da lontano mandava i soldi.
Quando una persona muore in casa, si aspettano le ventiquattro ore per il funerale; nostro padre era morto mentre albeggiava, avevamo quindi un giorno intero da passare insieme. Noi quattro nella casa dei nostri genitori, senza i nostri genitori. Non era stata casa nostra, non casa di tutti almeno. Io ero già fuori quando è stata costruita dopo il terremoto del 1980, mi sono sposata presto. Mio fratello, motoperpetuo, è andato via l’anno dopo.
Giovanni fumava fuori sul balcone della cucina. Era seduto sulle scale che portavano all’aia lastricata di pietra lavica.
«Lo vuoi il caffè, Giova’?» gli dissi entrando nella stanza.
«E pigliamocelo. Sempre il Mexico o avete cambiato palazzo?» mi disse guardando il cortile. Aveva citato papà, ingoiai con violenza un rigurgito di pianto.
L’odore del caffè Mexico invase la cucina dai mobili fermi negli anni Settanta.
«Giova’ è pronto, vieni!»
«No sto qua, portamelo fuori, per piacere.»
«Maro’ Giova’, ti è venuto il culo pesante con la vecchiaia?»
Gli portai il caffè, lo bevemmo in silenzio. Lui, seduto sulle scale, accese un’altra sigaretta.
«È già arrivata zia Mena a fare la prèfica?» interruppe il silenzio dell’aia.
«Non ancora, ma ha già chiamato quattro volte per sapere chi la andava a prendere» sbuffai.
«Gesù, certa gente non serve a niente. La loro utilità è come il due di spade quando la briscola è coppe.» Rise un poco, il fumo gli andò di traverso, fece un colpo di tosse.
«Mo’ sicuramente zia Mena si metterà a fare tutto il suo cerimoniale dei morti.»
«Chella è pazza, Lina. Adda ‘sta sul ‘nda chiesa a sgranare il rosario e a parlare con quelle quattro bizzoche come lei.»
Spense la cicca sotto una scarpa, solo allora mi guardò negli occhi. Non ero abituata al suo sguardo, lo scoprii grande all’improvviso. Ma pure un poco piccolo. Ancora piccolo.
«Lina, che ha fatto papà prima di morire?» mi chiese serio.
«Perché lo vuoi sapere, Giova’?» Ero stupita di questo interesse improvviso.
«Non ne tengo il diritto, Lina?» si difese con una rabbia animale, ne sentivo l’odore.
«Però statti calmo, sennò mi fai agitare e io ho dimenticato a casa le gocce di valeriana.»
«Hai ragione Lina, scusami. Lasciami perdere e racconta.» Respirò profondamente, si rilassò.
«Giova’ che ti devo dire, qua lo sai che le cose sono state sempre un poco curiose, abbiamo spesso scherzato che pareva la “casa degli spiriti”. In ogni caso, tu lo conosci mio marito, quello è un sentimentale, e quando papà dava di matto che non poteva scendere dal letto per il femore rotto, per farlo calmare gli metteva le canzoni di quando era giovane. Teniamo la playlist sul telefono: Nostalgia Trenta, Quaranta, Cinquanta, si chiama. In ogni caso, a un certo punto, parte Parlami d’amore Mariù. Papà teneva gli occhi chiusi, la bocca semiaperta, con quelle labbra scure e tese. Noi eravamo lì seduti sulle poltrone quando ha alzato le braccia in alto, lo ha fatto piano. Pensavo di avere un’allucinazione e ho capito che non era così quando ha cominciato a parlare, sempre più forte. Chiamava: “Mariella!”, come si chiama una persona che sta girata di spalle che non ti ha visto: “Mariella? Marie’?” così diceva e sorrideva.»
Giovanni mi guardava con lo sguardo allucinato, in silenzio, immobile come una statua.
«Che tieni?» dissi.
«Niente, continua» rispose.
«E che devo dire, questo è successo. Poi si è bloccato con le braccia in alto, ha ruotato gli occhi. Le braccia sono cadute piano lungo il corpo, parevano due piume. Una cosa irreale.»
Mi fermai un attimo, presi respiro. Giovanni sembrava assente e presente insieme, con la testa metà su quelle scale e metà da un’altra parte.
Riempii quella sospensione silenziosa con un commento a margine, il mio modo di colmare quella fossa scavata tra i miei piedi e i suoi.
«Mo’ dobbiamo capire chi è ‘sta Mariella» sdrammatizzai.
Mio fratello guardava l’aia dandomi le spalle, seduto sempre sulle scalette bianche. Si mise le mani sulla fronte, mantenendosi la testa che sembrava pesantissima.
«Che è, te fa’ mal ‘a capa?» La mia preoccupazione incarnita da primogenita fece capolino.
