Domenico Dolcetti
Illustrazione di Francesca Vitolo
1
La categoria di persone che solitamente prevale nella disciplina di “chi è più serio” (che ora per motivi di comodità chiameremo “Fausto”) sono le più tristi: i disoccupati, i postini, i genitori… ma per cinque anni consecutivi c’è stata una grande eccezione: Adamo Sarti. Adamo era un giovane imprenditore che conobbe il successo vendendo vinili vuoti perché lo appassionavano le allitterazioni. In realtà, li comprava soltanto una persona, ma ne comprava tantissimi.
E così senza saperne il motivo Adamo si ritrovò a essere ricco e felice, ma non rideva mai. Mai. Alle feste con i suoi amici, il giorno della sua laurea, al raggiungimento del primo milione di euro. Non rideva per cose davanti alle quali era difficile trattenere l’ilarità, come un gatto che legge Prévert o i comitati di quartiere. Anche il giorno del suo matrimonio con Fausto non si discostò da quella bolla di imperturbabile contegno. Tutti gli chiedevano perché continuasse a non ridere con tale costanza, ma lui rispondeva semplicemente di non saperlo e, forse, proprio in quel momento, accennava un piccolissimo sorriso.
Una mattina stava entrando nel suo ufficio, quando la segretaria, anche lei da sempre colpita dalla particolarità del suo principale, gli disse che la sera prima era stata a un torneo di Fausto e che lui avrebbe dovuto partecipare. «Ma Fausto è mio marito» rispose lui accigliato. Allora la segretaria dovette spiegargli che lo scrittore di questo racconto aveva voluto dare al gioco di “chi è più serio” lo stesso nome di suo marito. Poi, gli passò la posta del giorno, le buste legate con uno spesso elastico verde, e Adamo prese posto dietro la sua scrivania.
La sera stessa, a cena, Adamo parlò a suo marito della cosa senza dargli particolare peso. Fausto, deglutendo un boccone della solita fettina panata di tartaruga liuto con salsa di paguro bernardo del martedì, allungò la mano e strinse affettuosamente il braccio di suo marito. «Perché non ci provi?» Aveva sempre un tono giulivo, di chi non aveva abbandonato totalmente il proprio lato infantile. «No, ma dai…» rispose Adamo con quel tono remissivo che suo marito conosceva bene. Non avrebbe mai detto il contrario. Si vergognava di mostrare entusiasmo, o anche solo un po’ di allegra curiosità. Lavati i piatti, si sedettero sul divano a guardare Grease 2. Dopo mezz’ora Adamo si addormentò e Fausto, prontamente, prese il cellulare per fare una ricerca: “competizioni di Fausto nelle vicinanze”. Lo iscrisse di nascosto a una gara amatoriale che si sarebbe tenuta, vicino casa loro, la settimana successiva.
Adamo decise di partecipare alla competizione con lo stesso spirito con il quale il sabato sera si va a cantare ubriachi in un locale di karaoke. Lo avrebbe fatto per divertirsi. Era contento che Fausto lo avesse iscritto, voleva provare. Ma, pensò tra sé, non lo avrebbe fatto una seconda volta.
Però non ricordava quanto amasse il karaoke.
Partecipò ad altri tornei minori, ottenendo ottimi risultati. Nel 2008 riuscì persino a far ridere un contabile. La scalata verso le grandi competizioni non fu difficile per Adamo. Gli bastava sedersi su quella sedia per vedere dopo dieci minuti il suo avversario esplodere in una risata senza precedenti. Lui stava lì, fermo, non faceva nulla. Non doveva neanche allenarsi.
Quando approdò ai campionati nazionali, i suoi capelli stavano lievemente iniziando a tingersi di bianco e la pelle era attraversata solamente da piccole rughe: la limitata espressività del volto mostrava i suoi lati positivi. Questi cambiamenti gli donarono un aspetto più severo, che favorì ulteriormente il consolidamento della sua striscia di vittorie.
Adamo era molto acclamato dai fanatici di Fausto. Tutti dicevano di non aver mai visto nessuno in grado di giocare così, mentre nessuno diceva che un certo Ulisse gli aveva rubato il nome. Sul web molti nerd provarono a ipotizzare quale potesse essere la sua risata. Nel tentativo di farlo ridere diversi comici si offrirono volontari per esibirsi di fronte a lui, ma i risultati si rivelarono talmente fallimentari che molti di loro ebbero diverse crisi artistiche. Ogni ulteriore tentativo cessò quando Maurizio Battista tentò di impiccarsi.
