Lorenzo Galuppi
Illustrazione di Giulia Delmonte
A G., wish you a cozy place to glow.
Finalmente hai quel che meriti.
Da dove sono non sento bene, sono arrivato tardi. Era già cominciato e non ho trovato un posto migliore dove stare. Le parole che escono dalla bocca dell’uomo che ti sta accanto si ingarbugliano e la distorsione del suono contro le pareti e la bassa qualità dell’acustica fanno il resto. Ci vorrebbero i bicchieri col filo che usavamo noi due da bambini, magari sentirei meglio. Ci urlavi dentro e mi arrivava un suono senza bordi. Ma il mondo è fermo per te, finalmente. E io ascolto, chiudo gli occhi e cerco nel buio la tua voce. Trovo il mio baricentro posandomi contro una colonna spessa e fredda, dopo i tanti passi incerti e malfermi, testa china, spalle curve. Saluti a mezzo braccio a chi lungo la strada mi chiamava. Solitudine. Tanta solitudine stamattina.
Oggi che stanno smontando i cartelloni col mio nome, la mia faccia e due date da Tor di Quinto, dal Gianicolo, da via Nomentana 184 e da San Giovanni e hanno montato il tuo, sul muro fuori del nostro palazzo: il nome, la faccia, due date. Oggi che scompaio io, tu appari: siamo il giorno e la notte, la luna e il sole.
Toglieranno il mio viso anche da Termini, dove ci siamo detti addio. Partivo per suonare, tu non saresti venuta con me. Ti ho dato le spalle e davanti ho visto due binari e le traversine che li tenevano uniti perdersi oltre il punto di fuga dei miei occhi. Sembrava così lunga, e oggi sembra che il tempo non sia proprio passato.
Mi è mancato il coraggio di dirtelo in faccia, mai di cantarlo. La musica ha reso tutta la mia vita più leggera, da quando ero piccolo e ti suonavo le prime scale alla chitarra. I locali di Testaccio che mi pagavano con due birre e una era per te che aspettavi paziente e mi ascoltavi. Le sapevi tutte, e io per te le cantavo. Solo a te e solo per te. Era te che seguivo, il gobbo dipinto sulle tue labbra.
Mio padre non voleva, ma non gli ho dato retta: a lui, a mamma, a nessuno; avevo la testa per aria e il filo che mi legava al mondo eri tu. Il mio approdo con la realtà. Sono stato un codardo e anche te. Arroccati nelle nostre convinzioni, siamo rimasti fermi a guardarci, abbastanza da vicino per sapere che l’odore dei fiori che invade questo spazio non è il tuo. Eppure sono convinto che, se avessimo chiuso gli occhi e provato a perdere l’equilibrio, l’esito non sarebbe stata la caduta rovinosa di quel marzo in bici. Di quando, da un cielo mite e insospettabile, era venuto il finimondo e noi c’eravamo riparati sotto la mia chitarra. Il viaggio verso casa, il guano a terra, la polvere, le foglie morte, l’odore dolciastro mischiato al sangue in bocca. Saremmo invece precipitati l’uno nelle braccia dell’altro, e quanto sarebbe stato dolce cullarci le ferite a vicenda.
Ti avrei accompagnato io oggi, con la chitarra o magari il piano. Io, per te oggi, avrei cantato meglio di come sta facendo quella ragazza bionda del coro che mi ricorda di te da bambina. Anche se l’acustica è pessima, con un ritorno di voce fortissimo. Di quelli che ti fanno venir voglia di strapparti gli in-ear dai timpani, incazzarti col tecnico e chiedere una pausa.
Non avrei sbagliato le note, le parole, e avrei anche avuto il coraggio di guardarti mentre la cantavo. Mi sarebbe certo tremata la voce, come mi succedeva, come mi succede tutt’ora, prima dei live. Forse anche di più. E avrei pianto senza bisogno di nascondermi dietro questo paio di lenti nere e sottili.
Mi domando se con una mia canzone di sottofondo hai baciato lui la prima volta, chissà se poi lui te ne ha dedicata qualcuna, chissà se sapevi che ti somigliavano tanto perché tutte parlavano di te. Della sola te che conosco, che ho amato, della te che ho abbandonato per un sogno, chissà se poi eri diversa. Immagino di sì. Spero di sì, ma riconosco oltre le rughe sul tuo viso le stesse linee . Mi conforta conoscerti ancora così bene. Ma mi dà pure speranza scoprire e imparare cose nuove di te.