Il mio corpo si mise in allerta. Non capivo il perché, sentivo le vibrazioni come i cani sentono il terremoto. Rizzano il pelo, gli esseri umani non capiscono.
«Lina io ti devo parlare, ti devo raccontare, nun cia’ facc cchiu a tenere questo peso.» Non si era mosso di un millimetro, parlava guardando a terra.
«Giova’ che è, tieni una malattia terminale?» persi un battito.
«Ma non diciamo stronzate, Lina. Tu e la tua fissazione per le malattie. Stai ancora a chest’? Teniamo la longevità genetica, noi moriamo tardi. Fattene una ragione» mi mise a tacere.
Mi veniva da ridere, feci finta di tossire per dissimulare la cosa, non volevo togliere serietà al melodramma di mio fratello.
Accese un’altra sigaretta. Mi guardò, il suo sguardo aveva mille anni.
«Lina, io non ti ho detto una cosa, non ho mai avuto il coraggio di dirla a nessuno, quella cosa non la volevo proprio sapere, veramente. La verità certe volte arriva come le onde anomale. E quest’onda anomala che mo’ ti passo me l’ha mandata mamma.» Prese fiato.
«Mamma? E perché, mamma era capace di dirci qualcosa? Teneva i diari ma manco ci scriveva. Erano pieni di fogli bianchi. Solo le informazioni rilevanti della sua vita riportate tipo bollettino di guerra: compleanni, onomastici, nascite e morti occupavano lo spazio di una riga» replicai.
«Maro’ Lina, statt zitt e fammi parlare.»
Voleva parlare. Mi sedetti a terra, ginocchia al petto, in attesa della botta di mare, l’acqua che ti affoga.
«Hai ragione, sto zitta. Parla!» gli intimai.
«Ti ricordi quell’estate che sono andato a fare la stagione estiva in Abruzzo? Li misi in croce a mamma e papà. Meno male che tenevamo problemi economici, li ho convinti con la storia del fare la mia parte per la famiglia. Non ci ho messo tanto, un paio di settimane di lamento. Era il 23 giugno, il giorno prima della festa di San Giovanni. Dovevano venire gli zii di Bari. Zia non ce la faceva a stare lontana nel giorno della festa e all’epoca veniva ogni anno: il patto per trasferirsi in Puglia era stato stabilire un anniversario per tornare. Ti ricordi che mamma faceva sempre la torta di noci che piaceva tanto a zia?»
«Come no, la preparazione con la crema al caffè con burro e uova crude. Odiavo quella torta.»
«Adoravo quella torta. In ogni caso, io dovevo partire a fine mese e mamma mi chiese di fare la torta con lei per un ultimo momento insieme. Con l’unico figlio maschio. Io sbuffai. Lei non disse una parola, mi guardò con l’occhio della disperazione, come se nei miei occhi vedesse riflessa la carrozzina che cade dalla scalinata di Odessa, in La corazzata Potëmkin. Le chiesi come al solito di non farmi l’occhio della madre, mi viene ancora il senso di colpa a pensarci.
Le dissi: “Facimm’ sta torta: tu comandi, io faccio.”
Iniziò a parlare.
“Giova’, bell’ a mamma, domani te ne vai. Io ti ho capito lo sai, tu vai per non tornare. Tu non appartieni a questo posto, tu nun si e ‘cca, ‘a mamma” disse all’improvviso.
Mi fermai con le uova in mano e la porta del frigo aperta. Aveva rivelato il mio futuro guardando nella farina. E come faceva a saperlo non lo posso ancora dire. Non lo sapevo nemmeno io che non sarei più tornato, ero inebetito da quella sentenza di non ritorno. Credo lei avesse capito che quelle parole avevano creato un fosso nella conversazione.
Voleva rimediare, penso, e quindi continuò a parlare: “La vedi ‘sta cucina: due metri per due. Due per due fa quattro, questo è stato lo spazio mio, il mio spazio di vita. In questa cucina ci guardavo pure i film con Clark Gable, seduta sulla sedia. Non mi sono concessa nemmeno la poltrona. Dovevo stare all’erta come le sentinelle, che quando ero piccola al sabato fascista ci insegnavano come fare le perfette figlie della lupa. Obbedienza, sempre. Io così ho imparato e così ho fatto. Ho fatto la moglie e la madre, le torte, la salsa buona la domenica. Ho fatto quello che riuscivo a fare.”
“Mamma scusa, ma perché mo’ dobbiamo parlare di queste cose? Facciamo la torta.”
“Io lo so che non sono stata una mamma come Titina, la mamma di Antonio, l’amico tuo. Lo so che dopo il pranzo di Natale, quando qui calava il silenzio, tu te ne andavi a casa loro per respirare la festa. Lo so che ti chiamavano “il signore delle nucelle”, che arrivavi nell’ora dello spasso, quando il loro pranzo era finito, così da non ingombrare con la tua presenza.