Adamo non era un animo irrequieto. La vita festosa e piena di eccessi che tutti i giocatori di Fausto conducevano non era adatta a uno che, come lui, preferiva ritirarsi a Capri con suo marito, nella loro residenza privata. Tra i suoi detrattori girava voce che adottasse dei bambini per il weekend, ma non vi erano prove certe.
Alla sua quarta vittoria consecutiva voleva ritirarsi perché, a detta sua, non era più adatto a tutto quel successo, alle pressioni, ai giornalisti che non sapevano che cazzo chiedergli. Ma c’era un fantasma che gravitava sulle sue spalle: era quello di Riccardo Mussioli. Una leggenda vivente di Fausto. Dopo dieci anni dalla sua morte, avvenuta in circostanze misteriose (cancro al fegato), i suoi numeri ancora dominavano lapidari sulle vette dei record: cinque titoli mondiali consecutivi. Ad Adamo mancava poco per superare quel record. Tutti gli esperti ne parlavano di continuo e lui sentiva sempre di più la responsabilità di confrontarsi, anche se solo virtualmente, con un giocatore di tale caratura. Altre due vittorie avrebbero segnato la consacrazione di una splendida carriera: era determinato a ottenerle per togliere ogni dubbio su chi fosse veramente il più grande.
Il mondo sportivo venne a conoscenza delle intenzioni di Adamo e un clima di esaltazione si diffuse due mesi prima dell’inizio del campionato. Tutti i giocatori, anche quelli amatoriali, gongolavano solo all’idea di veder cadere dal trono il grande Riccardo Mussioli. Alle doti straordinarie da questi dimostrate sul campo non corrispondeva altrettanta integrità morale: molti erano convinti che gli piacesse Grease 2. La sua famiglia ora versava in condizioni economiche a dir poco disastrose. Il modo maldestro con il quale Riccardo aveva dissipato i loro risparmi la aveva portata sul lastrico. Per qualche assurda ragione, aveva speso milioni di euro in vinili vuoti, e ora sua moglie e i suoi due bambini vivevano in un monolocale e a stento riuscivano a pagare l’affitto.
La vedova Mariangela raccontava sempre a Roberto e Luca delle gesta del loro padre defunto. Era un modo per mantenere viva in loro un’immagine virtuosa di Riccardo, senza che questa venisse corrotta da quella di un uomo schiavo delle proprie dipendenze. Una caduta dell’eroico papà dall’Olimpo dei campioni avrebbe significato un’ulteriore destabilizzazione all’interno della sventurata famiglia.
Preso coraggio, Mariangela decise di parlare con Adamo, invitarlo a rinunciare alla sesta vittoria mondiale e limitarsi a eguagliare il primato del marito. Il problema era che lei non aveva nulla da offrire in cambio. Le avrebbe potuto dare i suoi occhi lucenti come il sole primaverile che attraversa le foglie vibrate dal vento; il suo viso magro, scavato, che non rivelava l’età, ma la sensualità felina che si faceva con il tempo più consapevole del proprio potere. Il suo seno, poi, anche se non era più alto e sodo come un tempo, provocava ancora il ricordo di antiche e proibite danze. Al letto, con Mariangela al proprio fianco, i vaporosi capelli biondi sul cuscino, un uomo si sarebbe sentito pronto e virile, come quei detective dei romanzi di Spillane. Però ad Adamo tutto ciò sarebbe risultato totalmente indifferente.
Mariangela cresceva i piccoli alternando periodi di cura e affetto ad altri di egoismo e disattenzioni. I secondi erano i più divertenti, anche se la prole ne aveva pagato le conseguenze. Soprattutto Luca: fino ai tre anni la madre lo aveva cresciuto da ubriaca, confondendo regolarmente il latte con il Campari, tanto che a sei anni Luca era già milanese.
La vita invece aveva preso una piega diversa per Adamo e Fausto. Le cose a loro andavano bene. Si amavano così tanto che il loro amore sarebbe bastato almeno per quattro o cinque figlioli. Purtroppo, un torbido mix di biologia e fangosa burocrazia gli impediva di soddisfare questo desiderio. Così, per ora, dovevano accontentarsi di uno yorkshire. Adamo lo portava a fare i bisogni tutte le sere e quando tardava un po’ Fausto, ansioso, lo chiamava. Di solito rispondeva a suo marito prendendolo in giro. Gli piaceva la tenerezza ossessiva con la quale si arrabbiava.
Una sera gli squillò il cellulare, il numero era sconosciuto. Dal prefisso intuì che non era uno di quei call-center pronti a rifilarti chissà quale promozione. Rispose.