Spero di non esserti mai mancato quanto tu sei mancata a me: il primo giorno dopo la partenza, il primo mese. Il viaggio in treno via da Roma. Il decimo anno che stavo lontano da casa. Da te.
Il microfono fischia, va in feedback. La voce di tuo marito arriva meglio adesso, benché zigrinata. Continua il racconto della tua vita in assenza di me: al lago, due anni fa; a Pasqua; in Sicilia, d’estate, il sole, il mare. Il nostro matrimonio, i figli, l’amore.
Sono contento che tu abbia avuto tutto questo: una vita felice, almeno in parte. Mi dispiace essere mancato. Darei tutto indietro per ascoltarti di nuovo che urli dal bicchiere e poi ridi senza bisogno di coprirti la bocca. Scambierei l’amore anonimo di settantamila persone per il tuo.
Il mio tempo con il tuo.
Il mio posto per il tuo.
Avresti risposto di sì, saresti venuta con me se te l’avessi chiesto, ma non mi abbandono al lusso di una conferma. La lascio all’immaginazione. Ci passo le notti. Così come non mi permetto ora di avvicinarmi a te, alla tua famiglia. Ai tuoi figli. Ti saluto dalla distanza che ci ha sempre contraddistinto.
Potevi seguirmi, potevo restare. Potevamo e avremmo potuto. Il tempo ci è davvero scappato di mano, quello per noi, quello dopo, quello in cui eravamo bambini.
Tuo figlio ha il tuo sorriso. Ti cerca ovunque, tra la gente, nei volti tutti intorno, ma non ti trova. Vede me e mi indica. Poi si avvicina. «Ma tu sei…?»
«Un amico di mamma.» Gli stringo la mano. In quella fragilità vedo riflessa la mia stessa confusione.
«Non lo sapevo.»
«Neanche io» gli confesso piano, mentre la realtà mi travolge. Eri già andata via, prima dell’apertura della mia ultima data a Roma.
Me l’ha detto Romolo appena le luci si sono spente. Chiuso il concerto, nel buio del retropalco. Il pubblico, in un brusio indistinto di voci appassite dopo il chiasso del concerto, defluiva fuori dall’Olimpico, accompagnato dal fischio di qualche strumento che ancora rimbalzava nell’aria. E io stavo con il nebulizzatore incollato alla faccia: senza quello a farmi da polmone ti avrei seguita, non era che l’ennesimo guinzaglio che ci impediva di raggiungerci, pur tenendoci tanto vicini.
Mi dà conforto immaginare che ci fossi, anche ieri sera, e con le labbra ripetevi le parole delle mie canzoni, e che per questo io non le abbia sbagliate. E ti immagino, ancora seduta in mezzo a una luce arancione e poi blu di un bar qualsiasi. L’unica che guarda il palco. Immagino, chiudo gli occhi. L’immaginazione è la mia unica arma. È l’unica cosa che so plasmare. E ha la forma di te, da sempre.
Ho chiesto ai ragazzi di passare a prendermi qui. Non sono in grado di tornare a casa, stamattina che puzza di doposbornia e un guinzaglio con cui essere accompagnato a casa lo vorrei. Mi gira la testa, vorrei vomitare, ma non mangio dal post concerto e ho solo bile, calda e acida. Sono uscito a prendere un po’ d’aria, attento a cosa calpestassi, neanche fosse vetro. Lo stesso di cui avevamo paura di essere fatti io e te, per non esserci mai voluti neanche sfiorare. Indosso gli occhiali da sole malgrado il cielo sia abitato da uno strato denso di nuvole feroci. Il marzo in bici. Così non vedo l’ombra che lascia la tua assenza.
Ti guardano tutti, e per te piangono. Piangono tutti il tuo nome. Anch’io.
«Acqua?»
Tuo figlio mi allunga un bicchiere vuoto, lo avvicino all’orecchio. Dal fondo non sale la tua voce. Dal cielo lo riempi di pioggia.

