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Un fondamento di verità

Un fondamento di verità copertina

Silvia Roncucci

Illustrazione di Kirke Din


Qui è dove mi hai ignorato la volta in cui ripetevo di non avere bisogno del tuo aiuto. Sei sempre stata testarda, lo hai preso da tuo padre. Non che il suo esempio abbia influenzato il tuo carattere, del resto lo hai conosciuto appena. Deve esserci qualcosa sottopelle, nel sangue, che spinge gente come voi, te e tuo padre, a non ascoltare quelle come me.
Tenevo il vecchio Nokia stretto tra la spalla e l’orecchio, discutevo con qualcuno, non ricordo con chi. Ricordo che vivevamo ancora in quel monolocale striminzito a Rifredi, ero appena tornata dopo una giornata di lavoro oltre l’orario e di ritardi dei mezzi, con rientro forzato a piedi. Si trattava di una discussione sciocca, con tua nonna o con un cliente incontentabile, ma era una di quelle sciocchezze che mi danno sui nervi, una questione di principio, forse. Con una mano tiravo fuori il bucato dalla lavatrice, con l’altra facevo segno di non avvicinarti ai fornelli, sarei arrivata in un attimo. Sei salita sullo sgabello di legno – quello che traballava ma non volevo buttarlo perché lo aveva fatto tuo nonno –, continuavi a dire «Faccio sola, faccio sola», hai afferrato la pentola e hai versato il contenuto nello scolapasta. Avevi cinque anni. Sono scattata; il telefono è caduto – crash – e si è spaccato in due. Agli occhi degli altri è quasi invisibile, ma i miei sono ancora capaci di distinguere quel rigonfiamento che hai sulla mano, ruvido e tondo – come se avessi voluto dare una forma precisa al tuo fallimento: era anche per quello che piangevi, per il fallimento, non solo per il dolore.
La fissazione per il piercing sta qui. Te lo avevo detto che le donne della nostra famiglia sono sensibili agli aghi e ai metalli, persino l’oro irrita le nostre cartilagini delicate; sarebbe stato pericoloso farlo ai lobi, figuriamoci dove avevi scelto tu. Hai detto che da tuo padre avevi preso qualcos’altro, la scorza dura, e che questo helix, o come si chiamava, era sicuro, lo avevano fatto tutte. La settimana dopo compivi quindici anni e avevi l’orecchio rosso e bollente. Insistetti che ti lasciassi vedere da un medico, che almeno ti togliessi quella roba. Di notte, mentre galleggiavo in sogni pieni di ombre, mi sentii afferrare per una spalla, sbarrai gli occhi, distinsi la tua testa tutta treccine e sentii la tua voce rotta dai singhiozzi che mi pregava di portarti al pronto soccorso. Sulla via di casa ammettesti che avevo ragione. Le volte in cui te l’ho sentito dire si contano sulle dita di una mano.
Qui è dove la lama lasciava linee fitte sul tuo braccio. Pensavi che non lo sapessi, sottovalutando quel che si dice delle madri, che sanno sempre tutto. Un fondamento di verità deve pur averlo: è la paura che striscia costante sul fondo dell’animo, a volte rallenta, altre si agita forte, segno che non è più paura ma certezza. Ti presi con le cattive: andiamo da uno specialista, altrimenti col cavolo che ti mantengo fuori città per la magistrale. Dicesti che non c’era da preoccuparsi: era uno dei soliti strascichi di malessere per il Covid che si facevano vivi anche tempo dopo, avevi già pensato da sola a contattare qualcuno, avevi preso ad andarci, lo avresti fatto finché ce ne sarebbe stato bisogno.
Allungo le dita verso il rigonfiamento della mano, i fori all’orecchio, le linee incise sul braccio. Neanche ti sfioro, non è permesso, mi avvicino quanto basta per sentire la tua presenza. Penso a tutte le altre ferite che non posso vedere.
Quelle sulle ginocchia di quando imparavi ad andare in bicicletta – una volta cadesti con violenza dove l’asfalto scivolava nella ghiaia; mi affrettai a tirati su, ma tu ridevi, neppure una lacrima scorreva. Eri soddisfatta di aver percorso i primi metri in equilibrio su quella bici verde che avevi trascinato per tutto il negozio giorni prima, mentre le occhiatacce dei commessi dicevano che non avevo altra scelta se non comprarla.
Immagino le tracce di scottatura sulla schiena, di quando da ragazzina ti rifiutavi di mettere la protezione e te ne stavi a lungo sugli scogli a Calafuria, con lo sguardo che prendeva il largo, finché qualcuna delle amiche non ti invitava a fare il bagno.
Penso alla cicatrice sul basso ventre, gemella della mia. Con la differenza che la mia ha portato te, tra gioia e preoccupazione, mentre la tua lascerà solo interrogativi e rimpianti per quello a cui hai voluto rinunciare.
Fuori dalla porta qualcuno litiga, se la prende con i medici. Ormai è una consuetudine. Il trambusto stride con l’aria impregnata di disinfettante, i mobili asettici, il linoleum appena lucidato, il tuo respiro sottilissimo. La notte sembra ignorare che tra qualche ora ricomincerà tutto da capo.
Forse la colpa di questo – il letto dove stai immobile, la sedia su cui fatico a rimanere ferma – è stata delle foglie zuppe di pioggia cadute dai platani nella discesa di Viale dei Colli, troppo caparbie anche per il vento di novembre. O della tua distrazione che ha spinto la moto oltre il semaforo.
Ti dà un’innocenza da bambina quella garza bianca sulla fronte. La prova che dicevi la verità, che davvero andavi da quello specialista – ha lo studio oltre il viale, me lo ha detto al telefono la sua voce incrinata – sta lì sotto. Anche se, a dire il vero, che non mi avevi mentito lo sapevo già.