Due giorni dopo Mariangela era a casa con Roberto intenta a condire l’insalata. I pensieri vagavano altrove. Se qualcuno ora, ma soprattutto quando suo marito era ancora vivo, le avesse detto che un giorno un uomo l’avrebbe ringraziata fino alle lacrime, avrebbe riso così tanto da non riuscire a trattenere in bocca il sorso di vodka e cherosene. Per una volta, non c’erano impicci da risolvere. Dopo anni, rifletté, la mattina dopo si sarebbe truccata. Per un grande giorno, forse il migliore.
2
Prima di ogni gara, Adamo aveva un ben preciso rituale mattutino. Alle cinque suonava la sveglia, si radeva e indossava una bella camicia azzurra. La concentrazione andava mantenuta ai massimi livelli. Persino a Fausto imponeva di evitare di sorridere.
Per il resto, l’inizio della giornata era uguale a tutti gli altri: l’odore di caffè, i cornetti riscaldati al punto giusto e il cane che in giardino sodomizzava la gamba della statua in marmo di Marco Liorni.
Al loro arrivo, il grande parcheggio del Palazzetto Nazional di Fausto era occupato da due o tre macchine. La struttura era simile a quella delle palestre scolastiche: un parallelepipedo rettangolo, grigio. Nella parte frontale vi erano quattro finestroni con un telaio verde bottiglia. L’ingresso principale era dello stesso colore. Da lì si snodava un lungo corridoio che portava alla sala principale, dove si sarebbe tenuto l’evento.
Adamo venne accolto dall’intera organizzazione con giovialità. Salutò tutti con signorile educazione e si chiuse nello spogliatoio a riflettere sull’utilità di uno spogliatoio in una gara del genere.
Circa un’ora prima dell’arrivo degli spettatori volle concedersi un’ultima esplorazione dell’arena ancora vuota. Iniziò a vagare nel salone immenso, mentre gli addetti ultimavano la sistemazione della lunga fila di tavoli. Adamo fu preso da un leggero soffio di nostalgia. Toccò delicatamente un tavolo con il palmo della mano.
In fondo, sulla sinistra, non poté fare a meno di notare la stanza che aveva sempre avuto una funzione fondamentale nelle gare. Quella stanza che un giornalista appassionato di b-movies aveva definito “La stanza dello Sfogo”. Qui i giocatori eliminati, o anche lo stesso vincitore, potevano rifugiarsi per liberarsi di tutte le risate represse durante gli incontri. Una lacrima solcò la guancia di Adamo. L’ultima sfida. Quell’idea metteva a dura prova i suoi sentimenti.
In una posizione diametralmente opposta rispetto alla celebre stanza si trovavano gli spalti. Tra qualche ora, la gente si sarebbe riversata in modo caotico nelle due file di gradoni di cemento, per poi disporsi nel posto indicato dal biglietto d’ingresso.
Mariangela, impacciata, impiegò più di un quarto d’ora per trovare il proprio. Quando riuscì a sedersi ebbe giusto il tempo di asciugare il moccio dal naso di Roberto e i riflettori si spensero. Dopo pochi secondi di buio, con un rumore metallico, si accese un seguipersone su Tonio Maletti, famoso crooner e grandissimo appassionato di Fausto, che nel frattempo si era posizionato di fronte al pubblico in visibilio. Dagli amplificatori partì un delicato ritmo di rullante, che, in uno swing rilassato, si legava ai guizzi di un clarinetto. Alle spalle del cantante iniziarono a volteggiare delle ballerine con dei vestiti bianchi che scendevano fino a metà coscia e si sollevano a ogni passo o balzo, mostrando le gambe sinuose. Nella scaletta del musicista erano previste Fly me to the moon, Una ragazza in due e Moonlight in Vermont. Il problema è che Tonio aveva problemi di memoria, così cantò Fly me to the moon con tre melodie diverse.
Finita l’esibizione, Tonio stesso annunciò i giocatori. La tradizione consolidatasi nel tempo voleva che essi entrassero uno alla volta e salutassero il pubblico per poi sedersi sui tavoli. L’ultimo fu Adamo. Il pubblicò esplose in un boato. Con un po’ di concentrazione chiunque avrebbe potuto sentire l’urlo stridulo di Mariangela. Adamo si sedette di fronte al primo sfidante. Questi, come tutti gli altri, si era guadagnato il suo posto nella lega del primo livello attraverso una lunga serie di vittorie nelle competizioni minori.
