Serena Barsottelli
Illustrazione di Dario Licata
Nella tua camera, che non è più solo tua, hai ancora quella poesia in inchiostro blu sulla parete? Un intreccio di suoni che sembrano inarticolati se non è la tua voce a leggere quei versi. Vibra bassa mentre bagni il centro delle labbra con la punta della lingua nella pausa di un punto fermo. L’onda blu su sfondo bianco si perde nell’incrocio con lo stipite della porta, dove il silenzio del muro si confonde con i rumori del resto della casa. La ricordo così, come fosse ancora piena di noi e dell’odore di cenere e sigarette abbandonate sul ripiano dell’unico comodino. Quei metri quadri, pensati solo per te, che ci facevamo andare bene. Una finestra verso il giardino interno, le imposte socchiuse. Era perfetta quella camera, che era tua e un poco nostra.
Adesso la abiti con lei.
Pensavo di poter vivere senza di te, invece continuo a cercarti nelle foto della cornice elettronica. Tu che mi baci sulla guancia, tu che sorridi, tu che suoni la chitarra e io ti guardo senza aprire bocca. Io che scrivo su una Moleskine rossa e tu che sbirci. Tu che sorridi ancora, ma non a me. Le immagini finiscono, il buio sullo schermo appare per qualche secondo, prima che il carosello ricominci. È sparita, qualsiasi cosa sia stata, oppure non è mai esistita?
Si aggrappa a te e tu la sorreggi? I suoi piedi arriveranno a stento a metà del tuo polpaccio. Forse intreccia la pianta con la tua gamba. Come pronuncia il tuo nome al tuo orecchio? Ha la erre moscia, la lisca oppure una dizione impeccabile, come quella di un’attrice? Non ricordo, eppure una volta l’ho udita: quella notte, quando ti ho telefonato e tu hai risposto senza parlare, lei ha chiesto chi fosse e poi che cosa volesse a quell’ora, tu hai detto che non era niente di importante. Hai cacciato il dolore sotto il tappeto, nascosto il male nel contenitore del letto. L’hai seppellito, vivo, e oltre alla terra hai gettato calce su di me. Ho pianto, mentre la rassicuravi. Ho pianto illudendomi che, se ancora dovevi giustificarci, era perché qualcosa tra noi meritava di essere salvato. Hai riagganciato, quella notte. Erano le 3:34. A quell’ora, quanti mesi prima non ricordo, ci eravamo dati il primo bacio in un parcheggio sotterraneo. C’era puzza di zolfo, e di gas di scarico delle automobili. La mia auto sporgeva oltre la linea bianca e aveva quei brutti graffi sulla fiancata sinistra. Era tutto perfetto.
Hai agganciato.
Era una giornata d’inverno quella in cui ti ho detto basta, finisce qui. L’ho fatto credendo che tu mordessi la nostra storia, aggrappandoti a quel ricordo di noi due felici, nella tua camera, la musica alta e le parole sulla parete. Erano parole di un poeta, di un altro poeta che non eri tu e che non ero io, eppure erano nostre. Ho detto basta e tu hai risposto: «Ok.» Ti sei girato dall’altra parte, hai appoggiato la mano sul pacchetto di sigarette e sull’accendino. Hai fumato. Dalla tua bocca hai lasciato uscire dei cerchi perfetti come l’azzurro chiaro dei tuoi occhi. Non piangevi, non parlavi. Hai aspettato che restasse solo il filtro tra le tue dita prima di dare un’ultima profonda tirata. Hai accartocciato il mozzicone nel posacenere, hai preso il tuo taccuino blu, blu come l’inchiostro sulla parete, e senza parlarmi hai scritto. Non hai alzato gli occhi mentre mi rivestivo, non mi hai aiutata a cercare una scarpa rossa, la gonna nera, la camicia bianca. Non mi hai accompagnata fuori dalla porta, e l’ultima immagine di te, di te prima che ti vedessi con lei, è quella del cappuccio della penna nella tua bocca, sulle tue labbra, dove fino a qualche minuto prima si posavano le mie. Poi il silenzio della casa vuota lungo le scale di legno, interrotto solo dal ticchettio del tacco. Il cappotto scomposto sul divano, accanto alla borsetta. La mia Moleskine rossa deformata da una penna dimenticata all’interno. La sciarpa che si stringe intorno al collo e io penso che potrei fare più pressione, morire. Il portone stride e poi esplode dietro la mia schiena, mentre il freddo mi attraversa come uno spettro le pareti. Sono come quel fantasma, e la mia casa, dentro, è vuota.
