Pietropaolo Morrone
Illustrazione di Francesca Bruni (Exx Voto)
Non sopporta più tutti quei visi asciutti e lisci, quegli sguardi pieni di disgusto che incrocia per strada. “Iperidrosi primaria facciale”. Questa è stata la diagnosi del dermatologo. Sono possibili tre linee di intervento: farmaci anticolinergici, iniezioni di botulino, intervento chirurgico sui gangli simpatici legati all’innervazione delle ghiandole sudoripare. “Simpatici”? Quella parola aveva offeso Monia. Non c’è niente di simpatico nell’avere la faccia sempre coperta da uno strato di sudore. A darle noia è soprattutto la fronte. È molto spaziosa, bianca come un foglio A4. Le gocce hanno tutto il tempo per prendere la rincorsa e causarle anche un fastidioso solletico. Operazione chirurgica per l’iperidrosi? No, non ha nessun senso. Monia ha altri problemi che comunque non si risolverebbero: le guance arrossate dalla couperose e soprattutto le cicatrici da acne sparse qua e là. Solo la sua cagnolina, Luna, non badava al suo viso e lo leccava come se fosse una delizia. Quanto a Mimmo, il fidanzato, Monia non può evitare di pensare e ripensare al fatto che lui la prende solo da dietro. Non che non sia bello così, però Monia vorrebbe farlo di tanto in tanto guardandolo negli occhi, con la luce accesa, magari alla missionaria o sopra di lui. Ma nulla. Le sembra proprio uno scherzo del fato che schiena e culo siano lisci e perfetti mentre il suo viso è un campo di battaglia bombardato e sudato. L’unico complimento che Mimmo le fa riguarda i suoi occhi verdi. Almeno una cosa buona ce l’ha. Monia continua a pensare a queste cose mentre cammina per i negozi, asciugandosi il viso ed evitando lo sguardo della gente. Ha appena superato un negozio di antiquariato con un’immensa specchiera in vetrina. Si ferma. Poi torna indietro. È il posto perfetto per il suo piano. Tanto vale farlo subito. Si avvicina il più possibile allo specchio, posa l’unghia viola ricostruita, appena molata con carta abrasiva a grana fine, su un angolo della fronte, tanto per saggiare la consistenza. È tutto pronto. Le falangi, la carotide, i muscoli, tutti sono in tiro e pronti a scattare. Allora affonda l’unghia, lentamente, fino allo strato basale dell’epidermide. È più facile del previsto, la pelle è morbida come plastilina calda. Il sudore probabilmente ha contribuito ad ammollarla. Sorprendentemente, non è molto doloroso. Con la punta dell’unghia comincia a incidere in senso orizzontale. È facile, le basta seguire la linea di riferimento dei capelli. C’è da migliorare il controllo del dito, certo, così Monia deve fermarsi spesso, anche per asciugare il sangue che misto al sudore diventa un fluido d’un vermiglio annacquato. C’è qualche sbavatura, qualche lembo di pelle, degli zig-zag qua e là, ma sono dettagli che si possono lasciare alla fine. Pochi minuti ancora ed è già arrivata all’altezza del lobo dell’orecchio, dall’altro lato del viso. Si guarda con cura muovendo la testa. Ha fatto un buon lavoro. Finito il riferimento dei capelli, ora le viene in soccorso la linea del mento. La pelle sembra più spessa, c’è da mantenere una pressione costante del dito, bisogna andare avanti con lentezza. È faticoso. Si ferma di nuovo per alleggerire la tensione. Scrolla il polso per rilassare i muscoli. Qualche lungo respiro e riprende a ricalcare il contorno del mento. Dieci minuti ed ecco fatto, lavoro finito, almeno per ora. Monia ammira questa bozza preliminare, si potrebbe dire, seguendo con lo sguardo l’incisione. Toglie gli occhiali e li ripone senza fretta. Impiega qualche minuto per scegliere il lembo di pelle giusto. Con piccoli e gentili strattoni comincia a mondare il viso, come quando si cerca di sbucciare un mandarino con la buccia aderente, che è sempre una cosa molto seccante, pensa. È più doloroso di prima. Deve fermarsi più spesso. Gli strattoni devono essere brevi e decisi altrimenti il dolore aumenta. Talvolta bisogna ricominciare da altri punti del viso. È necessario molto più tempo rispetto alla prima fase, ma non ha fretta e alla fine tutto sembra andare bene. Monia tira un bel sospiro e si guarda. Quello che ha davanti