Il regolamento voleva che, se Adamo fosse riuscito a prevalere su tutti gli avversari, avrebbe confermato il titolo di campione. In caso di sconfitta, avrebbe perso il primo posto e il vincitore avrebbe dovuto sfidare i giocatori rimanenti. L’esito si rivelò sempre lo stesso, Adamo dominava incontrastato immergendo nelle risate un giocatore dopo l’altro. Il vortice mediatico che aveva colpito l’evento non fece che fomentare ancora di più la folla impazzita. Le donne che non conoscevano bene la vita privata di Adamo gli lanciavano le loro mutandine, le più raffinate gliele lanciavano sporche. Solo un giocatore riuscì a resistere di fronte al campione per più di tre minuti e abbandonò l’arena con tanto orgoglio e un ictus. Adamo ormai galoppava fiero verso la cima e Riccardo Mussioli lì, sull’Olimpo, poteva sentire lo scalpitio degli zoccoli. Mancava solamente un avversario: i veri appassionati tirarono fuori i cellulari per immortalare il momento. Un giovincello di circa vent’anni aspettava pallido di essere umiliato dal campione. La partita ebbe inizio, passarono cinque, dieci, venti minuti. Poi mezz’ora. Un’ora. Adamo rimaneva serio, ma non pensava più ai risultati, alle vette. Solo a quel ragazzo, fermo come una pietra, che non accennava neanche lo sbuffo di una risata. Dal volto del giovane traspariva imbarazzo e paura, ma anche lui non stava più lì con la testa. Sentiva di essere sovrastato dalla reputazione che anticipava lo stesso Adamo. Essa si era fermata sul tavolo, tra i due. Adamo lo aveva capito e iniziava a sentirsi a disagio. Il pubblico era caduto in un silenzio carico di tensione: guardava quella sfida assurda ipnotizzato dal magnetismo che si addensava minuto dopo minuto. Leggenda vuole che qualcuno rimase lì anche con il cellulare scarico.
Dopo più di due ore, il ragazzo si alzò in piedi lentamente. Adamo si rese conto che egli assomigliava a uno di quei bambini che vedeva sempre con i turisti tedeschi. Aveva dei riccioli sbarazzini sulla testa e degli occhi azzurri fissi e inespressivi come quelli di un lemure. Tese la mano verso di lui.
Adamo strinse la mano al giovane che muovendo solo le labbra gli disse: «Non posso fare tardi. Domani ho lezione all’università. Scusa, ma devo lasciarti il titolo.» Adamo gli tenne la mano ancora un po’, lo guardò sconcertato, poi sentì uno strano solletico che dal petto gli attraversò la gola, piazzandosi sulle guance, che si gonfiarono senza che lui se ne rendesse conto. Di tutta l’aria che Adamo stava cercando di trattenere ne uscì un po’. A contatto con le labbra fece lo stesso rumore che fa lo strofinio dei polpastrelli sudati su un palloncino. Il movimento rapido e sgraziato con cui si alzò gli fece urtare il tavolino. Adamo iniziò a correre a perdifiato verso la stanza dello Sfogo. Mariangela, nel frattempo, lo seguiva con lo sguardo. Con quella corsa effeminata Adamo avrebbe terminato la sua carriera. In quei pochi secondi tornò con la mente a due mesi fa. Mariangela aveva davanti il volto livido di lui che la guardava dal basso, mentre piangeva a dirotto, inginocchiato ai suoi piedi. Le stringeva entrambe le mani. Le raccontò di tutte le delusioni e i rifiuti che ogni anno lui e Fausto subivano. Loro lo avrebbero cresciuto senza fargli mancare nulla. La possibilità economiche non mancavano, si amavano, non c’era nulla che non andasse. Quando lei gli aveva chiesto di nuovo, con una finta timidezza, se per un’offerta del genere fosse sicuro di abbandonare la carriera, lui, senza neanche rialzarsi, aveva annuito più volte, disperato di gioia. Con un bambino in meno, Mariangela avrebbe avuto meno domande a cui rispondere. Il simulacro di suo marito sarebbe rimasto intatto a vegliare sulla casa. E Roberto, poi, era più bravo in matematica.
3
Il piccolo Luca guardò il suo nuovo papà scomparire nella stanza dello Sfogo. Un vecchio era seduto lì fuori, su una panchina che stava proprio sotto la finestra della stanza. Un verso contagioso a metà tra l’isteria e la sofferenza dilaniante gli pungolò le orecchie, contaminando la sua anima di inquietudine. Posò un libro di poesie sul legno consumato della panchina e venne colto da un’improvvisa voglia di miagolare.