E io ti volevo chiedere scusa, Giuvannie’, se ho fatto un poco schifo come madre. Ma ti devo spiegare il perché. Io non sono pazza, non sono una senza sentimenti.”»
«Aspe’ Giovanni» bloccai il racconto, gli chiesi una sigaretta. Mi sentivo troppo sola in quell’ascolto. Avevo bisogno di tenere le mani accompagnate.
«Lina, scusami se te lo ricordo, ma tu quando fumi diventi ancora più ipocondriaca. Se poi più tardi ti lamenti e mi vieni a dire che ti viene il tumore, vengo e te vatte, hai capito?»
«Nun da’ retta, continua», aspirai il fumo dopo tre anni, mi girò un po’ la testa. Era bello.
«Praticamente dopo che mamma e papà si sono sposati, mamma ha trovato una lettera di papà. Una lettera d’amore, ma proprio piena di amore, che però non era per lei. Il fatto curioso è che questa lettera era indirizzata a una certa Mariella. Una lettera pure con un francobollo, ma mai spedita. Non riesco a dimenticare le parole di mamma, te lo giuro.
“Giovanni, erano parole che appartenevano a un’altra persona, non era mio marito quello che scriveva. Chi era quell’uomo che avevo sposato, allora? Parole piene di rimpianto per le cose non vissute. Le ha chiesto scusa per non essere stato così coraggioso da dichiararsi e dirle tutto il suo amore. Le ha detto che non poteva farlo perché sapeva benissimo di non essere ricambiato, ma che questa non corrispondenza di sentimento non era bastata a farsene una ragione. Lui era malato di lei. Così ha scritto: sono malato di te, mi ammalo di te, è una malattia che non voglio combattere. Ho letto tutta la lettera, era lunga due pagine. Alla fine dice: è per questo che sposo tua sorella piccola, perché voglio far parte della tua vita in qualche modo. Prendi la mia bandiera bianca, Mariella, te la consegno sotto forma di lettera. Questo è il mio sudario.”»
Giovanni parlava e io vedevo mamma seduta su quella sedia di formica verde, con le mani nei gusci delle noci. L’immagine nella mia testa era una fotografia antica, color seppia e un po’ fuori fuoco, come le cose che vedi quando hai un capogiro.
«Ma ti ha detto che ha fatto poi? Gliel’ha detto a papà?»
«Macché Li’, ha preso la lettera e l’ha ripiegata con cura rimettendola nel cassetto. Ha tolto le tracce del suo passaggio.»
«E tu che le hai detto? Cioè, come hai reagito?»
«Lina io stavo come lo scemo con le mani nelle noci. Certe verità vanno accolte col silenzio, è una forma di rispetto. Voleva parlare, l’ho fatta parlare. Mi ha detto: “Mi sono sentita come un ritaglio di un vestito. Lo sai lo scampolo? Così. Il pezzo che mantiene l’idea, il tessuto tanto è lo stesso, pure la fantasia. Ho capito che tuo padre non mi ha mai amato e quindi mi è passata ‘a voglia e tutt cos’.
Aspettavo Lina quando ho letto quella lettera, non potevo morire ma ho pensato che potevo smettere di vivere. Lo so fare, l’ho sempre saputo fare. L’ho imparato dalla guerra, impari a fare a meno di tutto: prima l’orzo al posto del caffè. Poi l’acqua calda. Quando sono arrivati gli americani, noi usavamo la fontanella del giardino, d’inverno era ghiacciata. La pigliavamo con le pentole e la riscaldavamo un poco prima di lavarci. Facevamo senza.”»
«Mamma invece a noi ha sempre raccontato le gioie del fascismo, il sabato in montagna. I racconti erano quelli di una bambina che non teneva niente. Mamma non parlava mai, Giovanni, e quel poco che diceva sembrava una lista di frasi fatte, la sottogonna che copre le cuciture imbastite» cercavo di spiegare mia madre a mio fratello, volevo scavallare questo suo primato di segreto ricevuto con la conoscenza quotidiana. Volevo dargli la dimostrazione del teorema. La parte pratica, in sostanza.
Gli occhi miei però bruciavano di fumo di sigaretta e rancore.
“Perché non l’hai detto a me, mamma? Così mi ha ringraziato per la cura quotidiana, la presenza costante e necessaria da prima figlia?” Urlavo domande nella testa. Parlavo alla buganvillea, me la pigliavo con lei, come se fosse mia madre arrampicata sulla ringhiera.
Non ho mai pensato che mia madre e mio padre si amassero, ma pensavo si fossero amati e questa verità di non amore, gettata addosso così, mi aveva fatto perdere il senso delle cose.