è un volto fatto di una matassa di fasci muscolari così vividi, intervallati da marezzature di grasso scintillanti alla luce del sole… niente più couperose, né pelle butterata. Nota con disappunto che sono rimasti dei brandelli di pelle penzolanti, specie lungo l’attaccatura dei capelli, ma anche vicino alle orecchie. Alcuni penzolano a tempo con gli orecchini. Che orrendi inestetismi. Li strappa con cura, uno alla volta. Non tocca i padiglioni auricolari, decide di tenerli per creare un po’ di varietà. Si china per raccogliere la pelle da terra. Se ne è accumulata un bel po’. La ripiega più volte per ridurre il volume, poi si guarda intorno. C’è un mastello dell’umido a due passi di fianco a un portone. Solleva il coperchio e getta via tutta quella cotenna. Si accorge che la gonna è costellata di macchie di sangue. È stata un po’ frettolosa, si è concentrata soltanto sul viso. Avrebbe dovuto pensarci, ma poco male in fondo. Ancora c’è da lavorare. Il groviglio di fasce muscolari è affascinante, di un rosso così vitale, ma non è liscio come vorrebbe, è un mare increspato da onde e non contrasta abbastanza con i suoi capelli ramati, che ha accorciato proprio ieri dopo essere stata dal dermatologo. Bisogna togliere tutta quella roba. Monia prova a mettere mano ai fasci muscolari ma si rende conto che è più complicato del previsto. Non sa da dove cominciare, con le dita non è più possibile procedere. Perché non andare da un ferramenta? Quella è gente che ha una soluzione per qualsiasi problema. Ce n’è uno molto fornito lì vicino. Mentre procede, pensa al risultato finale. Finalmente avrà un viso perfettamente liscio, senza sudore, e senza nessuna imperfezione. Prima di entrare tampona per bene la faccia con un fazzoletto asciutto. Non c’è nessun cliente, per fortuna. Dall’altro lato del bancone spicca un ometto. Mani giunte, occhietti vivi, dà l’idea di uno che sa cosa fare. Lui rimane a bocca aperta, paralizzato, ma il suo è uno sguardo pieno di interesse e questo provoca in lei una sensazione insolita. L’ometto ascolta la richiesta di Monia con attenzione, pende dalle sue labbra. Dice che stare tutto il giorno in negozio, a mollo, a vendere chiodi, carta vetrata, martelli, colle e a dare consigli su grondaie che perdono, non è il massimo. «Finalmente mi è capitata una cosa diversa!» esclama. Va nel retro, prende tutti gli attrezzi necessari, pinze, tronchesi, forbici, seghetti e si mette al lavoro.
«Sentirà dolore» le dice il ferramenta.
«I cambiamenti hanno un prezzo e l’unità di misura è la sofferenza» risponde lei. L’entusiasmo supera di gran lunga il dolore. L’uomo riesce a dipanare la matassa con perizia. Lei non immagina proprio quanti muscoli ci siano in un viso umano. Fra tre quarti d’ora vedrà Mimmo per il solito caffè in piazza. Monia tiene molto alla puntualità ma non crede che ci vorrà ancora molto. Mimmo deve mostrarle il nuovo catalogo dei suoi lavori perché lui è il più bravo decoratore di ceramiche del mondo, un vero artista! Come reagirà al nuovo viso di Monia? È convinta che Mimmo vorrà fare subito l’amore con lei guardandola negli occhi. E magari le decorerà la superficie del cranio. Non sarà molto diversa dalla ceramica, pensa. Nonostante il tempo risicato, Monia decide di non mettere fretta al ferramenta. Meglio tardare un po’ ma fare un lavoro come si deve, pensa. L’uomo dice che ha quasi finito, che resta solo da pulire la superficie ossea. Domanda a Monia se può tenere tutta quella carne per darla al suo cane, ovviamente se non le serve. Monia è entusiasta all’idea. Le viene in mente la sua Luna. Se fosse viva sarebbe orgogliosa di lei, pensa. Il ferramenta le dà uno specchio e poi raccoglie tutti gli sfridi di lavorazione. Restano ancora sul viso tutta una serie di brandelli di muscolo, frammenti di tessuto fibroso, cartilaginoso, gnocchi di grasso, grumi di sangue. L’uomo decide di usare una pasta abrasiva speciale con una buona granulometria e un effetto lucidante. La cosparge sul viso e con un po’ di olio di gomito lucida perfettamente le superfici ossee. Fine. Il risultato è straordinario. L’uomo è ancora più raggiante di Monia. Gli occhi