Se passo troppo tempo senza guardare la tua foto, rischio di perdere i dettagli di te: la cicatrice sul sopracciglio, il centro delle labbra più carnoso, l’espressione stanca dei tuoi occhi. Camminiamo le stesse strade, ma siamo occupati a guardare le onde infrangersi, e le nuvole confondersi tra cavalloni e schiuma. Quante volte ci siamo incrociati senza vederci? Avevi detto che ci saresti stato per me, e io per te. Che, ovunque fossimo, saremmo finiti insieme. L’avevi scritto su un foglio, e poi bruciato. «Per allontanare il male» avevi sussurrato, e nella tua voce avevo scorto una preghiera. Eravamo su uno scoglio, e un pezzo di carta si era perso tra le insenature. Ero tornata a cercarlo, il giorno dopo: non c’era più. Mi era parso un presagio.
È cambiata la poesia sulla tua parete? Hai aggiunto versi? Hai ricamato le “f” con un ricciolo, le “a” con una spirale? Hai chiuso il cerchio delle “g” o l’hai lasciato aperto? Aperto, come la porta. Chiuso, come il portone quando ho bussato. Non sei qui, e poi, che sciocca, non potrei entrare. Adesso abiti la nostra camera con lei.
Ti avevo portato un vassoio di biscotti: cioccolato candito con arancia e limone. Qualche gheriglio di noci, una mattanza di pinoli. E le mandorle, pelate e amputate, mescolate in un elisir che ti avrebbe ricordato il nostro amore. Erano quelli che ti avevo cucinato la prima volta, proprio io che non sapevo preparare neanche un piatto di pasta. Eri tu quello bravo, io mi limitavo a osservare il tuo corpo muoversi nella cucina e dirigere i fornelli con cucchiai e mestoli. Quella goccia di sudore, che dalla fronte percorreva la tua guancia, indugiava sulle tue labbra e si perdeva sul tuo mento. L’asciugavo io con la mia bocca.
Ma la casa non è più nostra, è una roccaforte solo vostra in cui io non posso entrare.
Mi hanno detto che avete una bambina. La immagino con i tuoi riccioli scuri, gli occhi freddi. Le canti la ninna nanna? Sei un bravo padre? Ti arrabbi quando si nasconde in un angolo, in silenzio, dopo aver combinato un guaio? La perdoni se sorride?
Vi incrocio un pomeriggio: state tornando dal mare, mentre io trascino a riva i piedi, e il mio cane. È un meticcio a cui ho dato il nome del tuo cane. Fugge, e sto per chiamarlo ad alta voce. Poi vi vedo.
Il mare ha smesso di mugghiare? Le onde si infrangono ancora o è qualcos’altro a rompersi? Camminate vicini senza sfiorarvi. Con la mano destra ti togli i capelli dal viso, poi ricadono. Vi guardo, mi guardi, lei no, lei non mi vede. Lei non ci vede. Il cane corre fino alle tue gambe, tu gli sorridi, ti chini e lo accarezzi. Lei va avanti, calpestando le stesse orme della bambina. Il vento soffia verso il mare e porta via da lei le tue parole.
«Ciao» dico, e abbasso lo sguardo per non incrociare i tuoi occhi nudi.
«Ciao» rispondi, e forse aspetti che aggiunga qualcosa, ma io me ne vado.
La sabbia entra nei miei scarponi e gratta la pelle protetta dai calzini.
È stato bello: vederti, ricordare com’era viverti. Immaginare per un attimo la tua mano ancora tra i miei capelli. Decifrare le parole che si è mangiato il vento, o il mare, o un tramonto che non ci ha saputo abbracciare e tenere a sé.
La cornice elettronica è spenta. Non ci sono più le tue foto e le mie foto, le nostre foto, a rincorrersi con i ricordi. Ho tolto dalla parete la poesia che avevo attaccato con l’adesivo, la stessa con cui avevi affrescato la tua camera. Le cose che abbiamo perso sono quelle che per un attimo abbiamo avuto. La poesia si è fatta muta.
La casa che ora abito ha le pareti bianche e nude. Nascondo i piedi sotto il corpo per occupare meno spazio, o per sentire almeno la pelle. Il marmo è gelido, e anche i piedi che lo calpestano.
«Pronto?»
La tua voce trema ancora questa notte.
«Volevo dirti addio.»
Silenzio, il click del telefono.
Sono viva, anche se tu non ci sei.