Mi scoprivo a non saper gestirle, perché un conto è quando uno ti dice mezze frasi, un altro è quando ti dice le frasi intere. Ci sta poco spazio per l’interpretazione quando si mette il punto. Non esiste sospensione. Le cose stanno là.
E le cose stavano là. Mio fratello aveva preso nostra madre-scampolo e l’aveva messa sul tavolo. Potevamo guardarla adesso.
Giovanni mi guardò ancora una volta negli occhi, come se avvertisse la mia esigenza di risposta. Continuò: «Lina tu lo sai, non siamo stati addestrati a dire le cose in questa casa. Facciamo sempre il giro largo. Da noi si parla per interposta persona, lo spazio del dire, del detto, lo troviamo in altre forme, in altri sensi. Mamma mentre stendeva la pasta frolla lo ammise:
“Io non vi ho mai saputo dire le cose, non sono brava in questo. Non mi so perdere in chiacchiere, io sono ciuccio di fatica. Ho sempre fatto, mai parlato. Capa sotto e fatica. La torta di noci piaceva a te e non alle tue sorelle e allora io mi sono inventata altre cose per dire il mio amore, in altre forme che forse non avete capito. La torta pere e cioccolato per Lina, il panettone bianco senza niente per Alba. Per Mirella niente dolci: pane e pomodoro la mattina per tutta la vita. I figli non sono uguali, Giovanni, e nemmeno le parole che vorresti dire a ognuno di loro. Quando preparo da mangiare in questi quattro metri io vi parlo. Metto le parole tra gli ingredienti delle ricette, le disperdo tra la farina e lo zucchero pensando a te e alle tue sorelle, così poi quando mangiate la fetta di torta sentite quello che dovevo dirvi nella bocca, che è più vicino al cuore, fa la via breve senza passare per il cervello. Così ho sempre pensato.
Vedi, per fare la pasta frolla si fa sempre la montagnella di farina, si forma il cratere del Vesuvio, come dicevi da piccolo. In quella voragine si mettono le uova per non disperderle, e con le mani a cuoppo crei l’argine, proteggi per non perdere.
Nella torta di noci io ci ho sempre impastato le mie parole e in questa che faccio con te voglio disperdere questo segreto che mi porto dentro da anni. Lo faccio perché te ne vai e porterai queste parole disperse lontano. Promettimi ‘a mamma di non dirlo mai alle tue sorelle, non lo sopporterebbero. Finché campo Giova’, tanto tuo padre muore prima.”
L’ha detto a me perché sapeva che voi sareste rimaste, tu soprattutto, e non voleva reggere il peso delle cose dette. Sapeva che saresti rimasta qua, ti avevano dato un ruolo: Lina era quella che doveva restare. E vedi un poco, aveva ragione. Non te ne sei mai andata. Pure tu hai fatto senza, tale e quale a mamma.»
Il suo punto di vista sulla mia vita, mia madre oracolo con le sue tecniche divinatorie che leggeva il futuro nelle forme della farina sul tavolo verde, io ferma immobile nelle mie pantofole sul terrazzino. Ci guardavo dall’alto. Eravamo tutti fermi, sospesi.
«Dammi un’altra sigaretta.» Aspirai forte, volevo il capogiro, sentirmi male, “Chiamate l’ambulanza, la signora si è sentita male.”
Niente, il corpo si abitua subito alla nicotina.
«Giova’ mo’ che vuo fa’? Spiegami bene qual è la tua intenzione. Vuoi organizzare la riunione di famiglia con Alba e Mirella e raccontare tutto pure a loro, così soffriamo insieme?»
«Questo lo devi decidere tu, cara Lina, devi prendere tu una decisione. Ti ho passato questa cosa perché era tempo di far uscire tutto. Dare almeno a una di voi il senso delle cose, per riuscire a vedere mamma nella sua incapacità di gestire quei sentimenti, forze così contrastanti che l’hanno mantenuta in piedi. Il paradosso.»
«Mi stai dicendo che mi hai passato il testimone?»
«Esattamente Lina, mi devo liberare. Mo’ vedi tu quello che devi fare con queste parole.»
«E che c’aggia fa’?»
«E non lo so, te le tieni oppure le passi a Mirella e Alba. Vir tu. Non ti preoccupare, che quando le passi succede come nel telefono senza filo: qualcosa si perde sempre. Un pezzetto di dolore te l’ho risparmiato sicuramente pure io.»
«Giovanni vocca bella, ti devo chiamare!»
Piansi per bene, sembrava la prima volta. Alba mi chiamò dal soggiorno, era arrivato il prete, dovevano chiudere la bara. Sfilai le pantofole, camminai a piedi nudi sulle pietre dell’aia.