verdi di lei, già bellissimi, spiccano dal fondo delle orbite. Non erano stati mai così valorizzati, pensa. Guarda e riguarda il suo viso, quell’espressione magica che dà un senso di innocente eternità. Accarezza la superficie compatta, dura, liscia alla vista, porosa al tatto quanto basta per il gaudio dei polpastrelli. Con le dita esplora tutte le protuberanze, gli avvallamenti. Si passa infine un fazzoletto profumato sulla superficie delle ossa, in particolare sulla fronte, che ne viene fuori lucida, bianca come l’avorio. I capelli ramati si illuminano grazie al contrasto con quel bianco candido. Osserva i denti. Sono sempre stati belli, in perfetta salute, possono permettersi di stare così in mostra e si notano per bene. L’espressione del volto è una via di mezzo tra un sorriso gentile e una disposizione naturale a un’attesa paziente. I punti neri, le chiazzette rossastre della couperose, i crateri, la fontana di sudore, tutto è sparito. Soddisfatta, prende dalla borsa una boccetta di olio di cocco, lo spalma su tutto il cranio canticchiando un motivetto, poi paga il dovuto. Davanti alla porta del ferramenta, un bambino la guarda a bocca aperta. Lingua fissa su un lecca-lecca come al fermoimmagine, occhietti spalancati. Monia sorride con i muscoli-fantasma del viso. Il bambino la fissa, termina la leccata e riporta la linguetta in bocca con uno schiocco. Monia prosegue oltre con disinvoltura. Procede fieramente ancheggiando. Accelera il passo, la gente sparisce dal suo campo visivo sempre più in fretta, ma non al punto da sfuggirle la loro espressione sbalordita. Resta da vedere come la prenderà Mimmo. Hanno appuntamento al Pellenera, come sempre. Monia guarda l’orologio, è in ritardo di venti minuti, ma non se ne preoccupa. Che aspettasse pure! Non può fare a meno di toccarsi continuamente la fronte, così asciutta, con un che di satinato per via dell’olio al cocco. I-pe-ri-dro-si primaria facciale, il suono gracchiante di quelle erre non le dà più nessun fastidio. Sono solo delle lettere, un esercizio scolastico di sillabazione. A distanza intravede Mimmo. È seduto, legge il solito giornale. Allora le viene un’idea. Decide di mandargli un messaggio, di dirgli che non fa in tempo, che c’è stato un imprevisto, si vedranno nel pomeriggio. Si presenterà in incognito e si gusterà la sua reazione. Lui non la riconoscerà. Monia attende qualche minuto, poi si avvicina al tavolo.
«Questo posto è libero?» domanda.
Mimmo si gira. Occhi sgranati, bocca aperta, gli cade il giornale dalle mani: «Sì, certo, è libero, è libero.»
Monia ringrazia e si siede. La risacca dei suoi capelli ramati sulla superficie ossea è un’eco corporale che aumenta la pressione nei corpi cavernosi di Mimmo.
«Hai qualcosa di familiare» le dice. Monia sorride. Mimmo si avvicina per guardarla meglio. Strizza gli occhi per osservare tutti i particolari.
«Il tuo viso è perfetto, la porosità è straordinaria. Sai, io sono un artista, un decoratore di ceramiche, e la porosità è un parametro molto importante per la resa dei colori.»
«E quindi?» dice Monia sorridendo con i suoi muscoli fantasma.
«Sarebbe un onore decorare il tuo volto. Penso che basterebbe un’unica seduta. Il soggetto potremmo sceglierlo insieme. Posso farti vedere il mio nuovo catalogo così vedi come lavoro.» I due sono vicinissimi. All’improvviso, i filari di denti scoperti di Monia sono a un millimetro dalla bocca di Mimmo. Lui è paralizzato, le sue labbra si lasciano accarezzare dal profilo della dentatura di lei. Le accarezza gli zigomi con le dita, a ritmo di una barcarola. Lei si gode quel titillamento, poi però si stacca.
«Sai una cosa? Anche il più bel disegno del mondo mi stancherebbe, prima o poi» e si alza.
«Ma vai già via? Posso offrirti qualcosa? Un caffè, un succo? Ho qui il catalogo con i miei ultimi lavori» dice lui tutto rosso in volto.
«Mi hai già offerto uno spettacolo, il migliore che potessi vedere, ora devo andare.»
«Ci rivedremo?» domanda lui.
«Non credo» e si gira con un ampio movimento del collo che fa turbinare i capelli come morbide setole di un gigantesco pennello appena intinto in un secchio di squisito rosso rame.


